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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
I campioni utilizzati sono stati 20 (scelti tra marche differenti e fasce di prezzo variegate): nove di essi in bottiglia di plastica, nove in vetro e due in tetrapack (cartone internamente rivestito da una sottile pellicola plastica).
Gli esperimenti sono stati condotti sia in vitro sia in vivo. Prima di tutto è stato misurato il quantitativo di estrogeni presenti in ogni acqua, facendo uso di un recettore di ormoni umani (analisi in vitro).
La veridicità del responso è basata sul fatto che per ogni campione l’esperimento è stato condotto su tre bottiglie diverse e su ciascuna per tre volte. In seguito sono state fatte analisi in vivo su lumache terrestri femmine, monitorando la loro attività riproduttiva in condizioni di esposizione all’acqua estrogenata.
Cosa è emerso dagli studi?
L’analisi in vitro ha permesso di rivelare un’attività estrogena significativamente elevata in 12 dei 20 esemplari presi in considerazione.
Più precisamente, sono stati rilevati ormoni in ben il 78% delle acque in bottiglia di plastica (ossia sette campioni su nove) e nel 100% di quelle in tetrapack (due marche su due), contro il 33% di quelle in vetro (tre campioni su nove).
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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
Per valutare direttamente l’influenza del materiale di imballaggio, i ricercatori hanno analizzato acque minerali provenienti dalla medesima fonte, ma imballate con materiale differente: le minerali vendute in bottiglie di vetro sono risultate meno estrogenate delle corrispettive in PET.
Più nel dettaglio, si è indagata anche la differenza tra contenitori in plastica riutilizzabili (vuoti a rendere) e monouso: l’acqua in confezioni usa e getta sono mediamente più cariche di estrogeni di quelle in bottiglia riutilizzabile (considerata non al primo uso), evidentemente perché queste ultime dissolvono il contenuto di ormoni nei vari passaggi, in più tra uno e l’altro sono risciacquate.
D’altro canto, l’analisi in vivo ha dimostrato che il contenuto ormonale delle acque prese in considerazione ha un effetto reale sull’equilibrio endocrino delle lumache, in quanto dopo 56 giorni di esposizione a 25 ng/l (nanogrammi per litro) di etinile-estradiolo la loro attività riproduttiva (valutata in numeri di embrione per femmina) è più che raddoppiata. In concreto, si è manifestato un significativo aumento della riproduzione nei campioni imbottigliati in plastica, piuttosto superiore rispetto a quello riscontrato nelle acque in vetro.
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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
“I nostri risultati forniscono una prima evidenza di una marcata contaminazione dell’acqua minerale da parte di estrogeni, con valori tipicamente nell’intervallo di 2-40 ng/l e picchi di 75 ng/l”, concludono i ricercatori di Francoforte.
“Il consumo di acqua minerale imbottigliata e commercializzata potrebbe dunque contribuire all’esposizione complessiva degli esseri umani a sostanze in grado di alterare l’equilibrio endocrino del corpo.”
Tali sostanze fonti di ormoni costituiscono un’intera categoria, denominata EDC, ossia composti in grado di alterare l’equilibrio endocrino. Sono da anni poste sotto osservazione in quanto in potenza sono causa di danni all’organismo.
Il legame di causalità tra l’ingestione di tali composti e gli effetti collaterali sulla salute umana, però, è ancora oggetto di controversie: non è una faccenda immediata, in quanto le malattie connesse agli ormoni possono essere correlate a varie cause, peraltro distribuite su un arco di tempo lungo. Non di meno, va detto che un numero non trascurabile di esperimenti suggeriscono che tale legame sia in effetti concreto.
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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
A pochi giorni di distanza dalla pubblicazione dell’articolo da parte di Wagner e Oehlmann, è arrivata una risposta da parte di un portavoce dell’Associazione Britannica per le Bevande Leggere (BSDA), la quale sostiene che non sia possibile concludere dallo studio in questione che ci sia un’effettiva connessione tra l’attività estrogena riscontrata nelle acque e il confezionamento.
“I composti rintracciati nell’acqua non sono stati precisamente identificati, pertanto non possono esser fatti risalire ai materiali d’involucro.
Inoltre composti analoghi sono stati ritrovati in test eseguiti su altri tipi di cibi e bevande senza che fosse rilevata una dipendenza tra attività ormonale e packaging.”
Infine, afferma ancora la BSDA, “i livelli di queste sostanze riscontrati nelle acque sono infimi se comparati con i quantitativi naturali di ormoni presenti negli organismi e, comunque, sono ampiamente al di sotto dei livelli di sicurezza approvati dall’Unione Europea.”
In effetti l’uso del PET (polietilene tereftalato) per la realizzazione di imballaggi alimentari è consentito e disciplinato da una direttiva (la 2002/72/CE) della Commissione Europea e da una successiva modifica ratificata due anni dopo (2004/19/CE).
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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
Ne segue che le case produttrici di confezioni e le aziende alimentari, se si adeguano a tali normative, non sono da considerarsi direttamente responsabili degli eventuali danni all’organismo.
Semmai dovrebbero essere modificate le direttive, ma per far ciò occorrono prove effettive dell’incompatibilità di determinati materiali con i processi biologici umani.
Gli scienziati non sono ancora giunti ad una conclusione univoca (o grossomodo tale), pertanto occorre attendere i risultati di futuri ulteriori indagini.
Nel frattempo noi consumatori siamo liberi di fare le nostre scelte.
Quella primaria sarebbe la rinuncia all’acquisto di acque commercializzate tout-court, per svariate ragioni di natura ecologica ed economico-sociale.
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Re: Acque minerali estrogenate: incriminate le bottiglie di plastica
Gli imballaggi, soprattutto se usa e getta, sono oggi una delle maggiori cause di inquinamento
Le acque che ammiccano dagli scaffali dei supermercati sono imbottigliate per lo più da multinazionali che hanno un curriculum degno di far rabbrividire ogni consumatore critico che si rispetti.
Del resto il mercato dell’oro blu è oggi considerato molto redditizio in termini economici, nonché estremamente vantaggioso in quanto a potere esercitato.
Bere l’acqua che fuoriesce dal rubinetto di casa, prediligere il vetro alla plastica, acquisire l’abitudine di riportare i vuoti dove consentito: ci sono varie opzioni e conseguenti diversi livelli di acquisizione di responsabilità.
Consumatori, fate il vostro gioco!
FONTE: Acqua in bottiglia: potenzialmente dannosa per l’equilibrio ormonale umano | Consumo Critico - Terranauta.it
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Una bottiglia d'acqua in freezer
Riporto questa interessante e curiosa domanda, con la relativa risposta di: Andrea Frova - Dipartimento di Fisica, Università di Roma "La Sapienza" -
Tratto da : Una bottiglia d'acqua in freezer — Ulisse
DOMANDA
Tempo fa ho messo in freezer una bottiglia di acqua minerale naturale, in plastica, da 1,5 litri. Era ancora sigillata.
Dopo circa 5 ore l'ho estratta: l'acqua al suo interno era ancora allo stato liquido, ma appena l'ho versata nel bicchiere, si è istantaneamente mutata in una sostanza simile a neve bagnata. L'acqua all'interno della bottiglia, tuttavia, era ancora liquida.
Facendo cadere nella bottiglia un pezzetto di "neve", anche quell'acqua ha subito la stessa istantanea trasformazione.
Ho ripetuto le stesse condizioni un paio di volte: la prima volta, quando ho aperto il freezer, l'acqua era ancora liquida, ma appena ho afferrato la bottiglia, ha "nevificato" in un istante.
La seconda volta è rimasta liquida, ma ha "nevificato" all'atto di svitare il tappo.
Come si spiega questo fenomeno?
Qual è la causa scatenante il processo?
Come mai ogni volta la "nevificazione" si diffonde da un punto diverso?
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Re: una bottiglia d'acqua in freezer
RISPOSTA
Se una bottiglia sigillata e pressoché colma d'acqua viene chiusa in un freezer a, diciamo, -10 ºC, si hanno due possibilità:
(1) l'involucro è fragile, come il vetro: allora l'acqua, poiché nel processo di solidificazione aumenta di volume (1 grammo di ghiaccio occupa un volume maggiore del 10% circa rispetto alla stessa massa di acqua), inizia a premere sul vetro fino a romperlo.
(2) l'involucro ha una certa elasticità e cede di fronte a una eventuale espansione del contenuto, con un aumento della pressione interna.
A pressione più elevata di quella atmosferica, per congelare l'acqua richiede un abbassamento di temperatura sotto lo zero. Ciò, unitamente al fatto che all'interno di una bottiglia di plastica contenente acqua particolarmente pura scarseggiano o mancano del tutto quei difetti o impurezze che sono indispensabili come centri per la nucleazione dei cristalli del ghiaccio, consente all'acqua di sottoraffreddarsi, ossia di rimanere liquida anche a -10 ºC.
Basta tuttavia una piccola perturbazione di varia origine — contatto con altri materiali, contatto con neve preformata, agitazione meccanica, decremento di pressione — perché il liquido precipiti e formi ghiaccioli, assumendo l'aspetto della neve bagnata.
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Re: una bottiglia d'acqua in freezer
Nel primo esperimento descritto evidentemente non è bastato aprire il tappo e muovere la bottiglia per far "nevificare" l'acqua, ma è occorso versarla in un bicchiere (salvo poi convertire anche il rimanente per contatto con un ghiacciolo).
Nel secondo e terzo esperimento (ma non si hanno dati sufficienti per fare confronti, soprattutto in merito alla temperatura), le condizioni di sovraraffreddamento erano evidentemente molto più critiche ed è bastato assai meno (agitazione, svitamento del tappo) per innescare la solidificazione.
Dato il ruolo essenziale giocato dai centri di nucleazione, eventuali differenze nella qualità della superficie interna della plastica, ossia presenza di asperità, di microcavità, di bollicine, eccetera, possono influenzare i meccanismi discussi in maniera determinante.
FONTE: Una bottiglia d'acqua in freezer — Ulisse
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