Alopecia - Alopecia androgenetica: cos'è, quali sono le cause
Sanihelp.it - L’alopecia androgenetica, nome scientifico della calvizie, è la causa principale della perdita di capelli.
Si tratta di una situazione ereditaria: una parte dei capelli risulta geneticamente programmata fin dalla nascita per essere sensibile agli
ormoni androgeni presenti nell’organismo a partire dalla pubertà.
In particolare, la responsabilità nell’indurre il meccanismo genetico che provoca le calvizie va attribuita all’assenza dei recettori del
diidrotestosterone(DHT) nel follicolo del capello.
Il DHT è un derivato del
testosterone, prodotto per effetto dell’enzima
5-alfa reduttasi, che una volta a contatto con il follicolo svolge un azione dannosa: lo miniaturizza, fino a portarlo all’atrofia completa e quindi alla cessazione di ogni attività produttiva.
Le capacità dei recettori di legarsi al DHT vengono trasmesse geneticamente; la dimostrazione è data dal fatto che trapiantando capelli non predisposti a calvizie in zone prima colpite da alopecia androgenetica, l’attività pilifera non viene modificata.
A complicare la situazione, il DHT dà inizio a una reazione autoimmune del follicolo, che lo sottopone a una involuzione: il
sistema immunitario individua il follicolo danneggiato come corpo estraneo, e cerca quindi di eliminarlo.
Il diradamento dei capelli comincia generalmente tra i 15 ed i 40 anni in entrambi i sessi, anche se in modo molto meno evidente nelle donne; può essere più o meno marcato a seconda di fattori razziali, sessuali e genetici, nonché dell’età e delle diverse sedi del cuoio capelluto.
Oggi in Italia i soggetti coinvolti sono più di 11 milioni. La maggioranza è sicuramente maschile con l’80% dei casi, ma il restante 20% sono donne, di età vicina ai 50 anni. Per loro, oltre al DHT, spesso il disturbo è causato da due ormoni: il
DHEA prodotto dalle
ghiandole surrenali e l'androstenedione prodotto dall'ovaio e dalle ghiandole surrenali.
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alopecia androgenetica
diidrotestosterone
follicoli piliferi
risposta immunitaria
enzima 5-alfa reduttasi
DHEA
Fonte: Intervista al dottor Emilio Lavezzari
di Redazione Sanihelp.it
revisione: 29-06-2009