Epatite C - Donare il fegato, un atto d'amore
Sanihelp.it - Nel mondo ci sono milioni di persone la cui vita è legata a una lista: la lista d’attesa per il trapianto di un organo.
Uno dei più diffusi è quello di fegato. Ad attenderlo sono pazienti colpiti da epatite C, virus epatici, avvelenamenti da funghi, tossicosi o malattie autoimmuni, che hanno un’aspettativa di vita di uno o due anni al massimo.
Per un trapianto di organo da cadavere, però, a volte ce ne vogliono di più, e il 10-30% dei malati in lista non sopravvive.
Oggi fortunatamente esiste un’alternativa per salvare queste vite in attesa, ed è il
trapianto di fegato da vivente.
Mediante la tecnica detta
split-liver, un donatore sano offre una parte del suo fegato per salvare la vita di un proprio caro.
Il trapianto avviene generalmente tra consanguinei, perché è più facile che si verifichino le condizioni di idoneità date dalla compatibilità gruppo-ematica.
Si tratta di un vero e proprio
atto d’amore, compiuto finora da più di 3000 persone nella sola Europa.
Senza contare che in alcune zone del mondo è l’unica soluzione di guarigione possibile, perché il prelievo da cadavere è vietato per motivi storici, religiosi o socio-culturali.
E pensare che fino a circa un decennio fa la donazione di fegato da vivente sembrava fantascienza, data la complessità chirurgica dell’intervento.
Oggi invece la procedura sembra relativamente semplice: prima si valuta l’idoneità del donatore secondo un
protocollo operativo che prevede TAC, RMN,
Eco-doppler epatico, analisi immunologica e screening emocoagulatorio con accertamenti genetici specifici. Confermata la compatibilità e la perfetta normalità dei markers virali, si può dare la notizia al ricevente, che normalmente è una persona già inserita nelle liste d’attesa per trapianto da cadavere.
Il supporto psicologico è fondamentale in un’operazione di questo tipo, e per questo a ogni coppia donatore-ricevente viene affiancato un gruppo di psicologi.
Per il donatore sono previsti tre colloqui distanziati, per valutare la motivazione, la presenza di eventuali pressioni psichiche o economiche, la consapevolezza del rischio chirurgico e la comprensione delle spiegazioni fornite dai medici nel momento del consenso firmato.
Sul ricevente vengono valutate invece la qualità del rapporto con il donatore, la consapevolezza del rischio a cui lo si espone e l’assenza di pressioni sul donatore.
Solo un numero ridotto di candidati supera la selezione per diventare donatore: nel 2004, nel centro trapianti di fegato dell’Ospedale Riguarda di Milano ne sono stati scelti 20 su 98, e di questi 11 erano figli, 4 sorelle, uno padre e uno madre del ricevente.
Tutte persone che hanno scelto di rinunciare a metà del proprio fegato per amore, mettendo a rischio la propria vita.
Il loro coraggio permetterà alla ricerca medica di arrivare a un futuro in cui il rischio di mortilità del donatore sarà ridotto a zero.
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Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Redazione Sanihelp.it
revisione: 29-06-2009