Logo
Cerca nel forum | Cerca in tutto il sito
Ricerca personalizzata Google
Video Home fitness
sondaggi - vota
Pagina 5 di 6 PrimaPrima 123456 UltimaUltima
Risultati da 81 a 100 di 112

Discussione: Relazione fra medico e paziente...

  1. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Tra le righe delle documentazioni legali, utilizzate quali armi di offesa e difesa nell’ambito dei contenziosi giudiziari, nelle perizie e nelle contro-perizie, vi sono, infatti, due realtà esistenziali a confronto, la cui espressione è impedita dalle rigidità del rito processuale, strutturato com’è sulla rilevazione della prova, sull’accertamento del fatto, sull’attribuzione della colpa o sulla dichiarazione della sua assenza.

    All’interno della vicenda processuale, pur nella simmetricità delle posizioni, i due confliggenti spesso condividono una comune insoddisfazione. Se si ha l’opportunità di parlare con essi al di fuori del recinto giudiziario, affiora in entrambi una sensazione di incompletezza, anche quando l’iter giurisdizionale sia giunto a conclusione.

    La sentenza, ad esempio, che riconosce la fondatezza delle richieste del paziente non basta a placarne la rabbia, a ridurne significativamente l’amarezza. E ciò non dipende soltanto dalla sussistenza del danno, pure risarcito; vi è un’altra componente, che si affianca alla ferita del corpo, e reclama la sua parte di “giustizia”.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:19

  2. # ADS
    Relazione fra medico e paziente...
    Video del giorno Circuit advertisement
    Registrato da
    Always
    Messaggi
    Many
     
  3. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    E’ la voce, ancora inascoltata, che vorrebbe esprimere il dolore, la tristezza della fiducia tradita, lo sconcerto e la desolazione dell’affidamento deluso. Anche la decisione giurisdizionale che riconosce la correttezza dell’operato del medico, lascia in questi un senso di frustrazione e di amarezza.

    Sulla sua opera è calata una macchia, sul suo prestigio professionale si è posata un’ombra, che ne offusca anche le qualità di essere umano, e non basta una sentenza favorevole a restituirgli completamente la serenità.

    Non gli è sufficiente essere stato riconosciuto giuridicamente non responsabile di alcun errore, poiché sa che il suo paziente continua a nutrire rancore e sospetti nei suoi confronti.

    Con questi pochi cenni sul contenzioso, si intende evidenziare, che nella gestione giurisdizionale del conflitto, per imprenscindibili e rilevantissime ragioni di garanzia e di obiettività, la grande assente è proprio la relazione tra il paziente e il medico.

    In quella sede, infatti, si discute del danno, magari anche del danno esistenziale, si esplorano perizia, prudenza e diligenza nella conduzione dell’intervento, si indaga l’esistenza di nessi causali, ma non si affronta il rapporto tra i due soggetti.


    FONNTE: spazioinwind.libero. it
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:20

  4. Registrato da
    17/10/2001
    Messaggi
    1

    Questi medici come li giudicate?

    E' Successo Ad Una Mia Amica Di Aver Avuto Una Storia Con Il Suo Medico Di Base. Bello Finche' Lei Non Ha Iniziato A Far Domande Inerenti Il Loro Tipo Di Rapporto. (lei Era Cotta) Lui, Di Risposta Le Ha Fatto Telefonare Da Una "presunta" Moglie Gelosa Minacciandola.
    Naturalmente La Mia Amica (anche Se Aveva Capito Che Era Una Bufala), Per Orgoglio, Ha Mollato Il Colpo Come Si Dice.
    Questi Medici Come Li Giudicate?
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:21

  5. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Bè… l’argomento di cui il titolo di questa discussione, non era propriamente imperniato su quel tipo di relazione…

  6. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    La mediazione, invece, costituisce l’occasione per entrambi di incontrarsi al di là delle formalità del rito e di confrontarsi secondo modalità che permettono di esprimere gli autentici sentimenti che sottendono il conflitto.

    Ciò non significa abdicare necessariamente ai rispettivi ruoli, ma scoprire la possibilità di non esserne vincolati. La mediazione è, infatti, una modalità di gestione del conflitto, alternativa rispetto a tradizionali approcci quali il processo giurisdizionale, la conciliazione, la negoziazione o l’arbitrato.

    Il mediatore, terzo, neutrale ed equidistante rispetto ai confliggenti, non pronuncia decisioni sulla legittimità delle ragioni di questi, né propone proprie soluzioni al conflitto. Non giudica, non interpreta e non consiglia, ma accompagna.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:21

  7. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    E’ un catalizzatore, che agevola il confronto, stimola l’espressione dei vissuti, garantisce l’esposizione di tutte le opinioni e consente la ripresa della comunicazione tra i soggetti.

    Attraverso la sua attività di ascolto e di stimolo induce le parti a realizzare come in quel contesto non valga la logica per la quale se uno è nel giusto ciò avviene necessariamente a scapito dell’altro, il quale per definizione sbaglia.

    Anzi, la mediazione offre ai soggetti la possibilità di riconsiderare l’evento e la relazione alla luce di una spiegazione più complessa, che non giunge dall’esterno, ma è cercata insieme, risultando, alla fine del percorso, come l’esito di una ricerca comune.

    Questo non implica che le parti debbano giungere alla rinuncia dei propri punti di vista, ma significa che in quel processo sono liberati dalla classica preoccupazione secondo cui “dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei avere torto” (Beaumarchais).

    Viene loro data la possibilità di spiegare le proprie ragioni, senza avere il timore che le parole pronunciate possano ritorcerglisi contro. Attraverso tale processo, entrambi giungono a riconoscere e comprendere le ragioni e le motivazioni dell’altro, pur continuando eventualmente a non condividerne la visione.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:22

  8. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Laddove c’era un nemico temuto e odiato, e sempre colpevole, c’è ora semplicemente l’Altro.
    E si approda ad una riconsiderazione del conflitto, consapevoli che la sua origine potrebbe risiedere nell’affidamento deluso, nella percezione di un tradimento di cui il paziente si è sentito vittima.

    Per costui il medico era il simbolo della cura, l’unico in grado di ripristinare l’ordine sbaragliato dal processo della malattia, mentre ora è “diventato” la causa di tutti i mali.

    E maggiore era la fiducia, o il bisogno di avere fiducia, nel potere del medico, e più amaro è il sapore del tradimento, quando dopo la cura vi è insoddisfazione per la propria condizione fisica.
    E questa fiducia tradita - che così spesso induce a chiedere in tribunale un risarcimento che mai potrà indennizzare una simile ferita - può essere rielaborata all’interno della mediazione.

    L’ascolto reciproco delle parti, il confronto dei rispettivi vissuti, in un luogo dove entrambe scoprono gradualmente di poter rinunciare alle proprie posizioni difensive, permettono, infatti, una riduzione del vissuto di vittimizzazione per il paziente.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:22

  9. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Si può arrivare, allora, a concepire e affrontare il “danno” non come colpa dell’altro ma come eventualità. Infatti, ascoltando il suo interlocutore, il paziente, che fino a quel momento non sapeva nulla del rapporto del medico con il proprio lavoro, con la sofferenza incontrata quotidianamente, con la vita e la morte dei suoi ammalati, potrà scoprire come spesso egli sia obbligato a proteggersi e a prendere le distanze per non essere sommerso dal dolore.

    Il paziente, inoltre, avrà l’opportunità di acquisire la consapevolezza che il suo medico non è soltanto il guaritore-demiurgo, colui che può solo fare del bene, ma che – essendo uomo – può anche fare del “male”.

    Il processo di mediazione, allora, permette anche l’accesso ad una verità esistenziale che la nostra cultura tende a non rimuovere: che la malattia e la morte, come la vita, sono eventi naturali che neppure la medicina più progredita può impedire.

    Con la rielaborazione del conflitto le parti potranno, infine, ricostruire il senso della vicenda, attribuendo ad essa un significato condiviso.

    Così, in virtù dell’accesso alla dimensione esistenziale dell’Altro, l’eventuale attribuzione di responsabilità avverrà esclusivamente ad opera delle parti e nei termini da esse convenuti e non in base al pronunciamento di un terzo.

    segue..
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:23

  10. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Infatti il mediatore siede tra i due confliggenti solo per salvaguardare la fluidità del processo, per stimolare le rispettive competenze, invitandoli ad assumere un ruolo costantemente attivo nella gestione del processo, cosicché essi percepiscano sempre più chiaramente di gestire il conflitto, anziché esserne dominati, e riacquistino il sentimento del proprio valore personale e/o professionale.

    Da tutto ciò risulta evidente come l’offerta di un servizio di mediazione all’interno delle strutture ospedaliere risponda anche all’esigenza di prevenire il contenzioso giudiziario, oltre che di colmarne le lacune, e presenti una serie di ulteriori vantaggi di portata considerevole.

    Tra questi vi è, nel caso di una mediazione riuscita, il ripristino della fiducia, precedentemente perduta, non soltanto verso il singolo medico, ma anche nei confronti dei servizi e delle istituzioni.

    FONTE: spazioinwind.libero. it
    Ultima modifica di anna1401; 15/04/2009 alle 18:23

  11. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119

    Cool Empowerment

    Lo psicologo americano Bob Anderson ha coniato il termine ‘empowerment’.
    Nella sua visione, il paziente è il protagonista dell’autocontrollo, mentre medici, dietisti e infermieri possono fornire informazioni, dare consigli e rafforzare la motivazioni.
    Funziona?

  12. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Già il nome è inadeguato: la parola ‘paziente’ dà l’idea di un soggetto passivo, che subisce (patisce) la malattia e le cure. Niente di più lontano dalla realtà del diabete, una condizione nella quale il ‘paziente’ ha tutto il ‘potere’.

    Chi ha il diabete riceve dai medici le informazioni necessarie, decide quali cambiamenti apportare alle sue abitudini, possiede perfino lo strumento necessario per valutare la sua condizione in quel momento (i lettori della glicemia) o nelle ore precedenti (le strisce per glicosuria e chetonuria).

    «Di fronte al diabete e alle altre malattie croniche, condizioni che accompagnano per tutta la vita il paziente, il modello classico della medicina è inadeguato», spiega Bob Anderson psicologo, direttore del Behavioral, clinical and health systems (Bchs) intervention research core del Michigan Diabetes Research and Training Center.

  13. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Una nuova divisione di ruoli fra medico e paziente
    Bob Anderson psicologo, docente all’università del Michigan è co-autore di The Art of Empowerment. Il suo concetto di ‘empowerment’ propone una relazione nuova fra medico e paziente.

    In estrema sintesi l’empowerment mette in primo piano la storia personale, il vissuto del paziente, l’insieme delle sue relazioni sociali, il suo ambiente presente e quello passato e lo considera un soggetto attivo.

    Il ruolo del medico, e del diabetes educator (un esperto che nella struttura sanitaria americana aiuta il paziente a impostare e seguire la terapia) non è più quello di scrivere una ricetta, ma di accompagnare la persona con il diabete nella sua gestione della malattia.

    Il paragone più frequente è quello del coach, l’allenatore personale che può aiutare i campioni dello sport a trarre il meglio di se stessi, ma non può mettersi al loro posto.

  14. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119

    Intervista a Bob Anderson

    Il rapporto classico tra medico e paziente è molto antico: perché dobbiamo cambiarlo proprio ora?

    Perché tutti, medici e ‘pazienti’, troviamo difficoltà crescenti a trattare efficacemente le patologie più comuni, che oggi sono condizioni croniche in gran parte prevenibili come le malattie cardiovascolari, l’obesità e il diabete.

    Abbiamo ereditato l’attuale relazione medico/paziente, dall’Ottocento positivista e l’abbiamo modificata in peggio: La relazione è divenuta via via più impersonale, frammentata nelle innumerevoli competenze specialistiche e sub-specialistiche, standardizzata nei tempi e nei modi.

  15. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Cosa manca?

    Manca l’empatia, la capacità di creare un rapporto personale fra medico e paziente che influisce sempre in modo negativo; ma se nelle patologie acute questo effetto sfavorevole è trascurabile dal punto di vista pratico, nelle patologie croniche come il diabete, la mancanza di empatia si traduce in una forte divaricazione tra la cura prescritta e la cura messa in pratica, compromettendo in modo sostanziale il percorso terapeutico.

  16. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Ma questa ‘empatia’ non rischia di compromettere le facoltà di giudizio del medico?

    E’ importante conoscere bene la storia del paziente. Fino agli anni ’50 il paziente veniva osservato, toccato, auscultato con impegno e attenzione, e solo dopo un esame accurato e completo venivano richiesti degli approfondimenti strumentali o di laboratorio.
    Oggi accade il contrario. Non si fa neanche in tempo a entrare in uno studio medico che subito si viene mandati a fare degli esami.

  17. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Le macchine in compenso sono più oggettive...

    Lei crede? Le macchine non aumentano il tasso di oggettività di un dato, per il semplice motivo che dietro di loro ci sono tante soggettività diverse, dai costruttori ai tecnici a coloro che devono interpretare il dato strumentale.
    Possono essere più sensibili e più specifiche, ma niente può essere più oggettivo dei nostri sensi.
    In ogni caso, anche qualora lo fossero, la ‘visita’ classica termina con la diagnosi e la terapia, che è un’operazione in parte soggettiva.

  18. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Facciamo un esempio parlando di diabete...

    Il diabete non è una malattia difficile da diagnosticare. Anche decidere la terapia non è così complesso. La parte veramente difficile del lavoro, sia per il medico che per il paziente, comincia dopo: disegnare una proposta, un percorso terapeutico che quella persona può mettere in pratica.

    Non posso prescrivere una dieta, per esempio, ignorando che in tutte le culture il cibo è molto di più che una semplice fonte di calorie.
    Se chiedo di fare attività fisica a un paziente, non posso ignorare che ad alcuni piace correre e ad altri no, che alcuni addirittura hanno paura di correre, altri si sentono a disagio quando sudano.
    Tutto questo può apparire banale, ma in una buona parte dei casi non ci si pensa neppure.

  19. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    I medici si lamentano di non essere ascoltati dai pazienti.

    Ma se il medico vuole essere ascoltato, deve prima diventare un buon ascoltatore. Per fare questo non basta essere attenti e ricettivi, è indispensabile creare una forte relazione di fiducia con il paziente.

  20. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Dove inseriamo l’empowerment in tutto questo?

    L’empowerment vero e proprio non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo, uno stile, da perfezionare e adattare ai mutamenti della vita.

  21. Registrato da
    07/12/2004
    Messaggi
    24,119
    Empowerment letteralmente significa ‘potenziamento’. Cosa si vuole potenziare, valorizzare?

    Il paziente. Deve essere consapevole del fatto che la cura della sua malattia è, in buona parte, nelle sue stesse mani. Il paziente, più del medico, conosce la sua vita, le sue abitudini e la particolare forma che la malattia assume nel suo caso specifico.
    È insomma il massimo esperto del ‘suo’ diabete.

Pagina 5 di 6 PrimaPrima 123456 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Nessuna relazione
    Di oldnoc1 nel forum Verginità e psicologia
    Risposte: 267
    Ultimo Messaggio: 31/01/2011, 23:23
  2. Aiuto urgente-partecipare ad un convegno come paziente
    Di morgana78 nel forum Malasanità - buonasanità
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 28/09/2007, 19:53
  3. che relazione!!!!
    Di markolaf nel forum 4 chiacchiere
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 12/05/2006, 08:56
  4. paura di una relazione
    Di nel forum Amore
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 09/01/2004, 15:15
  5. Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 15/10/2003, 12:03

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
  • Il codice BB è Attivato
  • Le faccine sono Attivato
  • Il codice [IMG] è Disattivato
  • [VIDEO] code is Disattivato
  • Il codice HTML è Disattivato
Eventuali decisioni che dovessero essere prese dai LETTORI, sulla base dei dati e delle informazioni qui forniti sono assunte in piena autonomia decisionale e a loro rischio. Le informazioni qui riportate hanno carattere puramente divulgativo e orientativo; non sostituiscono la consulenza medica. È vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione scritta.
Un dietologo e un dietista a tua disposizione. Prova la dieta online