Era estate e scoppiava la guerra del golfo: un sasso nella palude, per certi versi, ma un sasso che toglieva il respiro e fracassava illusioni. Era già scoppiato anche il mio amore e divampava ormai da mesi: un amore consumato in qualche raro letto e molti sedili d’auto, un amore con mille parole, mille discorsi febbrili e angosciati, ma con un silenzio grande al centro, perché era un amore nascosto, lui era suo, della ragazza bionda, e il mio amore non andava detto. E io tacevo, parlavo su tutto, ma su quello tacevo. Qualche volta mi ribellavo un poco, come a Trieste: due giorni intensi, in cuore un amore struggente che non ce la faceva più a restare muto, e allora proclamavo la “deregulation”, viviamo in tempi di deregulation, no? – chiedevo – e allora la faccio anche io la deregulation! E fa niente se gli aerei poi cadono o le vite vanno in pezzi, fa niente se poi mi odi e mi respingi fuori, non ne posso più di stare acquattata nell’ombra! Ma in genere obbedivo docile e tenevo per me il mio amore, a ribollirmi in petto insieme all’angoscia dei tempi che sentivo venire. Avevamo paura, l’orizzonte era greve di minacce sconosciute e tanto più paurose quanto più sconosciute (chi lo immaginava, allora, che sarebbe finita in una barzelletta oscena? Eppure, avevamo ragione, ad avere paura).




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