Tumore della prostata - Tumore prostatico: parla l'esperto
Sanihelp.it - Non è necessario soffrire di tumore alla prostata per volerne approfondire la conoscenza, anzi: una corretta informazione è il primo passo per una prevenzione mirata.
Per questo abbiamo chiesto ad Alessandro Bertaccini, ricercatore presso la clinica urologica Alma Mater Studiorum dell'università degli studi di Bologna e vicepresidente di SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) di fornirci un quadro generale della malattia.
Ecco le sue risposte.
- Qual è l'identikit del paziente più a rischio per il tumore prostatico?
È quello di un uomo tra i 45 e gli 80 anni, con presenza di familiarità positiva per neoplasia prostatica, di razza nera e proveniente dalle aree geografiche a maggior rischio (nord America, Europa del nord)
- Quante persone si ammalano ogni anno in Italia e nel mondo?
Il tumore prostatico è una neoplasia al primo posto per incidenza e al secondo posto per mortalità negli uomini over 50 dei paesi occidentali. In Italia sono circa 15000 i nuovi casi diagnosticati all'anno: si tratta di una malattia ad altissimo impatto socio-economico.
- Quanto conta la prevenzione, e in cosa consiste?
La prevenzione primaria putroppo al momento non esiste: si tratta piuttosto di intervenire sulle cause che portano alla malattia. Oggi si può contare unicamente sulla prevenzione secondaria o diagnosi proecoce, che può permettere la diagnosi della neoplasia in una fase clinica curabile. Per questo sono necessarie visita urologica con esplorazione rettale, dosaggio PSA ed ecografia transrettale con eventuali biopsie.
- Esistono sintomi e campanelli d'allarme che possono mettere in guardia?
La neoplasia prostatica è spesso silente e quindi non esistono reali campanelli di allarme; certamente in un uomo sopra i 45 anni la comparsa di disturbi disurici deve indurre ad alcuni accertamenti, e lo stesso vale per la presenza di fattori di rischio come la familiarità, la razza e valori di PSA superiori a 2.5 ng/ml.
- Quali sono le frontiere future della terapia?
Per le malattie localizzate, il futuro è legato a terapie anche radicali sempre più mini-invasive e rispettose della qualità di vita, mentre per le malattie diffuse si punta a terapie sistemiche più mirate, maneggevoli ed efficienti, prive di effetti collaterali.
- Qual è secondo lei la percezione della malattia?
Direi che, nonostante il ritardo rispetto ad altre nazioni, la consapevolezza sulle malattie prostatiche si ora sta diffondendo anche in Italia. Per fortuna.
- A che età va fatta la prima visita di controllo dall'andrologo?
Dopo i 50 anni in assenza di familiarità o fattori di rischio; dopo i 40 anni in presenza di sintomi o fattori di rischio.
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Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Redazione Sanihelp.it
revisione: 29-06-2009