Epatite C - Epatite: sorridi e la terapia è ok
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Per sorridere devi avere fegato: è il messaggio lanciato dalla FADE (Fondazione Epatologia), che lo scorso 2 febbraio ha dedicato una giornata all’argomento, fondamentale per la cura dei soggetti affetti da
epatite C, del rapporto medico-paziente. Il malato di epatite C necessita infatti di un supporto umano da parte del medico, che deve tener conto non solo dell’aspetto patologico del paziente, ma dell’
individuo nella sua totalità.
Il convegno, dal titolo
In ascolto dei bisogni del paziente, ha voluto sensibilizzare l’opinione pubblica e il personale medico sull’importanza della figura del medico amico, disponibile ad aiutare, sostenere e consigliare i pazienti. Il rischio che si corre in mancanza di tale
sostegno a 360° del paziente è un abbandono precoce della cura da parte del malato (40-50% dei casi, secondo la FADE), che non si sente motivato nel proseguimento della terapia e si lascia abbattere da difficoltà e insuccessi. Ne consegue una ripresa, o addirittura un peggioramento, dell’epatite stessa, che sfocia in
cirrosi e
tumore epatico.
Il coinvolgimento psicologico è uno dei cosiddetti
cofattori, cioè elementi che entrano in gioco nello sviluppo del virus e sono corresponsabili dei fallimenti terapeutici. «Il vissuto del paziente, cioè il modo in cui egli affronta la sua condizione, influisce molto sulla gestione della malattia», afferma
Michele Sforza, psichiatra e psicoanalista presso la Casa di Cura Le Betulle.
«L’individuo affetto da epatite C si sente
infetto e a rischio di contagio, quindi è portato a isolarsi dalla comunità; inoltre, l’ansia di peggiorare può gettarlo nello sconforto e trascinarlo nel vortice di vere patologie psichiatriche, come
depressione,
attacchi di panico, stress cronico, disturbi psicotici. Altrettanto spesso un malato abbandona le cure perché non è in grado di sopportare gli effetti collaterali delle terapie antivirali. La depressione, associata ad
astenia e mutata percezione del corpo, può cambiare i comportamenti del soggetto portandolo a scelte dannose per il suo stato. È il caso dei disturbi da uso di sostanze (alcol, fumo, stupefacenti), altro cofattore di epatite C».
Il medico deve quindi:
- recuperare il rapporto umano col paziente già al momento della diagnosi, non limitandosi a eseguire esami di laboratorio: raccogliere la sua storia clinica, conoscere le sue abitudini, capire la sua personalità migliora l’approccio diagnostico-terapeutico
- avere una visione allargata del malato, che non è fatto solo di malattia ma anche di altri aspetti
- individuare i fattori comorbosi della malattia e richiedere l’intervento degli specialisti dell’area colpita (terapia multidisciplinare)
- instaurare una comunicazione esauriente, completa e semplice con il paziente, per coinvolgerlo in scelte e decisioni terapeutiche
- non diventare il medico buono, ma un medico che aiuta i pazienti ad aiutarsi
- essere un punto di riferimento per il paziente: così non sarà solo il paziente e beneficiare di un rapporto più umano, ma anche il medico cesserà di sentirsi solo uno strumento e trarrà giovamento da un supporto più completo al malato.
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Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Roberta Camisasca
revisione: 29-06-2009