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Discussione: Relazione fra medico e paziente...

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    Un incontro benefico

    La figura del Medico di Medicina Generale che opera sul territorio si delinea come figura essenziale per una presa in carico completa del paziente: case manager di molti pazienti che si muovono tra l’istituzione ospedaliera, gli specialisti e gli operatori della medicina alternativa.

    Depositario della storia clinica - e non solo - dei suoi assistiti che si muovono più o meno consapevolmente all’interno della rete dei servizi, il medico di famiglia opera spesso solo, gestendo l’unicità di ogni caso clinico.

    Nelle occasioni di confronto che si sono create durante il nostro progetto, si è delineato con chiarezza il valore di una riflessione sulle esperienze relazionali che si susseguono nello svolgersi della professione medica.
    Valorizzare gli obiettivi raggiunti con successo, elaborare il dolore e gli insuccessi.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 17:58

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    Relazione fra medico e paziente...
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    Tuttavia tale elaborazione, che può avviarsi in solitudine, si realizza pienamente nello scambio che si attua in un dialogo e nel confronto di esperienze.
    A questo scopo, oltre che per l’utilità di un sostegno pratico tra colleghi e della collaborazione interdisciplinare, rispondono la medicina di gruppo e i diversi fenomeni di associazionismo.

    Abbiamo riscontrato come la costituzione di gruppi di lavoro in contesti formativi, possa rappresentare un’occasione preziosa proprio per poter riflettere insieme, a partire da vissuti ed esperienze comuni, sulle possibili risposte, su soluzioni percorribili, su aspetti a volte invisibili, sottovalutati, ma che si rivelano importanti per vivere in modo significativo la propria professione.

    L’elaborazione delle esperienze vissute genera apprendimento di competenze relazionali e apre la strada anche ad una visione più positiva del dolore e della cronicità, consentendo di ritrovare speranza – per sé e per i propri pazienti - anche laddove sembrava non essercene più.

    In questo senso riteniamo che il benessere del medico e una buona comunicazione con il paziente vadano di pari passo nel costruire una relazione efficace col paziente e una medicina “a misura d’uomo”.

    FONTE: istud.it
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 17:59

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    La comunicazione tra medico e paziente oncologico

    (Oncologia di Massimiliano D'Aiuto)

    Il nuovo Codice deontologico del medico italiano sancisce, da una parte, il diritto del paziente a ricevere informazioni - fornite con attenzione e sensibilità - circa la sua malattia e, dall'altra, il dovere del medico ad ottenere un consenso informato da parte del malato su eventuali procedure diagnostiche e terapeutiche.

    In Italia si sta abbandonando la posizione paternalista, derivata dall'antica medicina ippocratica, dove solo il medico conosce e decide con la sua autorità, e si va sviluppando il principio di autodeterminazione (dottrina del consenso informato), secondo cui il paziente è visto come parte attiva nel processo della decisione circa cure e trattamenti.

    Tale dottrina ha assunto particolare rilievo in oncologia.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:00

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    Un problema non sempre facile da risolvere è quello del come tradurre nella pratica clinica il consenso informato, tenendo conto di una situazione urgente, ambigua dal punto di vista prognostico e soggetta a continui mutamenti, quale può essere - spesso - quella dei pazienti oncologici.

    Tale problema non investe soltanto i medici, che sono legalmente vincolati dalla richiesta del consenso, ma coinvolge anche le altre figure professionali che prestano assistenza al malato, in quanto un clima complessivo consenziente o meno con l'orientamento del medico può essere facilitante o, al contrario, destabilizzante per lo sviluppo della relazione terapeutica.

    Nonostante l'orientamento legislativo ponga sempre di più l'accento sull'obbligo del consenso informato, numerosi studi riportano che meno del 50% degli operatori informa correttamente i malati di cancro; ciò sottolinea un'inadeguata preparazione al dialogo con il malato ed i suoi familiari.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:00

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    Analizzando l'ampia letteratura a disposizione emerge, invece, quanto un valido modo di comunicare influenzi positivamente l'atteggiamento psicologico del paziente oncologico, con notevole miglioramento della qualità di vita.

    Il paziente ha diritto di essere informato, di scegliere se e a quale trattamento sottoporsi e di conoscere eventuali rischi per la sua integrità derivanti da procedure diagnostiche o interventi chirurgici.

    Pertanto, in generale, è giusto ed etico informare il paziente, rispettando sempre la sua sensibilità ed i corretti tempi e modi dell'informazione.

    Questo nuovo modo di procedere pone però alcune problematiche, tra cui quella costituita dall'inquietante domanda: il malato desidera effettivamente conoscere la propria diagnosi e la relativa prognosi?

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:01

  7. Registrato da
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    Da numerose indagini effettuate intorno agli anni settanta/ottanta, negli Stati Uniti, nell'Europa del Nord e in Giappone, la volontà dell'ammalato di conoscere la propria diagnosi, anche se relativa ad una malattia grave, è valutata in una percentuale oscillante tra il 70% e il 90%.

    Per quanto riguarda la volontà di conoscere la prognosi, anche se infausta, i dati sono più contrastanti, variando dal 30% all'80%.

    Uno studio pubblicato nel 1998, a sottolineare un mutamento sostanziale nell'evoluzione culturale del paziente, ha dimostrato che la maggior parte dei malati di cancro desidera conoscere esattamente la diagnosi e la prognosi della propria malattia, le possibilità di cura ed i più rilevanti effetti collaterali, esigendo di essere direttamente coinvolta nelle scelte e nelle decisioni che riguardano la strategia terapeutica.

    Il desiderio di non conoscere tali informazioni viene espresso solo da una minoranza dei casi, soprattutto da parte di soggetti anziani, di soggetti in fase avanzata di malattia o provenienti da aree socio-culturali meno evolute.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:02

  8. Registrato da
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    L'autore dello studio rileva la presenza di una frequente discrepanza fra i desideri e le aspettative che il paziente ripone nella comunicazione con il medico e le modalità con cui tale comunicazione viene fornita.

    Molto spesso gli specialisti informano il malato in maniera meccanica ed impersonale, senza permettere al paziente di esprimere dubbi e preoccupazioni.

    Il medico, così operando, alimenta uno stato di ansia nel malato, lo rende incapace di comprendere ed interpretare correttamente le notizie che gli vengono fornite e facilita l'elaborazione di un quadro distorto e spesso peggiorativo della realtà.

    Sebbene nei malati di cancro un certo livello di ansia e di depressione sia inevitabile e rivesta anche un significato di adattamento per l'individuo nel rapporto con la realtà, stati psicopatologici sottovalutati - e quindi non trattati - aumentano la sofferenza, peggiorano la qualità della vita e possono compromettere l'aderenza alle cure, rappresentando una vera e propria malattia nella malattia.

    FONTE: guide.dada.net
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:02

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    atto complesso

    L'atto medico è sicuramente un procedimento complesso in cui si integrano vari aspetti: quello delle conoscenze specifiche sulla materia, la capacità di informare e favorire la crescita e la comprensione del paziente per quanto riguarda il suo personale problema, la capacità da parte dello stesso terapeuta di riconoscersi in chi gli chiede di essere curato
    per poterlo comprendere come persona e non come macchina derivata dall'assemblaggio di vari organi.
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  10. Registrato da
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    bicchiere mezzo pieno

    E' di fondamentale importanza fornire le spiegazioni più esaurienti possibili affinchè il paziente possa avere una comprensione del suo problema in base alle sue conoscenze e al suo livello culturale.
    Il tutto deve essere spiegato senza sottovalutare i problemi ma con un atteggiamento ottimistico, mai allarmistico o tale da suscitare panico e depressione. Bisogna sempre far vedere un bicchiere mezzo pieno.
    Mantenere il morale più alto possibile aiuta l'organismo a esprimere al meglio le potenzialità del sistema PSICONEUROENDOCRINOI MMUNITARIO e favorise una migliore adesione del paziente ai provvedimenti terapeutici che riguardano la sua salute.
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  11. Registrato da
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    rapporto verbale

    Il paziente deve essere informato nella maniera più obbiettiva possibile
    e non deve mai pensare che qualcosa gli venga imposto, avendo quindi la chiara coscienza di essere il soggetto e non il bersaglio di qualsiasi terapia. Per questo il rapporto verbale è molto importante, non meno della parte squisitamente tecnica e legata alle conoscenze.
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  12. Registrato da
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    Il mio parere...

    alla luce delle mie esperienze di vita con i medici (e purtroppo ne ho conosciuti tanti) mi duole dire che la maggior parte sono macellai senza cuore: dimenticano di avere a che fare con esseri umani e si interessano solo ai soldi.

    Poi, per fortuna, qualche eccezione c'è. Ma la cosa più triste è che, senza abitare in Congo o in terre lontane dalla civiltà, ci si sente abbandonati e soli di fronte alla malattia.
    Ognuno di noi deve divenire il miglior amico e medico di sè stesso... perchè affidarsi agli altri, anche se spesso inevitabile, è rischioso.
    Meglio sta chi ha il padre o lo zio medico... se sei raccomandato, come negli altri campi, ti va senz'altro meglio... ma se sei un paziente qualunque...

    Troppi medici dovrebbero farsi un corso di psicologia ed umanità... è difficile credere che certa gente che ci troviamo davanti abbia un giorno pronunciato il giuramento di Ippocrate!

    spesso sono meglio i dottori giovani, perchè, anche se con poca esperienza pratica, sono freschi di studi ed ancora non marci nell'anima... ti ascoltano, ti spiegano... gli altri non ti stanno nemmeno a sentire, danno solo ordini e ti trattano come un numero...

    ovviamente, ripeto, qualche eccezione c'è... ma la cosa migliore è sempre avere un parente stretto medico e magari primario: allora tutto cambia...
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:04

  13. Registrato da
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    Re: Il mio parere...

    Cara bau, capisco la tua rabbia.
    Ci sono tanti pazienti che lamentano di sentirsi soli con la propria malattia a causa della superficialità e atteggiamenti distaccati del personale e delle strutture sanitarie.

    Credo che non potranno che prendere in seria considerazione queste lamentele e cercare di portare delle adeguate modifiche in questo campo. Oggi sempre più medici si rendono conto di questo malcontento che circola tra i pazienti, e quei medici, sono quelli che hanno deciso per conto loro di cambiare atteggiamento senza aspettare ordini dall’alto.

    Prendono in seria considerazione il malato e cercano di “informarlo” sulla sua malattia. Questi medici hanno un’altra visione dell’arte medica, che è quella di rendere consapevole e responsabile il malato in primo luogo della causa dei suoi disturbi e della potenzialità che può avere per guarire.

    Il malato, dal canto suo, deve avere la possibilità di poter collaborare col medico, in modo da formate una squadra attiva con lo scopo di raggiungere un obiettivo finale: il benessere per il malato e la soddisfazione professionale per il medico.
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:05

  14. Registrato da
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    Re: Il mio parere...

    mai farsi sopraffare dal pessimismo

    Certo, non solo Anna, ma una medicina sana deve sapersi mettere in discussione per questi vuoti di relazione coi pazienti, deve prendere coscienza dei suoi limiti, per rilanciare una figura professionale che abbia la capacità di relazionarsi col paziente in un rapporto sano, cioè terapeuticamente efficace.

    Comprendo il pessimismo di Bau che certamente può avere avuto qualche esperienza non particolarmente felice, ma la invito a non farsene sopraffare, pensando che le esperienze positive e negative fanno parte della vita di tutti i giorni e che, e che accanto non dico a persone, ma a comportamenti biasimevoli o carenti, ci sono esempi di comportamenti validi e apprezzabili.
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:06
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  15. Registrato da
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    Il medico

    Il medico
    Il Codice deontologico cerca di tradurre nella pratica clinica l'esigenza di salvaguardare la libertà dell'individuo nella gestione della propria salute come un valore fondamentale e sottolinea che il consenso informato non va inteso dal medico come strumento di difesa da eventuali conseguenze giudiziarie, ma come mezzo fondamentale per rispettare la dignità del malato, per mobilitarne le risorse e per consentire un rapporto di fiducia/alleanza.

    È inoltre auspicabile che il consenso informato non sostituisca, ma integri il dialogo, la comunicazione e la decisione consensuale; fasi, tutte, che esprimono e rafforzano una relazione serena e matura tra il malato ed il medico.

    Per poter applicare correttamente nella pratica clinica il consenso informato occorre tenere presente l'esistenza di fattori che, soprattutto in ambito oncologico, possono interferire con una serena comunicazione.

    Essi sono il ruolo del medico, il contesto in cui questi si trova ad operare, la malattia, la relativa terapia ed il contesto familiare del paziente.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:07

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    Il medico, nello stabilire la strategia terapeutica per ciascun paziente, si trova di fronte a difficoltà di carattere decisionale e comportamentale, in quanto la necessità di una comunicazione chiara ed obiettiva può entrare in contrasto con la preoccupazione di avviare una relazione difficile con il paziente.

    Infatti, in un recente lavoro emerge - dalle risposte ad un questionario sulla comunicazione in oncologia - il contrasto tra l'accordo prevalente sulla necessità di una comunicazione chiara circa diagnosi, prognosi ed opzioni terapeutiche da un lato e la pratica clinica dall'altro, in quanto un numero rilevante di medici tende ad occultare verità spiacevoli per il paziente, anche per evitare la manifestazione di proprie emozioni e sentimenti.

    La maggior parte della letteratura considera necessaria una formazione specifica per il medico poiché né la conoscenza scientifica, né l'addestramento tecnico sono di per sé sufficienti a scindere il legame del personale curante sia con la propria cultura che con le esperienze personali e familiari.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:07

  17. Registrato da
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    La comunicazione è inoltre influenzata dall'ambiente in cui vengono ad interagire il medico ed il paziente (struttura ospedaliera, ambulatorio, day-hospital, ecc.) ed in un tale contesto assume un ruolo rilevante tutto il personale coinvolto nell'assistenza del malato.

    I reparti e le strutture di assistenza medico/oncologica ad elevato livello tecnologico sono spesso fortemente orientati alla rapidità ed alla produttività, lasciando sempre meno tempo all'equipe curante per condividere ed elaborare gli aspetti emotivi e le responsabilità deontologiche.

    La corretta informazione del malato può essere, inoltre, resa difficoltosa da fattori inerenti la patologia stessa. Le procedure diagnostiche e terapeutiche sono sempre più complesse e sofisticate, spesso difficili da essere spiegate in termini semplici e comprensibili per il malato.

    È per questo motivo che l'informazione non può essere una "pratica" da espletarsi in pochi minuti, ma rappresenta invece un processo graduale che può richiedere ripetuti contatti fra medico e paziente: il medico potrebbe avvalersi di specifici programmi di informazione.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:08

  18. Registrato da
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    Una informazione chiara e sincera può, infine, incontrare un ostacolo nel contesto familiare del paziente.
    Se nella maggioranza dei casi il malato desidera conoscere la diagnosi, la stragrande maggioranza dei familiari vuole che questa gli venga accuratamente occultata.

    Tale comportamento può essere interpretato come una modalità psicologica mediante la quale il familiare fa fronte alla sua angoscia di morte.
    L'insistenza del familiare non deve comunque interferire sulla possibilità che tra medico e paziente si costituisca una franca ed aperta comunicazione.

    Il medico dovrebbe, proprio in queste situazioni, aiutare i familiari a comprendere quali potrebbero essere i vantaggi di un rapporto che si basa sulla chiarezza e sulla verità e quali, al contrario, potrebbero essere gli svantaggi di un rapporto insincero, motivato da malintesa pietà.

    Per superare questo ostacolo, una corretta formazione psicologica, unitamente alla disponibilità di adeguati programmi di informazione, potrebbe agevolare il difficile compito del personale curante.


    FONTE: guide.dada.net/oncologia
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:08

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    Re: Il mio parere...

    bisognerebbe avere un medico di fiducia... un medico che sia anche un amico... ma non è facile... comunque, mai smettere di cercare.
    Oggi poi, secondo me ,molti medici non si rendono conto che,con l'espandersi della cultura, non possono più sparare a zero e dire stupidaggini:

    il malato spesso non è uno sprovveduto e sa almeno un poco di cosa si sta parlando!! è finito il tempo in cui, a causa dell'ignoranza e della soggezione, si rimaneva zitti a capo chino a lasciarsi martorizzare...

    ma la cosa che mi lascia sconvolta è la non disponibilità di molti:se vai da un medico nuovo, dovrai un minimo farti conoscere e spiegargli i sintomi... invece o non ti fanno parlare o non ti ascoltano proprio (magari pensano al pranzo, telefonano o sbadigliano)... credo che in certe città la situazione sia migliore...

    è vero che non bisogna essere pessimisti, come è anche vero per alcuni di noi che, se quel giorno lì non avessimo incontrato quel medico, le nostre vite sarebbero state diverse... nel bene e nel male... è questo che un medico non dovrebbe dimenticare: la responsabilità che ha nella vita della gente.

    Ma magari parecchi sono atei e non danno valore a tante cose... qualcuno mi ha detto: "non è etico affezionarsi ai pazienti!".
    Io non dico di affezionarsi, bensì di tenere sempre presente che si ha a che fare con degli esseri umani e che, fino a prova contraria, non siamo dal macellaio!

    A proposito, non mangio neppure la carne, quindi i macellai li odio, di qualunque specie essi siano..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:10

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    Re: Il mio parere...

    padri e figli

    Il rapporto medico-paziente non può più essere di tipo paternalistico. Il medico deve informare il paziente e rispondere in modo comprensibile alle sue domande.
    La crescita del livello di cultura sanitaria è un fatto positivo, senza dimenticare però che non può limitarsi a una serie di numeri che assumono un significato se valutati globalmente e secondo una visione critica, altrimenti possono innescare bombe emotive non facilmente gestibili.

    Il medico deve essere cosciente del suo ruolo: non deve creare dipendenze, ma aiutare il paziente a camminare con le sue gambe favorendo la sua crescita interiore il recupero della fiducia e ottimismo nella vita: questa è l'impresa più ardua e richiede una collaborazione reciproca, senza confusione di ruoli.

    Ci sono medici troppo padri e pazienti troppo figli...
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:11
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  21. Registrato da
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    Programmi di informazione

    I programmi di informazione consistono in una serie di interventi appositamente studiati al fine di aumentare la conoscenza del paziente sulla malattia, sul trattamento e sui più comuni problemi da affrontare.

    Il presupposto di questi programmi è che un aumento della conoscenza diminuisca il senso di smarrimento e di incontrollabilità, favorisca comportamenti più adeguati ed una partecipazione più attiva alle cure.

    Oncologo, chirurgo, infermiere, dietologo, psicologo, assistente sociale trattano in modo didattico e chiaro gli argomenti di loro competenza.
    L'integrazione di diverse figure professionali permette di fornire un'informazione globale, dando al paziente la certezza confortevole che l'intera équipe terapeutica agisca concorde durante tutto l'iter terapeutico.

    L'informazione può essere dispensata con diverse modalità.
    Negli ultimi anni studi clinici controllati su pazienti con diversi tipi di tumore ed in diverse fasi di malattia hanno dimostrato che i programmi di informazione hanno effetti positivi sull'impatto emozionale causato dalla diagnosi, sui livelli di ansia e depressione, sui rapporti con le figure sanitarie e sull'aderenza del paziente alle indicazioni terapeutiche.

    In definitiva, forniscono un significativo contributo al miglioramento della qualità di vita.


    FONTRE: guide.dada.net
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:12

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