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Discussione: Relazione fra medico e paziente...

  1. Registrato da
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    Interazione medico/paziente

    Una corretta impostazione dell'interazione fra medico e paziente, con le sue complesse implicazioni giuridiche, psicologiche e sociali richiede attenzione specifica ed assidua da parte del personale sanitario.

    Numerosi lavori in materia sottolineano tale consapevolezza ed evidenziano uno sforzo diffuso nell'elaborazione di metodologie specifiche di comunicazione.

    Pur tuttavia, ad oggi non sono state raggiunte conclusioni univoche ed il processo informativo non può che attenersi a indicazioni di massima e alla esperienza e formazione del singolo specialista.

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    Girghis e Sanson-Fisher hanno redatto linee guida sulla base di una revisione della letteratura e delle raccomandazioni di un "Consensus panel" di medici e malati di cancro. Tali linee guida suggeriscono di:

    1) garantire al malato la riservatezza dei dati personali e tempi adeguati di comprensione ed elaborazione;

    2) fornire informazioni circa la diagnosi e la prognosi in maniera semplice ed onesta, evitando l'uso di eufemismi;

    3) assicurarsi dell'avvenuta comprensione, da parte del paziente, dei contenuti dell'informazione;

    4) incoraggiare il paziente ad esprimere i propri dubbi, ansie e sensazioni;

    5) avere sempre e comunque un atteggiamento positivo e costruttivo;

    6) mettere a disposizione del paziente e della sua famiglia un adeguato materiale informativo.

  4. Registrato da
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    In aggiunta a tali linee guida, è utile ricordare che il Codice deontologico pone l'accento sulla necessità di tenere conto della personalità, del linguaggio e del livello culturale del paziente nonché del suo stato emotivo.

    Informazione e comunicazione, che hanno inizio con il processo diagnostico e proseguono durante tutto l'iter terapeutico, richiedono impegno, fatica e coinvolgimento emozionale anche da parte del medico.

    Se la componente emotiva del paziente viene ignorata, non si risparmiano sofferenze al malato, né si rende più obiettiva l'informazione; al contrario, si consente una distorta interpretazione della realtà, rischiando di non reperire i mezzi per correggerla ed elaborarla in una fase successiva.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:12

  5. Registrato da
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    Ad oggi, nella maggior parte dei casi, il personale curante non possiede tali competenze. Infatti la corretta comprensione delle componenti emozionali deriva da una formazione specifica, strutturale per lo psicologo, ma non ancora prevista per il medico.

    Si è perciò convinti, in pieno accordo con i dati della letteratura, che una corretta comunicazione medico/paziente possa realizzarsi soltanto attraverso una adeguata formazione dell'intera équipe curante.

    di Anna Proia
    Sezione di Ematologia, Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia, Università La Sapienza, Roma (tratto da Recenti Progressi in Medicina, Vol. 93, n. 2, Febbraio 2002, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma)

    Fonte guide.dada.net

  6. Registrato da
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    Cosa significa guarigione? Cos'è lo stato di salute? Cos'è la malattia?

    Guarigione è soltanto un concetto soggettivo, relativo al paziente e non al terapeuta; i medici non possono affermare: "Il soggetto è guarito!".

    È la persona che alla visita successiva dovrebbe far capire al terapeuta che si sta avviando verso la guarigione, dicendogli: "Mi sento meglio, più attivo, meno stanco!"

    E quando sarà guarito, la sua affermazione di conferma dovrebbe essere: "Sono grato alla malattia da cui ero affetto, perché ha cambiato la mia vita!" .

  7. Registrato da
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    Gli operatori della salute non dovrebbero avere la presunzione di dichiarare in modo soggettivo la guarigione del malato, così come non dovrebbero sostenere che la salute equivalga ad assenza di malattia. I modi di curare possono essere tanti, ma l'ars medica è una soltanto, e a essa occorre riferirsi se i medici intendono continuare la strada dei numerosi terapeuti che nel corso della storia hanno dedicato le loro vite a lenire sofferenze e dolori dei propri simili.

  8. Registrato da
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    Non basta un'intera vita di studio a ripagare il sorriso di un bambino, restituito alla salute, o l'affermazione di una paziente, che alla visita successiva dice al proprio medico: "Dottore, mi accorgo che la mia vita sta cambiando e che sto meglio con me stessa e gli altri".

    Ed è bellissimo quando il paziente arriva per la prima volta allo studio perché consigliato dall'amico o dal parente, perché questa è la dimostrazione diretta della qualità del lavoro svolto, e della sua profondità, come conferma che la professione medica dovrebbe nascere dal "prendersi cura della gente".

    Tratto da "Benattia" - Significato della vita, senso della malattia e processo di autoguarigione
    di Francesco Olivieri - Nuova Ipsa Editore

  9. Registrato da
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    Medico e paziente: dallo scontro all’incontro.

    Due solitudini a confronto: medico e paziente.
    (di Alberto Quatrocolo e Franco Marozzi)

    Diverse sono le voci autorevoli – anche dei vertici delle istituzioni dello Stato - che si levano per ricordare che il paziente deve essere ascoltato, che il compito principale dei suoi interlocutori è quello di farlo sentire accolto e di capirlo.

    Si tratta di inviti ampiamente condivisibili, in quanto sottolineano l’importanza della relazione tra medico e paziente ed evidenziano come, all’interno della sequenza che porta dalla diagnosi alla cura, centrale sia la persona del malato.

    Tuttavia, se si fa riferimento alla dimensione relazionale, vanno tenuti nella stessa considerazione entrambi i poli della relazione.

  10. Registrato da
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    Da cartella clinica a persona.

    Spesso il paziente racconta di essersi sentito trattare da medici e infermieri come una pratica da sbrigare, come un numero su un registro, come una cartella clinica zeppa di dati, ma priva di sensazioni e di bisogni.

    Quando vengono riportate tali esperienze, a chi le ascolta è immediatamente evidente come gli aspetti centrali del vissuto narrato dal paziente siano la rabbia e l’umiliazione per essersi sentito trattare come un bambino, incompetenti e seccante.

    Fondamentalmente ciò che viene lamentato è il mancato ascolto.
    Il paziente sente che la sua individualità non è stata rispettata, che la sua identità è stata annullata nell’indifferenza dimostrata dalle figure col camice incrociate nei corridoi dell’ospedale, nell’eccessiva rapidità delle visite e, più in generale, nel nervosismo degli operatori delle strutture sovraffollate.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:13

  11. Registrato da
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    In questa sensazione di annullamento, gioca un ruolo centrale il mancato riconoscimento del suo essere un soggetto sensibile.
    Affermare che si è stati trattati come un numero significa denunciare che l’altro ci ha considerati come entità prive di emozioni, oltre che di pensieri e di opinioni, di progetti e di speranze.

    Tali vissuti vanno ad aumentare quella solitudine con la quale tutti, inevitabilmente, ci confrontiamo, quando siamo toccati dalla malattia.
    Si tratta di una terribile percezione di isolamento:

    la malattia ponendoci brutalmente davanti, non soltanto alla nostra ineluttabile mortalità, ma anche alla imprevedibilità del futuro un attimo prima che sia presente, rende palese l’impossibilità di eludere i nostri timori più profondi.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:14

  12. Registrato da
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    Siamo soli nell’angoscia, siamo soli nel dolore che affligge il nostro corpo, siamo soli nel confortare la preoccupazione che attanaglia i nostri cari e in mille altri componenti emotive che entrano in gioco allorché la malattia ci impone la sua sgradita presenza.

    Fronteggiare consapevolmente tale isolamento, gestirlo con lucidità di pensiero e autocontrollo non è affatto facile.
    Da qui, dalle riflessioni su tali componenti inestricabilmente legate alla patologia organica, derivano le considerazioni, oggi largamente condivise, sulla necessità dell’ascolto.

    Si sottolinea, dunque, che se una persona, ad esempio, soffre per una malattia di cuore, è la persona ad essere malata, non solo il cuore, e che per tale individuo è impossibile scindere il dolore fisico da quello mentale. Viene così posto in luce come il compito delle strutture, e in particolare quello di medici e infermieri, sia anche quello di cercare di comprendere e di fornire sostegno e presenza.

    Si parla allora di una qualità “umana”, quale imprescindibile requisito della validità ed efficacia del servizio. In breve, si tratta di sviluppare quella comprensione empatica che è centrale nella cura (o, meglio ancora, nel prendersi cura).

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:14

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    Riconoscere il disagio emotivo, aiutare il paziente a confrontarsi con esso, accompagnandolo in questo doloroso cammino, vuol dire non lasciarlo solo.

    Consci dell’inutilità delle rassicurazioni sganciate dall’ascolto - che servono più a liquidare il problema per chi le pronuncia che a pacificare chi le riceve - medici e infermieri possono tentare di contenere le angosce del paziente, innanzitutto riconoscendogliele come legittime.

    Essi sanno quanto è spaventosa, imbarazzante e sconcertante per il paziente la sua esperienza.

    Sanno che questi è confuso da una, per lui incomprensibile, terminologia tecnica che descrive i suoi organi, le loro funzioni e le loro patologie, che è disorientato dall’ambiente ospedaliero – anonimo, regolato da norme sconosciute e spesso carente di servizi.

    Sanno ancora che è stato costretto a rinunciare a pudori e certezze quotidiane e ad affidare, il proprio corpo, se stesso, ad altri, autorizzandoli - nella speranza che lo guariscano e lo salvino - a compiere su di lui atti che al di fuori di quel contesto, costituirebbero reati gravi.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:14

  14. Registrato da
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    Medici e infermieri sanno anche come dietro le richieste spesso assurde dei pazienti si agitino disperazione e rabbia. Rabbia per un corpo che non obbedisce, che non funziona.

    Sono consapevoli di tutto ciò, ma non sempre impiegano tale conoscenza nella relazione con il malato, non sempre lo ascoltano.
    Ecco allora che egli vive un senso di frustrazione e sente di essere stato infantilizzato, come se le sue esigenze fossero solo assurdi capricci, come se il suo punto di vista fosse quello elementare di un bambino.

    Con livelli variabili di consapevolezza, ciò di cui sente il bisogno è il riconoscimento della legittimità della propria angoscia, della naturalezza del suo essere più recettivo ai segnali negativi che a quelli positivi.

    Molti sono coloro che, riflettendo su tali temi, e in modo più approfondito di quanto non si sia fatto qui, giungono ad affermare l’essenzialità dell’ascolto.

    E ascoltare empaticamente l’altro significa non eludere la sua sofferenza, ma aiutarlo ad affrontarla, comunicandogli che non è solo, che si è disponibili a stare nel suo ‘irrazionale’, senza censurarlo né giudicarlo.

    Stare dentro il disagio altrui, tuttavia, è difficile quasi quanto saper sostare nel proprio, e ciò rende l’avvicinamento alla dimensione emotiva un processo faticoso.
    E queste difficoltà si presentano amplificate in quei contesti istituzionalmente deputati a prendersi cura del dolore nelle sue varie forme.


    FONTE: spazioinwind.libero. it
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:15

  15. Registrato da
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    medice cura te ipsum

    Per poter capire la sofferenza degli altri bisogna riconoscersi negli altri
    con l'umiltà necessaria ad ammettere che per curare gli altri
    bisogna prima imparare a curare noi stessi
    dr. vincenzo valesi sanihelp

  16. Registrato da
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    Avviene quotidianamente, nel mondo, che i medici vengano chiamati a rispondere davanti ad organi giurisdizionali di cattivo comportamento nei confronti del paziente e si trovino a dover spiegare le loro scelte terapeutiche, pur necessariamente legate alla natura sempre un po’ arbitraria della valutazione clinica (per quanto scientificamente fondata possa essere).

    Ciò conduce talvolta a rilevare inadempienze o altri errori imputabili alla sua responsabilità professionale, però l’avvio di tali procedimenti spesso rappresenta anche un’occasione per il paziente, per i parenti e, indirettamente, anche per il pubblico di esorcizzare la precarietà della vita, identificando un soggetto da utilizzare come capro espiatorio e attribuendogli le origini delle proprie disgrazie.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:15

  17. Registrato da
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    Costituisce una potente rassicurazione immaginare, più o meno consapevolmente, che la malattia, il dolore o la morte derivino, anziché dall’ineluttabile fragilità dell’uomo, dal medico.

    Certo, l’illusione di fondo è quella che i mali dell’uomo possano essere dominati dall’uomo stesso, il ché appunto è un’illusione.
    Tuttavia, da sempre l’uomo aspira fantasticamente al controllo sulla propria sorte e non si vede perché il malato debba essere meno umano o più obiettivo degli altri individui, provvisoriamente sani.

    E comunque tutto ciò non significa che il paziente sia un piantagrane delirante e che non abbia motivi per adirarsi né diritto di esprimere il suo punto di vista.
    E, a dargli retta, come si è detto più sopra, di argomenti solidi da produrre ne ha diversi.

    Ma anche le ragioni del suo interlocutore non sono meno vere o meno consistenti. Soprattutto, sono vere per lui/lei dal momento che le vive sulla propria pelle tutti i giorni e ne trascina il peso.

    Il medico, infatti, così come l’infermiere, sa bene che per il malato egli è il demiurgo, che la fiducia depositata nella scienza medica dal malato è assoluta e per molti versi irrealistica .

    Quale incarnazione di quella scienza, deformata in fede religiosa dalle angosce e dai bisogni del paziente, egli deve misurarsi con i limiti di un sapere tecnico i cui straordinari successi non bastano a dare risposte di assoluta certezza in tutti i casi.

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    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:16

  18. Registrato da
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    Non passa giorno che il medico non incroci gli sguardi dubbiosi, supplichevoli e impauriti dei pazienti; costretto a manipolare corpi sofferenti, a volte a ferirli per poterli curare, sa quanto possa rivelarsi inevitabilmente oltraggiosa la sua opera. Interviene con mezzi “violenti” per ristabilire la fisiologia soppiantata dalla patologia, per ridare speranza dove fa capolino il rischio della morte.

    Conosce il disagio e l’imbarazzo altrui nel sacrificare riservatezza e pudore.
    Per il paziente la malattia è un’esperienza eccezionale, per il medico è quotidiana.
    Come un disco che gira incessantemente, sente di continuo il lamento di persone sofferenti.

    E deve arrivare alla fine della giornata, conservando insieme alla serenità di giudizio e all’efficacia del proprio occhio clinico, anche un minimo di tranquillità d’animo.

    Gli accade di chiedersi se poteva fare di più, ma, riflettendo, realizza di aver adempiuto il proprio dovere: ha affrontato la sintomatologia del malato e se n’è fatto carico, ha verificato la presenza di una patologia, l’ha diagnosticata e ha rassicurato il paziente (non sempre purtroppo la realtà gli ha consentito di farlo).

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:17

  19. Registrato da
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    Sì, forse, non si è concentrato sul perché quell’individuo era, ad esempio, così preoccupato, ma lui è un medico, non uno psicologo, e tale comprensione era irrilevante ai fini della diagnosi e della terapia.

    E, d'altra parte, quanti pazienti ha visitato?
    Su quanti organismi è intervenuto?
    Quanti sono coloro che implicitamente gli hanno scaricato addosso il fardello delle loro angosce?
    Perché quanti criticano la sua categoria professionale non si rendano conto di tutto ciò?

    E’ facile fare della retorica, parlare di empatia, di sensibilità, ma lui, il medico, vive nella realtà e lì il gioco è molto diverso, le regole sono altre.

    Nella realtà i tempi sono strettissimi, le variabili da considerare infinite e le decisioni spesso devono essere rapide.
    Il mondo reale è fatto di persone che gli pongono assurdi quesiti, che nutrono aspettative irrealistiche e non vogliono sentire ragioni;

    è popolato di malati con la fretta di guarire, come se il loro organismo fosse il motore di un’automobile e il medico un meccanico che sostituisce valvole e candele, per cui se il motore non riparte e non gira subito al massimo la colpa è del medico-meccanico e non del fatto che ci sono dei tempi indispensabili per il recupero, tempi che non sempre si possono stabilire con matematica precisione.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:17

  20. Registrato da
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    Nella realtà le conoscenze e le competenze acquisite sia sul piano diagnostico sia sul piano terapeutico consentono successi impossibili solo alcuni anni addietro, ma non permettono miracoli.

    E con questo limite il medico ha a che fare ogni volta che reca una brutta notizia. E non essendo solo un camice, deve tutelarsi da tutto questo dolore, da tale amarezza.

    Ma di ciò non può far parola con il paziente, che è già troppo pieno di emozioni per avere un minimo di solidarietà verso il suo auspicato salvatore.

    Né può raccontare la propria realtà esistenziale a coloro che sottopongono a continue polemiche l’operato suo e dei colleghi, e li accusano di freddezza, riduzionismo meccanicistico e altro ancora.

    Non gli resta, allora, che tirare avanti, magari accogliere il lato costruttivo di talune critiche, riconoscerne gli elementi di fondatezza e soffermarsi maggiormente sugli aspetti relazionali dell’incontro con il paziente. Le sue esigenze, le sue opinioni, i suoi vissuti restano però inespressi o, in ogni caso, sconosciuti ai più. Non trovano, quindi, quel riconoscimento che pure meritano.


    FONTE: spazioinwind.libero. it
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:18

  21. Registrato da
    07/12/2004
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    Pollice in su La mediazione: un luogo per trasformare lo scontro in confronto

    Accade con una certa frequenza che la relazione tra medico e paziente si trasformi in conflitto e che tale conflitto assuma i caratteri di contenzioso giudiziario.

    Pare, infatti, che le azioni giudiziarie esperite contro medici e strutture per malpratiche si accumulino incessantemente, che le richieste di risarcimento relative a presunte patologie iatrogene assumano proporzioni impressionanti e che crescano parallelamente le spese assicurative.

    Si moltiplicano allora le preziose elaborazioni della dottrina e aumenta la giurisprudenza sulla responsabilità professionale medica.
    Si sviluppano anche rilevanti valutazioni su efficienza, capienza e qualità delle strutture, irrinunciabili in una prospettiva di miglioramento.

    Ciò che dal dibattito resta per lo più escluso, ed è invece meritevole di attenzione, è quella matassa spesso complessa di vissuti e aspettative che spesso sottostà alle costose (non solo in termini economici) vicende conflittuali nelle quali figurano come parti contrapposte medici e i pazienti.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:18

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