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Sindrome da immunodeficienza acquisita - Allarme sieropositività sommersa

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Sanihelp.it - Nel nostro Paese, come nel resto in numerosi altri Paesi, una proporzione significativa di persone con infezione da HIV giunge alla diagnosi di infezione molti anni dopo il contagio, spesso quando si sono già manifestati sintomi di malattia e l’immunodeficienza è progredita a livelli avanzati.

Lo dimostra una specifica analisi dei dati della coorte ICONA, condotta dall’omonima Fondazione su circa 6000 soggetti in tutta Italia: il 32,2% delle persone viene a sapere di avere l’infezione da HIV quando il suo sistema immunitario è già gravemente compromesso (linfociti CD4<200 mmc), o si è già manifestato l’AIDS. Il ritardo di diagnosi è più frequente tra i pazienti di sesso maschile, tra quelli contagiati per via sessuale e tra quelli di età superiore a 30 anni.

Questo fenomeno determina due ordini di conseguenze negative. In primo luogo la persona con HIV diagnosticata tardivamente non ha l’opportunità di iniziare nei tempi ottimali la terapia antretrovirale e ha un rischio più elevato di giungere ad una fase sintomatica della malattia e una ridotta probabilità di un pieno recupero immunologico una volta iniziata la terapia.

In secondo luogo la non consapevolezza dello stato di infezione può favorire una ulteriore diffusione del contagio. È stato infatti dimostrato che le persone con infezione da HIV riducono significativamente i comportamenti a rischio di trasmissione dell’infezione una volta informati del loro stato. Inoltre vi sono evidenze di una efficacia di interventi di prevenzione della diffusione del contagio indirizzati alle persone con infezione da HIV nota.

La promozione della conoscenza dello stato di infezione appare quindi un intervento rilevante nella prevenzione della infezione da HIV e delle sue conseguenze cliniche. Per raggiungere tale risultato, la fondazione Icona pone quattro obiettivi:

Favorire l’esecuzione del test richiesto direttamente dagli interessati facilitando l’accesso ai servizi pubblici di counseling e test

Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione a più elevata prevalenza di infezione che si rivolgono per altri motivi ai servizi sanitari, come persone affette da malattie correlate alla infezione da HIV (quali la tubercolosi) o che hanno le stesse modalità di trasmissione di HIV (malattie a trasmissione sessuale come sifilide o gonorrea, epatite da virus C e B) o persone in trattamento per dipendenze

Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione per i quali più elevato è il beneficio atteso da una diagnosi tempestiva (ad esempio a tutte le donne in gravidanza ed ai loro partners, anche se non hanno alcun fattore di rischio per prevenire la trasmissione madre-figlio)

Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione a più elevata prevalenza di infezione che non vengono raggiunti dai servizi sanitari

«In ogni caso la prescrizione del test andrà accompagnata da una adeguata informazione - commenta Enrico Girardi, direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma - La consegna del risultato, dovrà allo stesso modo prevedere una adeguata informazione e, in caso di test positivi, l’attivazione di procedure predefinite che favoriscano la presa in carico tempestiva da parte delle strutture deputate all’assistenza. Va sempre garantito il diritto del cittadino alla riservatezza in merito al test, e in tutte le occasione di offerta attiva del test va garantito il diritto della persona a non eseguirlo».
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Tags:  aids sieropositività sommersa test hiv
Fonte: Fondazione ICONA
di Redazione Sanihelp.it
revisione: 29-06-2009

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