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Anoressia mentale - Anoressia: è davvero colpa della tv?

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Sanihelp.it - La colpa non è della moda, ma della globalizzazione
Gambe sottili e traballanti sui tacchi, corpi gracili e ossuti, visi scavatissimi: siamo abituati a vederle così, le indossatrici e le modelle che popolano le passerelle degli stilisti e le copertine delle riviste patinate. Fanatiche della dieta? Vittime di una malattia? Succubi del sistema? O solo tremendamente fortunate in fatto di metabolismo? È la domanda che tutti, soprattutto noi donne, ci facciamo da sempre.

Si parla da decenni della possibile influenza dei modelli mediatici sulla diffusione dei disturbi alimentari tra le giovani e giovanissime che, pur di assomigliare alla top model di turno, si danno allo sciopero della fame e finiscono per ammalarsi.

Ma sta davvero negli imperativi della moda e dei mass media l’origine dei più temuti disturbi del comportamento alimentare? Il fenomeno di emulazione sta prendendo ancora piede tra le ragazze di oggi? E fino a che punto le anoressiche possono considerarsi fashion victims?

Abbiamo girato queste domande al dottor Matteo Mugnani, esperto di Anoressia, Bulimia e Disturbi del Comportamento Alimentare.

«È sotto gli occhi di tutti che la moda esalta la magrezza, ma sarebbe riduttivo pensare che questo sia il solo movente di patologie così gravi e complesse, che trovano invece il loro fulcro nelle dinamiche familiari e relazionali. È altrettanto vero che in alcuni paesi l'esaltazione della magrezza ha assunto livelli superiori a quanto il buon senso e l'etica sopportino, cosa che ha imposto recentemente l'introduzione di misure giuridiche che limitano tali comportamenti (come in Inghilterra pochi anni fa).

Il fatto che molte adolescenti vivano con disagio il senso di esclusione che proviene da questo mercato della magrezza estrema non è ascrivibile al mercato stesso, quanto alla mancanza di strumenti sociali e culturali che filtrino queste informazioni.
In altri termini, possiamo parlare di un fenomeno di globalizzazione che sta cercando di imporre un modello unico di femminilità valido ed esteticamente attraente in tutti i paesi del mondo (una bellezza globale, appunto, come fu per la Barbie), che oggettivamente assomiglia più alla struttura delle asiatiche o delle russe (o di chi è ricorso drasticamente al bisturi chirurgico!). Però non si può pensare che, siccome il modello estetico veicolato dalla Barbie era di carnagione bianca, questo abbia aumentato il razzismo verso le donne di colore!

Dunque non c'è per forza un nesso causale tra l'esaltazione di una certa magrezza e l'innescarsi dell'anoressia. Anche perché, se così fosse, allora, essendo globale il mercato della moda, dovrebbe essere globale anche il fenomeno dell'anoressia, fatto non vero, visto che in alcune parti del pianeta il problema non esiste.

La ricerca psicologica delle cause ci porta dunque altrove. E la storia altrettanto, se è vero che famose anoressiche furono l'imperatrice Cleopatra d'Egitto (3.000 anni fa) o Santa Caterina da Siena, patrona d'Italia, in tempi in cui il mercato e il concetto della moda non esistevano affatto!

La frequente e impropria tendenza ad attribuire al settore della moda l'origine (o una forte concausa) dell'anoressia nasce da una confusione di fondo tra ciò che perseguono rispettivamente: l'anoressia, il settore della moda, e una patologia poco nota (la pulcheropatia), diversa dall'anoressia e, al contrario di questa, molto influenzata dalla moda».
Anoressia: l'ideale dello scheletro, della sparizione, della morte
«L'anoressia non punta all'ideale della magrezza (che indubbiamente pervade il settore mass-mediatico), ma alla sparizione del corpo, cioè all'eliminazione dal corpo di tutta la carne e delle sue funzioni vitali. In altre parole l'anoressia punta alla morte, che è cosa incompatibile ed estranea rispetto alla magrezza.

L'anoressia infatti non cerca un ideale reperibile in una certa taglia di abiti (40, 38, o meno), e non cerca nemmeno un certo numero di chili sulla bilancia: la taglia o il numero di chili non è mai sufficientemente basso e il soggetto anoressico, anche quando raggiunge taglie o pesi bassissimi, si vede ancora grasso e vuole continuare a scendere di peso, spostando sempre più in basso il suo ideale, fino a renderlo pari allo zero assoluto.

L'anoressia non è dunque un territorio abitato dal concetto di numero o di misura, di peso o di forma corporea, come invece è il settore moda; l'anoressia porta fuori dal sistema della quantità, porta fuori da ogni scala di misurazione, l'ideale anoressico è lo scheletro».
La moda: magre sì, ma non anoressiche «Non c'è dubbio che la moda esalti e osanni la magrezza, alzandola sopra quel piedistallo che è la passerella delle sfilate, ma l'ideale della magrezza non rappresenta mai la morte o la cancellazione assoluta del corpo e della carne. Se ci sono stati dei casi isolati di stilisti che hanno mostrato corpi inequivocabilmente anoressici (magari negli anni '80), questi vanno denunciati e criticati come eccezioni che non rappresentano il messaggio generale del settore moda, in cui peraltro al centro dell'attenzione resta l'abito, prima del corpo.

Il settore moda inoltre oggi espone l'ideale della magrezza come standard di una globalizzazione del modello estetico femminile (come già avvenne per la Barbie), anche perché si sta sbilanciando verso quei nuovi mercati (Cina, Russia e paesi dell'Est in genere) in cui, per motivi genetici, i corpi femminili sono costituzionalmente molto magri: per esempio le ragazze (e dunque anche le modelle) cinesi o russe hanno costituzionalmente un bacino molto stretto, a differenza delle occidentali europee, che hanno costituzioni fisiche più mediterranee e quindi con un bacino più largo, e questo fa sì che il mercato dell'immagine del corpo femminile si avvicini sempre di più a fisici che non rappresentano più la normalità della nostra cultura e della nostra tradizione mediterranea o occidentale, ma che cionondimeno non sono deformati dall'anoressia, ma solo da una differente origine etnica».
Pulcheropatia: una guerra con i numeri, e con se stesse
«Pulchero-patia, cioè bellezza dolorosa (dal latino pulcher, cioè bello), oppure anche afrodalgia (il dolore di Afrodite, dea della Bellezza): si tratta di un patologia molto diffusa, ma il cui nome viene spesso confuso con l'anoressia o l'isteria femminile; in realtà riguarda proprio quei casi in cui la bellezza, o meglio un certo ideale estetico (tra cui la magrezza delle modelle), crea una serie di manie, ossessioni e inibizioni nelle ragazze che cercano di raggiungere quel modello, spesso senza riuscirci.

È importante far emergere all'onore delle cronache questa forma intermedia di patologia che, senza sconfinare nell'anoressia, crea grandi patimenti e spinge molte ragazze a cercare metodi insani, irrazionali o estenuanti per raggiungere il loro ideale di magrezza.

Ma il loro ideale rimane però la magrezza, senza sconfinare nell'ideale anoressico della totale cancellazione del corpo, e quindi della morte. Si tratta perciò di un ideale di magrezza che rimane nel campo della numerazione, cioè c'è un numero (di chili di peso o di taglia di abiti) che può realmente soddisfare l'aspettativa di queste ragazze, contrariamente a quanto avviene nell'anoressia in cui il peso non è mai abbastanza basso.

Una nota curiosa: in latino bello non si diceva solo pulcher ma anche bellum, un termine dal significato ambivalente: bellum infatti non indicava solo la bellezza, ma anche la guerra (da cui la parole ancora in uso bellicoso, arsenale bellico, ecc); una vicinanza tra bellezza e arte della guerra (e quindi della distruzione) che deve farci pensare…»
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Tags:  anoressia bulimia
Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Roberta Camisasca
revisione: 29-06-2009

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