Tumori del seno - Dopo il cancro, essere ancora donna
Sanihelp.it - Per le donne che hanno subito
mastectomia sembra impossibile tornare alla normalità, riprendere la vita di prima.
Le perplessità e le paure riguardano soprattutto la vita di coppia e la concezione della propria femminilità: insieme a quella parte del corpo è stata tolta anche la capacità di
sentirsi donna, dentro e fuori.
Sembra impossibile pensare di poter vivere serenamente, come prima, la propria
sessualità.
In realtà, l’ostacolo dell’inibizione sessuale non è insuperabile, come spiega il dottor
Murru, dell’Unità Operativa di Psicologia dell'
Istituto Tumori di Milano:
«
La sessualità è un’esperienza totale, che non si può confinare alla genitalità e alla procreazione, ma riguarda sia la mente e che tutte le parti del corpo.
Il percorso terapeutico di recupero sessuale è lungo e complesso, e inizia con l’accettazione della perdita, della ferita, del fatto che il corpo è cambiato.
La coppia deve poi impegnarsi a riappropriarsi dell’Eros nel suo senso più ampio di amore per la vita».
«È fondamentale che la donna non perda di vista la globalità del concetto di femminilità», dice la dottoressa
Gatti, dell’
IEO di Milano.
«È vero, il seno è il simbolo di
riproduzione e di femminilità, ma ci sono altre caratteristiche fisiche e psicologiche che caratterizzano l’essere donna.
I cambiamenti fisici sono traumatici e stressanti, ma possono essere affrontati con un progressivo riadattamento alla nuova situazione e con la consapevolezza interna di
essere donna.
Inoltre di solito la mastectomia è seguita immediatamente da ricostruzione con
protesi o con altre tecniche di chirurgia plastica: questo evita alla donna il trauma della mutilazione visibile».
E per quanto riguarda la possibilità di essere ancora mamma?
Dice ancora la dottoressa Gatti: «La
gravidanza dopo un carcinoma mammario è un bellissimo esempio di ritorno alla vita, ma richiede una pianificazione alla luce della trascorsa esperienza di tumore e delle terapie effettuate.
È evidente che un’attesa adeguata deve separare il carcinoma e le relative terapie dalla gravidanza, sia per raggiungere una ragionevole tranquillità circa l’evoluzione della malattia, sia per smaltire i residui dei farmaci potenzialmente tossici per il
feto».
«Le persone che decidono di fare figli dopo la malattia oncologica sono probabilmente anche quelli che hanno maggiori risorse per superare questo momento», spiega il dottor Murru.
«Tuttavia è importante che il futuro genitore capisca i problemi suscitati dalla malattia: per questo il
rapporto di fiducia con i medici deve consentire di dialogare sui rischi derivanti dal carcinoma e dagli effetti tardivi da terapie farmacologiche».
A tale proposito, un recente articolo pubblicato su
Cancer evidenzia che coloro che sono diventati genitori dopo le terapie sono coloro che hanno avuto maggiori informazioni dai propri terapeuti e maggiori possibilità di discutere delle paure relative alla propria malattia e agli effetti della procreazione su di sé e sul nascituro.
Dunque dopo aver vissuto il cancro è davvero possibile, con tanta buona volontà e l'aiuto prezioso dei propri cari e dei medici, non solo
tornare alla vita, ma perfino
dare la vita.
Per saperne di più:
Un figlio dopo il cancro.
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Fonte: Redazione Sanihelp.it
di Roberta Camisasca
revisione: 24-01-2012