Questa discussione dal titolo Autostima = Salute è all'interno del forum Medicine naturali; "La storia ha dimostrato che i vincitori più degni di nota hanno di solito incontrato ostacoli strazianti ...
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Autostima = Salute
"La storia ha dimostrato che i vincitori più degni di nota hanno di solito incontrato ostacoli strazianti prima di trionfare.
Hanno vinto perchè si sono rifiutati di lasciarsi sconfiggere dalle sconfitte" 
B.C.Forbes
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Cos’è l’autostima
L’autostima è la valutazione che ci diamo, il nostro modo di viverci. Dagli psicologi è stata definita in tante maniere, anche complesse, quali "concetto di sé", "abilità personale", "autopercezione" , ma tutti noi sappiamo che in base alla nostra autostima dipendono proprio tante cose. Quante volte ci sarà capitato di sentirci dire "non hai fiducia in te", "non sei consapevole delle tue potenzialità", oppure "ma chi ti credi di essere"… tutti problemi di autostima!
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L’autostima viene determinata da informazioni oggettive e soggettive, riferite a tre tipi di sé:
- sé reale: è la valutazione oggettiva delle nostre competenze
- sé percepito: è la nostra valutazione del sé reale.
Difficilmente sé percepito e sé reale coincidono, si rischia sempre di fare "errori di valutazione"
- sé ideale: è come desideriamo essere. Esso è influenzato dalla cultura e dalla società.
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I problemi legati all’autostima nascono dalla discrepanza tra sé ideale e sé percepito. Se tendiamo a svalutarci, ci sentiamo troppo lontani da come desideriamo essere, il nostro modello ideale ci appare troppo lontano e irraggiungibile, e noi ne soffriamo. Al contrario, le persone che si sopravvalutano sono convinte di essere come desiderano, hanno raggiunto il loro ideale, ma questa è più che altro la loro opinione.
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Il concetto di autostima non è unitario ma si riferisce a differenti ambiti: sociale, scolastico/lavorativo, famigliare, corporeo
- sociale: è in relazione alla cerchia di amici e conoscenti, al rapporto col partner. Si tratta di come stiamo quando siamo con gli altri, se ci sentiamo approvati, sostenuti, aiutati…
- scolastico/lavorativo: quanto ci sentiamo bravi nell’intraprendere un’attività e i vantaggi che questo comporta: buoni voti, carriera, soddisfazione…
- familiare: è influenzata dalla sicurezza affettiva. Nei bambini è saliente il rapporto madre-figlio e le valutazioni dei genitori
- corporeo: è legata all’aspetto fisico e alle prestazioni fisiche.
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L’autostima, influenza l’autoefficacia, cioè la consapevolezza di poter raggiungere obiettivi, influenza il tono dell’umore, le relazioni affettive, in generale, influenza il successo nella vita e le scelte di ogni tipo.
Alcune malattie psichiche vanno proprio ad intaccare l’autostima, basti pensare alla depressione, a causa della quale il paziente si disprezza e si svaluta, o la mania, per cui il malato si sente una persona molto importante.
Gli psicoterapeuti aiutano i pazienti con problemi legati all’autostima con un apposito training, decidendo su quale dei tre aspetti del sé risulti più opportuno lavorare:
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- I pazienti che necessitano di un intervento sul sé reale, sono in genere persone con poche competenze, è bene insegnare loro abilità di comunicazione, risolvere problemi… insomma, sviluppare al meglio le loro potenzialità. Pensiamo al caso di un ragazzo molto timido che pensa di non piacere alle ragazze: l’intervento sarà volto a migliorare le sue competenze sociali per gestire con successo i rapporti interpersonali.
- Quando vi è la tendenza a svalutarsi eccessivamente, è meglio intervenire sul sé percepito aiutando la persona ad esaminare obiettivamente le proprie competenze, riportando fatti che vadano a contrastare le false credenze. Ad esempio, un’anoressica che rifiuta di mangiare perché si vede grassa necessita di un intenso lavoro sulla corretta percezione dell’immagine corporea.
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Meglio concentrarsi sulla correzione del sé ideale qualora il paziente voglia raggiungere dei traguardi per lui davvero eccessivi. Si tratta di aiutarlo a capire da dove provengono i suoi ideali e aiutarlo a ridimensonarli, come nel caso di una teen-ager che si sente fallita perché vorrebbe fare la modella ma è troppo bassa.
Alessandra Banche
L’intero articolo http://www.ascoltopsicologico.it/sit...&id_rubrica=42
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Lo sviluppo dell'autostima
La formazione dell’autostima è un processo lungo e complesso, ha origine nei primi anni di vita e prosegue nell’età adulta. Il concetto che abbiamo di noi può subire continue variazioni, in genere, andando avanti con gli anni, si diventa anche meno esigenti con sé stessi, meno dipendenti dal giudizio degli altri e più bravi a valutare le proprie abilità con maggiore oggettività.
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Infatti, la consapevolezza che abbiamo di noi stessi è spesso (a volte purtroppo) influenzata dal rimando che riceviamo dall’ambiente, a partire dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi.
Esperienze di vita positive possono assai modificare il nostro modo di valutarci e migliorare la nostra qualità di vita: già, perché dall’autostima dipende anche il tono dell’umore, la sensazione di essere appagati…
Gli interventi psicoterapeutici rivolti all’autostima sono frequenti, il terapeuta può infatti aiutare il paziente a vedersi con occhi più realistici e meno esigenti, oppure insegnargli abilità di cui è carente.
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Nei primi anni di vita non si ha una visione personale delle cose e si dipende per tutto dai genitori, in particolare dalla mamma. Sarà perciò la mamma a suggerire al bambino se è stato buono, se è stato obbediente e se lei è soddisfatta di lui. La mancanza di una propria soggettività fa sì che l’autostima sia inizialmente un "sé allo specchio", ovvero il bambino si giudica con gli occhi di chi si occupa di lui. Anche le capacità di autocontrollo sono scarse e fino ai 4 anni devono essere gli adulti a suggerire al bambino come ci si deve comportare.
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Attorno ai 5 anni l’autocontrollo diventa interno, cioè si acquisisce la capacità di autocomandarsi quale sia il comportamento corretto nelle situazioni. Il bambino è un essere pratico, concentrato su cose tangibili perciò la sua autostima è soprattutto legata all’aspetto fisico, alla sfera emotiva (sentirsi felice o infelice) e, in un secondo tempo, sulle proprie abilità, sulle prestazioni. Verso i 10 anni si comprende che gli altri sono persone distinte, con le proprie esigenze, i propri pensieri e preferenze.
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Diventa importante imparare a relazionarsi in modo adeguato anche per il proprio tornaconto, per ottenere dagli altri ciò che si desidera (la compagnia, un favore…). Le abilità sociali sono salienti in adolescenza, quando la persona dà risalto alle relazioni esterne alla famiglia: avere successo con il gruppo dei pari rafforzerà l’autostima.. Le persone timide ed introverse, anche se brillanti, possono avere i primi rimandi negativi, sentimenti di inadeguatezza ed esclusione.
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Ci vuole ancora un po’ di tempo, fino ad arrivare all’età adulta, ai 18 anni circa, per dare maggiore rilevanza ai valori morali, staccarsi dal pensiero del gruppo e far valere la propria individualità. La capacità di vivere rispettando ciò in cui si crede origina un soddisfacente concetto di sé. Ci si perfeziona, e si impara a discriminare lievi sfumature, a riconoscere di essere eccellente in certi ambiti e scarso in altri: sono i bambini a ragionare in modo dicotomico, o sono bravi, o sono cattivi!
Alessandra Banche
Ultima modifica di francyfre; 20/12/2011 alle 11:20
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Socialità e sviluppo individuale
Molte ricerche, già a partire dagli anni 70, hanno cercato di analizzare le dinamiche d’interazione del bambino con l’adulto. È importante considerare, infatti, lo sviluppo del Sé come un prodotto della relazione tra il bambino e la sua realtà oggettuale (padre, madre…).
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BRONFENBRENNER (1977), parla a tal proposito di ecologia dello sviluppo infantile. Per analizzare meglio questa prospettiva, è utile far riferimento ad una gamma di fattori:
• ORGANISTICO: fattori responsabili delle caratteristiche del comportamento;
• INTERATTIVO: gli scambi relazionali;
• RELAZIONALE: i legami interpersonali;
• SOCIALE: i legami diadici che si inseriscono all’interno di un gruppo.
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L’esperienza relazionale del bambino, dipende da questi fattori ed ogni risposta dell’individuo rappresenta un tassello del suo sviluppo.
Secondo una prospettiva interazionista, individuo-ambiente trans-agiscono (interagiscono dinamicamente), a partire dalle prime esperienze di scambio emotivo che l’individuo sperimenta: ciò ci riconduce alle prime forme relazionali, ovvero al rapporto madre-bambino.
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La qualità di questa relazione determina lo sviluppo della personalità. JOHN BOWLBY (1988) sostiene che quando una madre e il suo bambino sono l’uno di fronte all’altro, si ha una prima fase di interazione sociale, che va comunque inquadrata nella rete delle diverse forme relazionali che il bambino sarà in grado di costruire nei suoi primi anni di vita. In base a questa prima forma di relazione, alcuni studi hanno voluto documentare l’influenza che, forme devianti d’interazione hanno nella formazione della personalità, a partire dalle reazioni del piccolo ad alcuni comportamenti materni.
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È il caso delle ricerche effettuate sulle madri depresse, in cui si sono evidenziate risposte asincroniche da parte di quest’ultime, rispetto alle espressioni del bambino.
La percezione che l’infante ha dell’ambiente circostante, i significati che egli attribuisce agli eventi, dipendono essenzialmente dalla qualità delle relazioni sociali, che costellano la sua esperienza. ROTTER (1954), definisce importanti, per lo sviluppo della personalità, le aspettative future e le mete che, entrambe, indirizzano la condotta. In tale prospettiva, un disturbo di personalità, potrebbe configurarsi come il prodotto di aspettative e mete inadeguate.
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Esperienze sociali e caratteristiche di personalità, diventano importanti al fine di comprendere il soggetto e la sua storia. Situazioni avverse e inadeguatezze individuali, possono amplificare tratti di personalità devianti e produrre uno sviluppo distorto. Secondo la definizione di HAMPSON (1982), la personalità è una costruzione che si dispiega lungo tutto il corso della vita. Ogni fase evolutiva si caratterizza per stili e modalità di comportamento.
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