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Questa discussione dal titolo Infarto miocardico è all'interno del forum Malattie, Sintomi e Consigli; L’infarto miocardico è dovuto ad un’ischemia (ridotto apporto di sangue) acuta che dura un intervallo di tempo ...
  1. #1
    L'avatar di anna1401
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    Infarto miocardico

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    L’infarto miocardico è dovuto ad un’ischemia (ridotto apporto di sangue) acuta che dura un intervallo di tempo superiore ai venti minuti, che provoca un danno permanente al cuore.

    Viene detto transmurale, quando si instaura un danno anatomico che interessa l’intero spessore della parete miocardica.
    In questo caso avviene a seguito di una trombosi o di un vasospasmo che determinano l’occlusione totale di un ramo coronarico, sempre in presenza di una lesione aterosclerotica.

    Viene detto intramurale quando si ha l’interessamento solo di uno strato subendocardico.
    Consegue frequentemente a subocclusione od occlusione totale di un ramo coronarico, in presenza di circolo collaterale.
    Nel giro di poche settimane la zona infartuata (si immagini una zona di tessuto miocardico morta, necrotizzata) si trasforma in una cicatrice fibrosa.

    Se l’infarto è piccolo il cuore mantiene le restanti pareti inalterate, e la cinesi viene conservata.
    Se l’infarto è esteso, il cuore ha perso una parte della capacità contrattile, e può apparire alterato anche nelle zone non infartuate.

    La cicatrice fibrosa è più sottile del restante miocardio, rimane acinetica (non si contrae) se la cicatrice è estesa oppure discinetica, cioè presenta una espansione durante la sistole.
    Questa estroflessione può dare luogo, nel corso di mesi o anni, ad un aneurisma (dilatazione) del ventricolo.

    La sede di lesione dipende dalla coronaria occlusa, quanto più prossimale è l’occlusione, cioè quanto più vicina è all’origine, tanto più estesa è la necrosi miocardica.

  2. #2
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    Sintomi

    Nella maggior parte dei pazienti, l’infarto è la prima manifestazione della cardiopatia ischemica.
    Si manifesta più frequentemente nelle prime ore del mattino: il paziente lamenta un dolore simile al dolore dell’angina, ma più acuto e durevole (alcune ore).

    Il dolore non regredisce con il riposo, il paziente è agitato, cerca delle posizioni per calmare il dolore, non regredisce con il riposo.
    Il dolore è spesso associato ad astenia, nausea e vomito, sudorazione fredda.

    Purtoppo non sempre è presente il dolore: l’infarto può essere silente.
    Ciò avviene, ad esempio, nei pazienti affetti da diabete mellito e negli anziani.
    Il riscontro avviene occasionalmente ad un controllo elettrocardiografico .
    Gli anziani possono presentare come unico sintomo la dispnea, cioè difficoltà a respirare.

    Alcuni pazienti interpretano e descrivono il dolore toracico come "maldigestione".
    All’esame obiettivo il paziente è pallido, sudato, aritmico (il ritmo sinusale non è regolare per la presenza di extrasistoli). Nei casi gravi può essere complicato da shock cardiogeno.

    I sintomi dello shock sono: ipotensione, ipotermia e cianosi periferica (le estremità sono bluastre a causa della stasi venosa), confusione mentale ed oliguria (diminuzione della diuresi).

  3. #3
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    La diagnosi è essenzialmente elettrocardiografica .
    E' indispensabile eseguire in urgenza un elettrocardiogramma. Le alterazioni interesseranno il tratto ST, l’onda T e l’onda Q.
    L’elettrocardiogramm a si modificherà nel tempo con il ridursi della lesione ischemica.
    L’ecocardiogramma permette di definire l’esatta localizzazione dell’infarto, visualizzando le zone di alterata cinesi.

    Gli esami del sangue sono importantissimi perché durante l’infarto il cuore libera degli enzimi dalle cellule miocardiche.

    Gli enzimi dosati nella diagnosi sono: CPK (creatinfosfochinasi ), con il dosaggio della frazione di questi enzimi di origine miocardica, SGOT (transaminasi glutammico-ossalacetico), LDH (latticodeidrogenasi ). Recentemente vengono dosati altri enzimi.

    La scintigrafia miocardica viene utilizzata nella valutazione postinfartuale. Questa metodica serve ad individuare pazienti con ischemia residua postinfartuale, a rischio perciò di sviluppare ulteriori eventi ischemici.

  4. #4
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    Complicanze

    Aritmie

    Nella fase acuta dell’infarto possono insorgere tutti i tipi di aritmie, dato che il cuore non pompa con un ritmo regolare.
    Le aritmie possono perciò peggiorare la funzione cardiaca, già compromessa, e possono provocare un aumento della zona infartuata, per deficit della vascolarizzazione cardiaca ed aumento del consumo di ossigeno.

    Fra le aritmie ricordiamo il blocco-atrioventricolare che consegue all’interessamento delle strutture del tessuto di conduzione.
    Le manifestazioni elettrocardiografich e sono varie e dipendono dalla gravità e dall’area interessata.

    Bradicardia sinusale

    L’infarto è frequentemente complicato da bradicardia sinusale, condizione in cui la frequenza cardiaca scende al di sotto di 60 battiti al minuto.
    Quando la frequenza è molto bassa la pompa cardiaca è insufficiente. Se la frequenza scende al di sotto dei 40 battiti al minuto è necessario instaurare un trattamento d’urgenza in ambito ospedaliero.

    Può infatti insorgere ipotensione arteriosa e arresto cardiaco, oppure il quadro elettrocardiografico può evolvere verso la fibrillazione ventricolare. Complicanza temibile è infatti l’evoluzione verso aritmie pericolose per la sopravvivenza: la tachicardia ventricolare e la fibrillazione ventricolare.
    Si capisce il motivo per cui tutte le aritmie, per la loro pericolosità, richiedono il trattamento in ambito ospedaliero.

  5. #5
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    Fibrillazione ventricolare

    La fibrillazione ventricolare è un’emergenza che richiede manovre di rianimazione cardiaca: il ventricolo pompa in maniera caotica, con una frequenza elevata (400 battiti al minuto), la contrazione non è efficace, il cuore pur contraendosi non riesce a pompare il sangue in periferia.

    Ne instaura il quadro di arresto cardiaco. Il paziente può salvarsi solo se prontamente assistito mediante le manovre di rianimazione.
    Ecco perché risulta fondamentale una corretta educazione sanitaria che addestri la popolazione a riconoscerne i sintomi di un attacco coronarico.

    Negli Stati Uniti vengono eseguiti frequenti corsi di formazione di base di rianimazione cardio-polmonare aperto a tutti i cittadini.
    Sull’esempio americano esistono corsi di formazione per volontari anche in Italia.

  6. #6
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    Scompenso cardiaco e shock

    Quando la funzione di pompa del cuore è compromessa si instaura il quadro dello scompenso cardiaco.
    Per chiarire il significato si immagini il cuore che non pompa (la condizione più estrema): il sangue venoso che arriva dalla periferia all’atrio destro non viene spinto al polmone per ossigenarsi e si ha quindi una congestione delle vene.

    D’altra parte, a livello del polmone si avrà un quadro di congestione venosa dovuta al fatto che il ventricolo sinistro non riesce a contrarsi efficacemente e quindi a spingere il sangue nell’aorta ed ai tessuti.I sintomi e i segni dipendono dalla gravità del quadro clinico e dal tempo d’insorgenza.

    I principali consistono in: dispnea (fatica a respirare), rumori polmonari (dovuti alla stasi venosa), alterazioni della pressione arteriosa.

  7. #7
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    Shock cardiogeno

    È la condizione estrema. Può essere il quadro di esordio oppure la fase terminale di uno scompenso cardiaco in rapido peggioramento.
    Consegue ad una perdita di tessuto muscolare cardiaco di almeno il 40 % del totale.

    Il cuore pompa una quantità di sangue che è insufficiente a mantenere la funzione degli organo vitali. Il paziente è in stato confusionale, la cute è fredda e sudata e presenta delle zone cutanee cianotiche (di colorito bluastro per la stasi venosa).

    La pressione arteriosa è bassa o addirittura non misurabile, i polsi arteriosi sono difficilmente prendibili. Si ha contrazione della diuresi. Infine, sopraggiunge l’arresto cardiaco.

    Lo shock cardiogeno può anche essere conseguente ed una ipovolemia (riduzione del volume di sangue), cioè il paziente può perdere liquidi a causa di episodi di vomito, sudorazione profusa, e meccanismi di compenso attuati dall’organismo quali la vasodilatazione.
    In questo caso il quadro è risolvibile mediante l’infusione di liquidi.

  8. #8
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    Altre complicanze sono dovute alla necrosi di determinate aree cardiache.
    Si può avere la perforazione del setto interventricolare, che separa i due ventricoli, o ancora la rottura della parete libera del ventricolo sinistro.

    Quest’ultima evenienza è rapidamente mortale. Si può avere rottura o malfunzionamento dei muscoli papillari, che sono i muscoli che collegano le pareti dei ventricoli ai lembi delle valvole atrioventricolari.

    La terapia di queste complicanze è chiaramente chirurgica.

    I pazienti sopravvissuti ad un infarto presentano spesso un aneurisma delle pareti ventricolari, dovuto all’alterazione della cinesi, più esattamente a discinesia, cioè la parete del ventricolo invece di contrarsi durante la sistole si estroflette.
    Ciò comporta una maggiore probabilità di aritmie, e soprattutto si formano più facilmente dei trombi, formazioni solide, che possono andare in circolo (emboli).

  9. #9
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    Terapia

    Il trattamento ha lo scopo di alleviare la sofferenza del paziente, di ridurre il lavoro cardiaco, di prevenire o risolvere le complicanze.

    Dal momento che circa il 50 % dei decessi avviene nelle prime ore di insorgenza, è ovvio che una diagnosi precoce è essenziale.
    Spesso ne è responsabile l’atteggiamento dello stesso paziente che non è consapevole di avere dei sintomi potenzialmente letali.

    Il pericolo più immediato è rappresentato dall’insorgenza di aritmie pericolose. Il trattamento deve essere immediato.

    Il 118, istituzione ormai nota in tutta Italia, è composto da un Anestesista ed un infermiere professionale.

    Quando giunge la chiamata d’aiuto, in tempi brevissimi, riescono a raggiungere il paziente e ad iniziare le manovre di rianimazione cardio-polmonare.
    Il ritmo cardiaco viene stabilizzato mediante la somministrazione dei farmaci adeguati, quindi il paziente viene trasportato in ospedale.

  10. #10
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    La bradicardia viene trattata con atropina, un farmaco parasimpaticolitico, che inibisce il tono vagale, responsabile appunto dalla bradicardia.

    L’extrasistoli ventricolari con xilocaina , un farmaco antiaritmico.
    Questi farmaci vengono somministrati in vena.

    In presenza di fibrillazione ventricolare si cerca di ripristinare il ritmo con il defibrillatore, apparecchio che impartisce al cuore delle scosse elettriche, al fine di ottenere una cardioversione elettrica.

    Per alleviare il dolore viene utilizzata la morfina , potente analgesico.
    La terapia di shock ipovolemico si basa sull’infusione di liquidi, ad esempio di soluzione fisiologica.

    Una volta giunto in ospedale, il paziente viene immediatamente trasportato in un reparto di unità di cura coronarica (UCC).
    Queste aree di terapia intensiva consentono l’osservazione clinica continua, il monitoraggio elettrocardiografico , un intervento immediato in caso di complicanze.

  11. #11
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    La mortalità è proporzionale all’area di necrosi: tale area può essere ridotta con la terapia fibrinolitica.
    Recentemente viene eseguita la trombolisi, tecnica che utilizza farmaci trombolitici in infusione venosa, mediante la quale si ottiene la lisi del trombo coronarico e la riduzione della dimensione dell’infarto.

    I farmaci trombolitici impiegati più comunemente sono:

    - la streptochinasi , l’urochinasi, l’attivatore del plasminogeno.

    L’efficacia della trombolisi per via sistemica nel ridurre la mortalità e nel limitare l’estensione dell’infarto è stata ormai dimostrata da molti studi lavori scientifici.

    In associazione è sicuramente utile l’aspirina : si è dimostrata una diminuzione della mortalità se somministrata fin dalle prime ore.
    L’estensione della necrosi è limitata da altri interventi farmacologici che hanno come scopo quello di proteggere il miocardio che ha subito l’ischemia.

  12. #12
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    Il postinfarto

    Una volta dimesso e superato il periodo di riabilitazione, il paziente è tenuto a sottoporsi a controllo periodici strumentali:

    • elettrocardiogramma, per valutare la presenza di aritmie o la comparsa di ischemia silente

    • elettrocardiogramma da sforzo, per valutare l’ischemia residua

    • ecocardiogramma, per valutare la contrattilità cardiaca e quindi la funzione di pompa del ventricolo sinistro.

    La terapia cronica dipenderà dalle complicanze residue.
    La terapia a scopo preventivo utilizza gli antiaggreganti (aspirina), ed i betabloccanti.

    I pazienti senza aritmie importanti, con buona funzione di pompa e che non presentano ischemia residua, possono riprendere a condurre una vita normale, senza particolari limitazioni.

    Dovranno però seguire alcune norme di igiene di vita: abolizione del fumo, dieta ipolipidica per mantenere un profilo lipidico ottimale, mantenere un peso normale, condurre una attività fisica costante, ad esempio fare lunghe passeggiate a piedi oppure mediante l’utilizzare della cyclette da casa.
    Sarà anche importante limitare gli stress psico-fisici.
    Ultima modifica di francyfre; 28/12/2011 alle 10:30

  13. #13
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    Cool Il gatto non ha mai infarto

    Dice il dottor Rath che il gatto non ha mai infarto
    ovvero la "ZELLULAR MEDIZIN" (Medicina cellulare)

    Esattamente il titolo di un libro del dr. Matthias Rath enuncia:
    "Perché gli animali non sono soggetti ad attacchi cardiaci ... e gli esseri umani sì?"

    Risposta: "Perché gli uomini non sono in grado di sintetizzare la vitamina C nel loro corpo, e non solo gli uomini: i darwinisti saranno contenti di vedersi associati in questa caratteristica anche con le scimmie!

    Bella consolazione! Infatti un grande gorilla deve fare strage di canne di bambù o per meglio dire di germogli di bambù, per rifornire la sua corporatura da peso massimo degna di un ring del sufficiente apporto di vitamina C, e forse se sapesse della possibilità di reperirla concentrata in comode capsule ve lo vedreste arrivare a saccheggiare la vostra erboristeria!

    A parte il gorilla, anche Bud Spencer, o un uomo qualsiasi può avere bisogno di dosi da gorilla: non per niente infatti, la terapia ortomolecolare è chiamata anche "megavitaminica"

    Questo dosaggio alto si giustifica con il fatto che nella giungla della vita moderna siamo sottoposti ad una serie di insulti, fisici e morali, come lo stress di dover andare sempre di corsa, a piedi o in automobile, e passando in un oceano di inquinamento visibile e invisibile, chimico ed elettro-magnetico.

  14. #14
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    Se il premio Nobel Linus Pauling è famoso per il suo dosaggio di 25 grammi per guarire il cancro, il dottor Fred R. Klenner di Reidsville (Carolina del Nord) non è da meno: per liberare un suo paziente da un pericoloso intruso, iniettò nelle sue vene ben 12 grammi di vitamina C.
    Ed un'altra volta, per una donna con polmonite, arrivò addirittura a 140 grammi in tre giorni, guarendola!

    Anche nel campo ostetrico il dottor Klenner ha ottenuto successi con dosaggi crescenti da 4 a 6 a 10 grammi nei vari trimestri di gravidanza, ottenendo diminuzione di crampi, parti più brevi e meno dolorosi per una migliore resistenza ed elasticità della pelle nell'allargarsi, nessuna emorragia conseguente al parto, nessuna necessità di cauterizzazione, e assolutamente nessuna tossicità riscontrata nelle 300 mamme con quell'alto dosaggio.

    Questa alla faccia dei terroristi dell'alto dosaggio! D'altronde, come si dice, a male estremi estremi rimedi! Infatti, sempre il dottor Klennen, per il quale le megadosi sono una norma (per esempio, nel diabete mellito usa un dosaggio di 10 grammi), suggerisce che per combattere il monossido di carbonio delle automobili, se si immette nel sangue vitamina C ad alti dosaggi (da 12 a 50 grammi, a secondo), quest'alto dosaggio trasforma istantaneamente il monossido dell'emoglobina in biossido di carbonio.

  15. #15
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    Al dottor Rath piace porre domande da quiz, e ci chiede ancora come mai gli orsi non si siano estinti, visto che hanno elevatissimi livelli di colesterolo nel loro sangue: infatti, gli orsi, come altri animali che vanno a passare un po' di settimane bianche cadendo in letargo, hanno una media di più di 400 milligrammi di colesterolo per decilitro!

    A quest'ora, gli orsi sarebbero andati a fare compagnia ai dinosauri mostrando le loro ossa in qualche museo di scienze naturali! Osserva infatti giustamente il dottor Rath che gli attacchi cardiaci li avrebbero decimati e fatto estinguere la loro razza! Cosa che non è avvenuta: perché?

    Semplicemente perché, come egli dice anche in un altro suo libro "Eradicating Heart Disease" ("Debellare la cardiopatia", pubblicato nel 1993), gli animali producono vitamina C a sufficienza, e pur avendo il colesterolo altissimo non sono soggetti ad attacchi cardiaci, che sono il risultato primario di carenza vitaminica, e non di ipercolesteremia.

    Ribadisce quindi, nel libro "Perché gli animali non sono soggetti ad attacchi cardiaci ... e gli esseri umani sì!" (riferiamo testualmente):
    "Il fatto che gli orsi non si sono estinti dimostra :

  16. #16
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    1. Gli elevati livelli del colesterolo nel sangue non sono la causa primaria dell'arteriosclerosi , degli attacchi cardiaci e degli ictus.

    2. Raggiungere e mantenere la stabilità delle pareti arteriose attraverso l'apporto ottimale di vitamine è più importante che ridurre il colesterolo ed altri fattori di rischio nel flusso sanguigno.

    3. Il colesterolo ed altri fattori di riparazione nel flusso sanguigno possono solo diventare fattori di rischio se le pareti arteriose sono indebolite da una carenza vitaminica cronica."

    Se lo sapesse il gorilla! Si arrabbierebbe o morirebbe di invidia per gli orsi! E anche Tarzan lancerebbe un feroce urlo di disappunto nella foresta!
    Ma che cosa è successo per meritarci questo?
    E' stata per caso colpa di Adamo ed Eva?

    Forse, è comunque un incidente biologico, come spiega il biochimico Irwin Stone (a cui Linus Pauling ha dedicato il suo Vitamin C and the Common Cold nel 1970) nel suo libro The Healing Factor (Grosset & Dunlap, New York, 1972), chiamando questo difetto "ipoascorbemia".

  17. #17
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    Egli spiega che ad un certo punto, un nostro progenitore fu colpito da "catastrofe biochimica" per cui, da quel momento dovette anche soffrire per una carenza dell'enzima epatico necessario a sintetizzare l'acido ascorbico: l'l-gulonicolattone-ossidasi.

    Ci sarebbe da indagare poi per qual remoto motivo, oltre che ai primati superiori, lo stesso guaio è capitato ad un pipistrello indiano frugivoro, ad un ******* (il "bulbul") e alla cavia.
    Tutto ciò implica la dipendenza dal cibo per la sopravvivenza e per l'apporto di vitamina C, perché in caso di prolungata carenza si contrae lo scorbuto e si muore, come succedeva ai marinai che intraprendevano un tempo lunghi viaggi e che quindi mangiavano cibi conservati e non freschi.

    Ma la stessa fine abbiamo fatto noi nella nostra epoca, poiché bastano cento giorni di carenza di vitamina C per provocare lo scorbuto.
    Cosa non improbabile visto che mangiamo cibi in scatola e devitalizzati soffrendo, peggio ancora, di vari disturbi che non sono altro che scorbuto subclinico, senza saperlo.

    Anzi, se qualcuno ce lo dicesse, ci offenderemmo pure, come di una malattia per poveri, malnutriti o denutriti! Noi, malnutriti, noi che spendiamo un sacco di soldi al supermercato! noi, che usciamo sempre dal supermercato col carrello traboccante..



    ATTENZIONE: PRIMA DI USARE QUALSIASI RIMEDIO O VITAMINA, CONSULTARSI SEMPRE COL PROPRIO MEDICO CURANTE
    Ultima modifica di francyfre; 28/12/2011 alle 10:30

  18. #18
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    La Medicina Cellulare

    (di Vitale Onorato)

    LA MEDICINA CELLULARE

    Il dottor Matthias Rath, che ufficialmente Linus Pauling ha designato come suo ideale successore, ha fondato la medicina cellulare, nuova concezione che considera la maggior parte delle malattie come conseguenza di carenze vitaminiche nei milioni di cellule che noi abbiamo nel nostro organismo.

    Questa nuova concezione di salute e malattia, ci riaccosta ad Ippocrate, perché sempre di cibo si tratta, parlando di integratori di vitamine e minerali, integrazione concentrata secondo le esigenze moderne relative ad un cibo sempre più manipolato, anche ora geneticamente e ad un cibo estraneo che sono i veleni che mangiamo col naso oltre che con la bocca, con la pelle, con tutte le nostre cellule.

    Per cui, come ad un nemico armato di fucile non si può rispondere con un pugnale, così a carenze esagerate aggravate da supernutrizione di veleni non si può che rispondere con un super-cibo.

    Quindi il dottor Rath ci fa comprendere nel suo libro che espone la sua teoria e metodo terapeutico, come le cellule del corpo umano abbiano diverse funzioni: le cellule delle ghiandole producono ormoni, i globuli bianchi producono anticorpi, le cellule del muscolo cardiaco (miocardio) generano l'energia elettrica destinata a far battere il cuore.

  19. #19
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    La funzione specifica di ogni cellula è decisa nella predisposizione ereditaria, nel nucleo della cellula. Potremmo chiamarlo, modernamente, un circuito integrato per lo scambio cellulare.

    Ma a prescindere dalla varietà delle funzioni, ogni cellula utilizza gli stessi supporti di bioenergia, i biocatalizzatori, per le varie reazioni biochimiche essenziali che si producono nella cellula.

    Una gran parte di questi biocatalizzatori non possono essere fabbricati all'interno dell'organismo, devono essere introdotti dall'esterno: vitamine, minerali, oligoelementi,, certi aminoacidi, e comunque, anche ciò che viene fabbricato internamente ha bisogno di questi biocatalizzatori perché siano prodotti: niente avviene dal nulla o gratuitamente!

    Senza l'apporto regolare, quindi quotidiano, e ottimale, quindi la dose che serve, di più ma non di meno, di questi supporti bioenergetici, le cellule non possono svolgere bene il loro ruolo.
    La qual cosa significa che gli organi non possono funzionare bene a lungo, e più a lungo dura questa squilibrio più grave sopraggiunge la malattia.

    Questi concetti il grande genio di Leonardo da Vinci li aveva già espressi a suo tempo, parlando dell'equilibrata supplementazione energetica e nutritiva che deve compensare quella eliminata e consumata!
    Ed è questo il programma e il trattamento di base del dottor Rath: il pensiero leonardesco.

  20. #20
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    Ossia, reintegrare, in dosaggio opportuno, proporzionato al bisogno quotidiano o alle carenze accumulate nel tempo con relativi danni, quei biocatalizzatori essenziali e indispensabili che, essendo stati usati per le funzioni quotidiane, più o meno variegate e numerose e forti, sono state eliminati, e quindi bisognosi di una sostituzione:
    un fiammifero usato non si riaccende, ce ne vuole un altro!

    La benzina usata viene eliminata, e la legna bruciata produce cenere: per il nuovo fuoco ci vuole altra legna non la cenere!
    Per questo il dottor Rath chiama questi biocatalizzatori "il combustibile biologico per le migliaia di reazioni biochimiche di ogni cellula".

    Certi precedenti paragoni possono sembrare ovvi o ridicoli, ma poi non lo sono per il vostro corpo, per il quale non vi preoccupate del reintegro fino ad ammalarvi solo perché esso, nella sua perfezione intelligente, si arrangia, usando le riserve o supplendo con varie operazioni previste di ripiego:

    come quando produce colesterolo internamente, quando non gliene apportate esternamente.O come quando trasforma un minerale in un altro, in caso di carenza.
    Come ci insegnano le teorie confermate dai numerosi esperimenti del grande genio Corentin Louis Kervran, il biologo bretone autore delle prove di trasmutazione a debole energia in geologia, fisica e biologia (v. il mio libretto "Ossa" per eventuale approfondimento).
    Ultima modifica di francyfre; 28/12/2011 alle 10:30

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