Tumori del seno - L'aiuto della psico-oncologia
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Cos’è la psico-oncologia?
Psiche è un termine greco che significa mente o anima, mentre
oncologia deriva da
onkos, cioè
massa, e indica lo studio dei
tumori.
L'
oncologia psicosociale si occupa quindi del fattore emotivo nei malati di cancro, ma non solo: allarga la sua area di applicazione anche all’
entourage dei pazienti, affermando che i tumori non riguardano solo i singoli individui, ma anche le loro famiglie, gli amici e i colleghi.
Questo disciplina analizza le
conseguenze psicologiche del cancro sui pazienti, le loro famiglie e coloro che li assistono, inclusi gli operatori sanitari professionali, e si chiede fino a che punto sia possibile ridurre gli effetti psicologici indesiderati e incoraggiare invece quelli positivi, tramite la scelta di interventi medici, chirurgici e psicologici, la qualità dell’interazione personale-paziente e l’organizzazione dei servizi.
Le terapie psico-oncologiche si diversificano molto in base ai singoli casi da trattare, ma in linea generale si basano sul
counselling, termine inglese con cui si intende una serie di attività che hanno lo scopo di
alleviare, per quanto è possibile,
la sofferenza di malati e familiari: si va dalla chiacchierata amichevole con la paziente a incontri formali finalizzati a fornire informazioni sulla patologia, dalla partecipazione a gruppi di auto-aiuto fino alla terapia professionale vera e propria.
Lo shock della diagnosi
La
diagnosi di un tumore al seno non è paragonabile alla maggioranza delle diagnosi di cancro perché in genere queste ultime sono già sufficientemente ovvie ai pazienti, che hanno notato per primi i
sintomi precoci tipici di questa patologia e si sono rivolti al medico.
Invece nel caso di un
carcinoma mammario la diagnosi può arrivare come uno
shock improvviso, in quanto questo tipo di cancro non dà alcun segnale di sé e si rivela solo durante un regolare controllo medico.
Una diagnosi di cancro alla mammella scatena nella donna diverse reazioni emotive, che cambiano col passare del tempo.
Inizialmente prevalgono shock, stordimento e incredulità: la
cattiva notizia appare come un peso troppo grande da reggere e assimilare. Questa fase di
diniego dura pochi giorni e non sempre avviene.
Quando la verità si fa chiara subentrano
angoscia,
rabbia, contrattazione e protesta, che possono durare anche parecchie settimane.
Col passare del tempo interviene l'
aggiustamento emotivo e infine sopraggiunge l’accettazione, per la quale solitamente occorrono svariati mesi.
Tutte le pazienti incontrano dei problemi psicologici prima o poi durante la malattia, ma molte trovano il coraggio di affrontarli e nel loro percorso ottengono addirittura soddisfazioni inaspettate.
Anzi, la maggior parte delle pazienti sperimenta un insieme di aspetti positivi e negativi: tante donne che hanno risolto la propria situazione hanno visto la propria vita arricchita e trasformata dalla malattia.
Analogamente, però, in troppi casi la sofferenza sia spirituale che fisica non riesce ad alleviarsi e diventa insopportabile.
Ovviamente la reazione emotiva di ogni individuo dipende dalla sua
personalità, dalla presentazione fatta dal medico della sua situazione clinica e dal modo in cui il personale sanitario ha gestito il caso.
Comunque, ogni paziente informata della diagnosi di cancro al seno è emotivamente vulnerabile. Gestire la cosa con sensibilità può aiutare a ridurre al minimo l’angoscia.
Per fare questo, è necessario prima capire come la paziente risponde emotivamente alla sua nuova condizione di malattia.
Lotta o rassegnazione?
Una volta
accusato il colpo, la paziente può manifestare diverse
risposte emotive alla malattia.
Non esistono infatti due malati di cancro che presentino esattamente la stessa reazione, nemmeno in condizioni fisiche similari.
La risposta dipende dalla percezione individuale del
pericolo rappresentato dalla malattia, che viene determinata dalla personalità della donna.
I modi di reagire sono essenzialmente due:
Primo: atteggiamento combattivo. La paziente accetta la sfida, vuole conoscere tutto sulla sua patologia, chiede di intervenire nella scelta della terapia, magari partecipa a un gruppo di auto-aiuto, cerca terapie complementari e apporta modifiche al proprio stile di vita (dieta,
esercizio fisico ecc.).
La
distrazione, la capacità cioè di dedicarsi ad attività piacevoli per distrarre la mente dalla malattia, è un tipo di reazione attiva che può risultare molto efficace (ma che non va confusa con il rifiuto, che è meno utile).
I pazienti
positivi non sono assolutamente immuni dalla sofferenza, sebbene non ne vengano sopraffatti, semplicemente sono in grado di essere flessibili e modificare il proprio stile di vita in base alle nuove circostanze e agli
handicap fisici.
Riescono a mantenere la stima di se stessi e i rapporti con gli altri.
Secondo: reazione passiva, di impotenza e disperazione. La paziente si sente sconfitta, non si sforza di fronteggiare la malattia, si sottopone a qualunque terapia le venga consigliata, senza però prendere alcuna iniziativa, per esempio non riferisce la comparsa di nuovi sintomi a meno che non le venga specificatamente richiesto.
La risposta psicologica alla malattia determina l’aggiustamento emotivo: coloro che reagiscono passivamente sono più a rischio di
ansia o
depressione.
Inoltre, pare che il tipo di reazione abbia influenza sulla
prognosi medica, come dimostra un recente studio condotto a Londra: le donne affette da tumore al seno coinvolte nell’esperimento che hanno dimostrato un atteggiamento combattivo sono sopravvissute più a lungo, in condizioni di buona salute, rispetto alle altre.
Nonostante si sia tentati di considerare le reazioni attive come migliori di quelle passive, ogni donna deve reagire al cancro al seno secondo la sua personalità.
Spesso, in buona fede, i consulenti cercano di spingere le pazienti a pensare positivo e a essere combattivi per contrastare la malattia; tuttavia, il consiglio non è sempre adatto per coloro ai quali questo atteggiamento non viene spontaneo.
Ma, se è sbagliato e fuorviante biasimare una paziente per non aver combattuto, è altrettanto illusorio credere che il controllo personale influisca sull’insorgenza o sull’esito del tumore.
Questi convincimenti scatenano inutili
sensi di colpa in quanto la sensazione di poter intervenire attivamente sul proprio destino fanno dimenticare l’esistenza di fattori biologici che sono oggettivi portatori di cancro.
L’unico modo per affrontare la malattia con dignità è accettare l’idea che lo stato di salute o malattia dipende da un insieme di fattori di cui molti non dipendono dalle scelte personali.
In questo modo si eviterà l’implacabile quanto inutile sforzo di volersi assumere la completa responsabilità della malattia.
Il cancro in famiglia
Il partner, i parenti e gli amici sono emotivamente colpiti dalla malattia quanto la stessa paziente, per questo motivo le strutture oncologiche si dedicano anche al
supporto psicologico della famiglia della malata (tramite le infermiere specializzate o gli assistenti sociali).
In genere le problematiche che si innescano nella famiglia di una donna malata di cancro al seno sono risolvibili facendo appello all’unità e al vicendevole aiuto, perché non dimentichiamo che tutti membri della famiglia necessitano di un supporto.
Ecco cosa può capitare:
Scambio dei ruoli: a seguito del trattamento o dell’intervento, la madre di famiglia è temporaneamente limitata a livello fisico, e non può adempiere agli abituali compiti casalinghi.
Il partner si trova così ad affrontare un enorme
stress, dovendosi incaricare di responsabilità pratiche delle quali è inesperto: cucinare, pulire, accudire i figli.
In questi casi la
flessibilità è importante: alcuni mariti scoprono di possedere doti sconosciute, altri imparano
da zero le mansioni casalinghe.
Comunque, la maggior parte dei curanti è estremamente desideroso di accudire la paziente e viene solitamente ricompensato da un accresciuto senso di utilità e da una maggiore intimità con la persona amata.
Spesso, la donna soffre per la
perdita del proprio ruolo ed è convinta che nessuno potrà incaricarsi delle sue cose in maniera adeguata.
Questo tipo di reazione può essere evitata se la donna assume un altro ruolo, dedicandosi ad attività che non implichino sforzi fisici (fare i conti, aiutare i figli nei compiti ecc.).
Disturbi nell’umore nei curanti: poiché nelle coppie si tende all’armonia, se uno dei due partner è emotivamente sofferente, è probabile che lo sia anche l’altro.
Inoltre, i curanti si sentono obbligati a mostrarsi allegri e coraggiosi, e così il crollo emotivo è sempre dietro l’angolo.
Allora può essere utile organizzare un colloquio coi soli curanti, da far seguire poi da altri incontri in cui sia presente anche la paziente, per incoraggiare la condivisione della sofferenza reciproca.
Ostacoli alla comunicazione: spesso, anche nelle famiglie più unite, si fatica a parlare della malattia, a pronunciare la parola
cancro.
Ma per il benessere psicologico della donna e della sua famiglia è fondamentale abbattere questo tabù e trovare il coraggio di affrontare l’argomento con il partner: condividere pensieri e stati d'animo aiuta a ritrovare la confidenza di coppia.
Problemi sessuali: molte pazienti sono reticenti su questo punto, quindi occorre che il medico o l’infermiera facciano domande dirette, per sollecitare la donna a parlare di dubbi, incertezze, imbarazzi, e darle incoraggiamenti e informazioni concrete.
Può essere una buona idea parlare con entrambi i membri della coppia insieme, in quanto questo potrebbe consentire loro di affrontare l’argomento per la prima volta.
Comunicazione con i figli: parlare ai figli del tumore è un compito penoso. La cosa migliore è parlarne per gradi, piuttosto che in un’unica occasione, lasciando aperto il
dialogo nel tempo, mano a mano che la malattia evolve.
È improbabile riuscire a tenere segreta la malattia di un genitore ai figli. Anche quando l’argomento non è affrontato in casa, la loro sofferenza si palesa tramite cambiamenti comportamentali: i più piccoli diventano appiccicosi, si rifiutano di andare a scuola, sviluppano un atteggiamento aggressivo.
Per questo è importante che il ragazzo mantenga una routine domestica, per avere un senso di sicurezza.
Inoltre, i figli devono avere la possibilità di
parlare della malattia e di fare domande alle quali occorre rispondere sinceramente, altrimenti l’ignoranza di ciò che sta accadendo può portarlo a sentirsi abbandonato senza sapere perché, o peggio ancora a sentirsi in colpa per qualcosa che pensa di aver fatto.
Per questi motivi è spesso più utile che sia un adulto esterno alla famiglia a parlare con i figli, come un insegnante di scuola.
Vedere opuscoli e video può aiutare i ragazzi a capire cos’ha la propria mamma.
I ragazzi vanno incoraggiati a visitare la madre all’ospedale, per accertarsi delle sue reali condizioni di salute.
Per saperne di più:
Cancro ed emozioni. Aspetti emozionali legati alle neoplasie.
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psico-oncologia
Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Roberta Camisasca
revisione: 24-01-2012