Acne - Chirurgia estetica, un'alternativa possibile
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Curare l’acne in modo definitivo è sicuramente la prima necessità per chi ne è affetto, ma non basta.
Spesso purtroppo i segni di questa fastidiosa malattia rimangono sul volto, sotto forma di
cicatrici più o meno marcate.
Le cicatrici di acne possono essere di tre tipi:
a pozzetto, cioè strette ma molto profonde, piane e rotonde (
rolling), oppure
boxcar, cioè con spiccati margini verticali.
La chirurgia plastica ricostruttiva offre diverse possibilità per ridurle o eliminarle del tutto, anche se questo dipende dal singolo caso clinico e dalla loro profondità.
Abbiamo chiesto a
Daniele Innocenzi, professore di dermatologia e venereologia presso l’università degli Studi di Roma La Sapienza, di spiegarci quali sono le tecniche più diffuse.
Per gli esiti cicatriziali di acni lievi o moderate, la soluzione migliore è il
peeling chimico, che prevede l’applicazione da parte del dermatologo di una o più sostanze chimiche che determinano una distruzione controllata degli strati cutanei.
Si ha di conseguenza una intensa accelerazione del rinnovamento cellulare della cute (
desquamazione), e una rigenerazione epidermica che stimola la produzione di nuovo
collagene. Ciò porta a un visibile miglioramento dell’aspetto del viso, che appare più luminoso, liscio e uniforme.
Gli acidi usati per queste operazioni sono prevalentemente l’
acido glicolico e l’
acido tricloracetico, usati in concentrazioni diverse a seconda della gravità del quadro clinico.
Se per le cicatrici di un’acne lieve bastano concentrazioni di acido glicolico tra il 30% e il 50%, in casi di acne moderata si preferisce di solito l’acido tricloracetico in concentrazione fino al 30%.
Se invece un’acne grave ha lasciato cicatrici particolarmente profonde, vengono utilizzate combinazioni di sostanze diverse, quali
acido piruvico e fenolo.
Anche la durata e la frequenza delle applicazioni, che si effettuano senza anestesia in ospedale o in ambulatori dermatologici, dipendono dalla gravità del quadro clinico. Generalmente si va dalle 3 alle 6 sedute, a frequenza settimanale o bisettimanale.
I risultati sono quasi sempre soddisfacenti, anche se esistono
possibilità di interventi non risolutivi.
Di solito maggiore è la profondità della stimolazione cutanea, maggiori sono i benefici ottenibili, ma diventa anche più alta la probabilità di complicazioni; ecco perché è veramente importante che il peeling venga eseguito da un dermatologo plastico esperto, senza fidarsi delle proposte di operatori non specialisti, sedicenti esperti della materia, o addirittura di operatori non medici.
Ma quali sono le altre soluzioni proposte dalla chirurgia estetica?
Una seconda
chance per situazioni difficilmente risolvibili con il peeling è la
dermoabrasione, tecnica più diffusa alcuni anni fa, che richiede un’anestesia locale o generale per le parti più estese.
L’intervento si effettua con una piccola fresa meccanica, che abrade la cute migliorandone sensibilmente l’aspetto e stimolando la cicatrizzazione.
Oggi esiste anche la
microdermoabrasione, meno dolorosa e più sicura, che sfrutta l’effetto abrasivo dei microcristalli.
Un’ultima e più sofisticata alternativa è offerta dalla
laser terapia, che permettere di agire solo sulle cicatrici in modo preciso grazie a particolari indicatori che evidenziano il livello di profondità.
Il laser resta però uno strumento da utilizzare con molta cautela e
solo in casi di reale bisogno, perché richiede anestesia locale e a volte non assicura risultati soddisfacenti in un’unica seduta.
Tags:
chirurgia estetica
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peeling
Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Redazione Sanihelp.it
revisione: 29-06-2009