![]() | ![]() |
|
|||||||
| Tecniche complementari Informazioni e pareri su varie tecniche di medicina complementare |
![]() |
|
|
Strumenti Discussione | Modalità Visualizzazione |
|
#1
|
||||
|
||||
|
* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * Meditazione è la scoperta che la meta dell'esistenza è sempre raggiunta nell'istante presente (Alan Watts) * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
__________________
|
|
#2
|
||||
|
||||
|
La meditazione come via
Vipassana e Zazen
Cosa significa meditare? È difficile dare una risposta a quella che potrebbe sembrare una domanda piuttosto semplice. Si potrebbe anzi dire che il buon meditante, più pratica e maggiormente si rende consapevole di quanto l’essenza della meditazione stessa sia sfuggente, inafferrabile, indefinibile. Possiamo tuttavia dire che la meditazione è uno stato di puro essere, di chiara consapevolezza, di attenzione osservante: uno stato originariamente naturale, ma per il quale è necessario un lavoro su di sé. Si ritorna alla condizione normale del corpo e della mente: uno stato di unità, precedente a qualsiasi dualità. Attraverso una serie di esercizi di indagine della propria meccanica fisica e mentale (dalle sensazioni e dai pensieri più grossolani a quelli più sottili), si è pienamente presenti, consapevoli, qui ed ora: si realizza la pienezza della pura attenzione. segue..
__________________
|
|
#3
|
||||
|
||||
|
La meditazione è attenzione: non si tratta di cosa stai facendo, ma di come lo fai.
La meditazione è la tua natura: non è un risultato – è una condizione reale. Non deve essere raggiunta, deve solo essere riconosciuta. È la tua essenza: non puoi averla e non puoi non averla. Non può essere posseduta, non è una cosa. La meditazione è osservazione: non fare niente, non ripetere dei mantra, non ripetere il nome di dio – semplicemente osserva la tua mente. Non disturbarla, non ostacolarla, non reprimerla. La meditazione non è un credo, non è un dogma, non è un culto, non è una religione, non è una morale, non è un giudizio: è un’esperienza evidente in se stessa. La meditazione è non-fuggire: è rilassarsi ed essere nel momento, nel presente. È permanere nel qui e ora. La meditazione è chiarezza di visione. È uno stato di pienezza, di vuoto e di unità. La meditazione è l’arte della consapevolezza: è una resurrezione dalla cecità di ciò che è, è essere presenti. La meditazione non è una tecnica, non è un pensiero particolare, non è uno sforzo, non è concentrazione: è comprensione ed equilibrio, è equanimità e silenzio, è ascolto e stabilità. segue..
__________________
|
|
#4
|
||||
|
||||
|
La meditazione non è staccare la spina: è lo stato naturale della mente, la sua semplicità, è il lasciare andare la presa, la quiete originaria.
Meditare è addestrarsi in ciò che è stato chiamato ‘il miracolo della presenza mentale’: si scopre che quella che ritenevamo all’inizio una pratica circoscritta in tempi e luoghi prestabiliti (la palestra, la nostra camera, ad esempio) diventa via via una macchia d’olio che si espande sempre più, in grado di mutare radicalmente il nostro stare nel mondo, il nostro vivere la vita. Meditare non significa rifugiarsi nel proprio paradiso mentale, bensì avere un contatto semplice e diretto con la realtà (interiore - noi stessi - ed esteriore), liberi dagli innumerevoli filtri che si interpongono tra la mente e il vero. Meditare vuol dire fare piazza pulita delle innumerevoli teorie psicologiche, filosofiche, affascinanti quanto pretestuose, fare piazza pulita di parole e spiegazioni, e volgersi verso il Sé, la propria natura, in direzione di una conoscenza non più meramente intellettuale, bensì autentica e diretta. FONTE: http://www.lameditazionecomevia.it/meditare.htm
__________________
|
|
#5
|
||||
|
||||
|
Gli esercizi
Una premessa
Naturalmente quando parliamo di 'esercizi' entriamo nel regno del paradosso. La meditazione si muove continuamente su questo filo di rasoio. Esercizio: cioè ti sforzi, segui certe istruzioni, svolgi il compito che ti è stato dato in una determinata maniera, con una particolare impostazione fisico-mentale. Fai un esercizio e quindi lo vuoi sviluppare correttamente, con disciplina. L'idea di 'esercizio' soprattutto determina la mente verso una certa finalità: cioè l'impostazione di fondo è quella per la quale se pratichi per un certo periodo, con costanza, impegno, se lavori duramente su di te, allora riuscirai a ottenere dei risultati. Se ti impegni in uno sport, otterrai capacità che prima non avevi; se ti impegni nello studio di una lingua straniera, piano piano la conoscerai bene; se ti impegni nella soluzione di un compito di matematica, attraverso le tue conoscenze e i tuoi tentativi, riuscirai a risolverlo. Altrimenti hai fallito, non hai svolto correttamente il tuo esercizio. Ecco: è evidente che nel nostro ambito non ci muoviamo all'interno di questa dimensione. L'istante presente è esso stesso nirvana, autentica liberazione e svuotamento completo. Non c'è una pratica per raggiungere il nirvana. segue..
__________________
|
|
#6
|
||||
|
||||
|
Il nirvana non è la conclusione logica di un lavoro prolungato su di sé, non è la soluzione di un problema su cui ci si è impegnati a lungo.
Non c'è alcun sentiero sul quale incamminarsi e che conduca alla realizzazione. Eppure: gli 'esercizi'. Eppure Buddha si sedette sotto il cosiddetto albero della Bodhi e, dopo un intenso periodo di indagine e pratica interiore profonda, raggiunse - così si narra - il nirvana. Eppure c'è quella cosa che facciamo e che chiamiamo 'meditazione'. E la facciamo in un certo modo, piuttosto che in un altro: mettendoci in una certa posizione, dirigendo la consapevolezza su certi aspetti della nostra persona e usandola in un certo modo, ecc. Su questo paradosso dobbiamo muoverci e dobbiamo permanere: se in esso perduriamo, si rivelerà fruttifero. Mantenersi nel paradosso significa non svolgere gli esercizi con atteggiamento dualistico di soluzione di un problema e nemmeno con atteggiamento di ignavia e noncuranza. La pratica deve essere equamente distante da questi due estremi: asciutta, anonima, lucida e non giudicante. Soprattutto l'esercizio deve essere anche un non-esercizio. Devi praticare in un certo modo, ma finché dici a te stesso: "Devo praticare in un certo modo", ti irrigidisci, ti costringi in modo coatto, serri i denti e ti sforzi a fare bene ciò che fai. Ti svii. Praticare in un certo modo lo si ottiene dimenticandosi di dover praticare in un certo modo, ma nondimeno praticando in un certo modo! È solo un gioco di parole? segue..
__________________
|
|
#7
|
||||
|
||||
|
Cosa non facciamo
Esistono le cosiddette "meditazioni guidate". In esse il praticante è guidato dalla voce dell'insegnante di turno, il quale lo conduce attraverso un percorso mentale-immaginifico assai allettante e rilassante. Per es.: "Chiudi gli occhi, rilassa il tuo corpo. Immagina di essere in un disteso campo d'erba. Sopra di te il cielo è sereno, ecc.". Queste tecniche hanno un loro effetto piacevole, soddisfacente e gradevole, sia a livello della mente (che subisce una sorta di rasserenamento) che a livello del corpo (che si riposa, si distende). Ciò che, inoltre, rende particolarmente seducenti le meditazioni guidate è il fatto di offrire a colui che le pratica una gradevole sensazione in un tempo relativamente breve. Oppure ci sono forme di meditazione che implicano l'uso di mantra, cioè di parole o frasi (spesso in sanscrito, ma non solo), che vengono ripetute vocalmente o mentalmente. Anche in questo caso l'effetto è - come si può facilmente intendere - rilassante. Certamente la ripetizione continuata di una certa formula, magari dalle proprietà sonore particolarmente morbide e rindondanti, conduce la mente a un certo stato alterato rispetto alla quotidianità. segue..
__________________
|
|
#8
|
||||
|
||||
|
Sono in uso anche pratiche meditative nelle quali si visualizzano certe immagini: una figura di una particolare divinità, un mandala, uno yantra, una forma grafica particolare, una determinata figura geometrica, un colore, ecc.
Un aspetto positivo di questo tipo di lavoro è quello di fortificare indubbiamente la capacità di attenzione della mente, che - nel suo stato abitudinario - assai difficilmente riesce a rimanere concentrata su un oggetto senza sviare da esso dopo poco tempo. Tuttavia noi, qui, scartiamo questo tipo di impostazioni della tecnica meditativa (e altre analoghe). Perché? Essenzialmente perché riteniamo la pratica meditativa come un atto di consapevolezza, di lucidità e di indagine profonda della persona. Indagine profonda che mi sarà possibile solo quando mi porrò in una condizione di ascolto estremamente attento della mia macchina psico-fisica. La conoscenza di sé attuata dalla meditazione necessita che il mio sia un impegno teso all'osservazione del funzionamento del mio corpo, delle mie sensazioni, della mia mente, dei miei pensieri. Ripetere mantra, ad esempio, non mi permette di entrare in quello spazio di conoscenza della mia struttura. Può essere, al limite, un modo per rilassarsi. segue..
__________________
|
|
#9
|
||||
|
||||
|
Allora, in questo caso, si concepisce la meditazione come quel momento della giornata o della settimana in cui si stacca la spina, in cui ci si rinfranca un po', per poi tornare alla solita vita, con i suoi soliti ritmi e le sue solite influenze nefaste sulla nostra persona.
E in effetti molti intendono la meditazione in questo modo. Noi, qui, no. Ci impegniamo per una pratica meditativa che incida sottilmente e silenziosamente nella nostra mente, che non scada in semplice ricreazione mentale. Nessun cambiamento repentino ed eccezionale. Non si lavora sulla superficie, ma nell'abisso della mente. La trasformazione sarà quindi tanto impercettibile quanto profonda. Se vado a un concerto di musica rock, la mia emotività sarà bersagliata e stravolta in quel paio di ore. Poi tornerò a casa e l'eccitazione, la foga, l'euforia si stempereranno gradualmente. Passeranno uno o due giorni e tutto sarà tornato a quel che era prima. Il concerto sarà solo un bel ricordo. È quasi una legge fisica: la velocità dei cambiamenti è inversamente proporzionale alla loro durata. segue..
__________________
|
|
#10
|
||||
|
||||
|
L'osservazione di sé necessita assoluto isolamento in se stessi.
Uno studente che si impegni a risolvere un problema matematico non è agevolato dalla radio accesa, da qualcuno che gli parli all'orecchio, dalla visione delle immagini che gli proietta la televisione, ecc. Necessita invece di un grande silenzio per poter mettere a fuoco il problema stesso, i suoi termini, i dati di cui dispone, e così via. Per la meditazione, qualcosa di analogo: un mantra mi rilassa, ma mi tiene fuori dall'investigazione del mio spazio interno. Posso ripetere un mantra per ore e ore, ma non per questo penetrerò nel funzionamento della mia struttura. Posso seguire le indicazioni di un maestro, che mi conduce con le sue parole in una meditazione guidata: sarà un'esperienza crogiolante, ma non illuminante rispetto alla conoscenza della mia persona. segue..
__________________
|
|
#11
|
||||
|
||||
|
Posso visualizzare le immagini più complicate e ardite, ma sarò così sviato dalle domande: come sono fatto, come agiscono i miei pensieri, come incidono sul mio corpo?
Inoltre non ci accostiamo alla meditazione con un approccio religioso (bensì - al limite - spirituale), dogmatico (optando invece per un metodo investigativo) e fideistico (scegliendo anzi un orientamento esperienziale). Pur praticando forme di meditazione buddhista (vipassana e zazen), non vediamo nel buddhismo (zen o non zen) semplicemente una nuova, diversa, esotica opzione religiosa tra le altre, ma un metodo, uno strumento, una disciplina, una pratica di investigazione, di purificazione, di realizzazione. FONTE: http://www.lameditazionecomevia.it/meditare.htm segue..
__________________
Ultima modifica di anna1401; 05/06/2009 alle 15:02 |
|
#12
|
||||
|
||||
|
La postura a sedere
Ci si siede possibilmente sopra un panno.
Le gambe vanno incrociate. Si può scegliere uno tra i diversi modi di incrociarle. Primo modo: il tallone della gamba sinistra attaccato - o il più aderente possibile - all'ano; il piede della gamba destra accostato alla tibia della sinistra. Questa, per i più, è la posizione più comoda. Secondo modo: è come il modo precedente, ma il piede destro lo si pone sopra al polpaccio sinistro. Terzo modo: è simile al secondo modo, con la differenza che il piede destro viene appoggiato sulla gamba sinistra, il più vicino possibile all'anca. È la cosiddetta posizione del mezzo loto. Quarto modo: è il loto completo. Piede destro sulla gamba sinistra e piede sinistro sulla gamba destra. È la posizione più ardua da ottenere e più faticosa da mantenere per un tempo prolungato. Ha comunque un suo senso. Le gambe nella posizione del loto sono completamente bloccate, incastrate: dalla cintola in giù non c'è nessuna necessità di mantenere la postura in modo volontario. Essa si mantiene da sé. segue..
__________________
|
|
#13
|
||||
|
||||
|
Sotto il sedere va posto uno spessore (fatto di coperte, o di cuscini, o usando uno zafu - il cuscino tradizionale dello zen).
Questo spessore serve a far sì che le ginocchia vadano ad appoggiarsi a terra. Si dovrebbe formare una sorta di treppiede ben stabile, tre punti - cioè - sui quali il corpo poggia a terra: il sedere e le due ginocchia. Ovviamente lo spessore varia da persona a persona. La colonna vertebrale è dritta. Le diverse vertebre devono essere allineate tra loro. Poniamo attenzione soprattutto alla terza vertebra, che è quella che ci permette di fare quel movimento pelvico del bacino, alla Elvis! ![]() Lo spessore sotto al sedere ci aiuterà in questo. Per il resto, saremo noi a muoverla - in avanti o indietro - fino a porla in linea con le altre vertebre. C osì facendo, anche quella curva tra la parte bassa della schiena e la parte alta del sedere, che si forma naturalmente quando siamo seduti nella vita ordinaria, dovrà scomparire. segue..
__________________
|
|
#14
|
||||
|
||||
|
La colonna vertebrale non va solo raddrizzata, ma va mantenuta anche in uno stato di leggero, leggerissimo allungamento.
Le diverse vertebre non devono schiacciarsi l'una sull'altra, ma mantenute a una certa distanza. Per far questo spostiamo il nostro mento all'indietro. Attenzione: non va abbassato, bensì spostato indietro. La parte posteriore della nuca, quindi, tenderà leggermente verso l'alto. In questo modo la nostra testa si allineerà di più con il nostro busto e si inclinerà un poco verso il basso. Lo sguardo, che prima era in direzione parallela rispetto al pavimento, ora poggia naturalmente su un punto del pavimento stesso, più o meno a un paio di metri di distanza da noi. Teoricamente la linea dello sguardo dovrebbe formare un angolo di 45 gradi rispetto al piano del pavimento. Il movimento indietro del mento avrà prodotto anche un altro effetto: quella curva del collo, dietro, si sarà un po' distesa. Solitamente, nello zen tradizionale soprattutto, si fa arretrare il mento a tal punto che la curva dietro del collo scompare del tutto, distendendosi completamente. Ma il consiglio è di mantenerla un poco, perché il contrario potrebbe provocare - e spesso provoca in molti - disturbi e tensioni muscolari all'altezza del collo e nella parte alta delle spalle. segue..
__________________
|
![]() |
| Strumenti Discussione | |
| Modalità Visualizzazione | |
|
|
| Siti Sponsor Benessere e Salute - Corsi Online |
MOBILE |
| CHI SIAMO |
| CONTATTI E PUBBLICITÀ |
| PRIVACY E DISCLAIMER |
| REGISTRAZIONE |
| RSS ![]() |