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Schizofrenia


La malattia è anche conosciuta come:
psicosi


 Nonostante l'etimologia della parola, la schizofrenia non indica affatto una malattia caratterizzata da una mente divisa o una duplice personalità.

Curiosamente anzi, la disambiguazione del termine propone un secondo significato, quello di cuore infranto, che si adatta a descrivere meglio non solo la condizione di isolamento sociale a cui il paziente schizofrenico è soggetto, ma anche i sintomi stessi della malattia, quali la volontà di interruzione di tutti i rapporti interpersonali nonchè la riduzione della gamma emotiva e conseguentemente dell'affettività. 

La schizofrenia dovrebbe quindi cominciare a essere concepita come una sindrome del cuore infranto, e non come il disturbo di una mente scissa e inconsapevole che l'immaginario collettivo troppo spesso suggerisce erroneamente: solo in questi termini la concezione della schizofrenia potrà cambiare, per essere finalmente riconosciuta nella sua reale dimensione, ovvero quella di una malattia analoga a tante altre.

Categoria: Malattie psichiatriche


Che cos'è - Schizofrenia

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Schizofrenia, una malattia come tante altre

Solitamente il termine malattia viene associato a forme di disturbo corporeo, a cui occorre provvedere tramite interventi farmacologici o chirurgici in grado di ripristinare il disordine derivato dall’alterazione di uno o più organi.

Non bisogna però dimenticare che ogni società umana possiede una propria visione della malattia, che si connette all’utilizzo di diverse metodologie di investigazione e diagnosi, nonché all’impiego di particolari terapie e rimedi.

L’importanza ricoperta dall’interazione di componenti fisiche, culturali e sociali nella malattia, si rivela in tutta la sua evidenza nel caso delle cosiddette malattie mentali, una categoria di disturbi psicofisici definiti partendo dalla definizione del concetto di follia, termine utilizzato per indicare una serie di comportamenti giudicati dalla comunità come irrazionali, imprevedibili e socialmente devianti.

La tradizione psichiatrica tende a suddividere i disturbi mentali in due macrocategorie:

- le psicosi, considerate come le vere malattie mentali, che vengono a loro volta suddivise fra endogene (cioè originate all’interno della mente) e organiche (cioè causate da danni fisici come traumi, infiammazioni o malattie degenerative);

- le nevrosi, condizioni temporanee come ansia, insicurezza, fobie, ossessioni e isterie, che possono far parte dell’esperienza di ogni essere umano. 

La schizofrenia, insieme alla depressione e alle manie, fa parte delle psicosi endogene e si configura come un disturbo mentale che si manifesta attraverso deliri, allucinazioni e disturbi del pensiero, del linguaggio e della comunicazione.

Al contrario di quanto si crede, i pazienti schizofrenici non dispongono di una doppia personalità ma semplicemente percepiscono la realtà in modo diverso dagli altri: le allucinazioni, ad esempio, inducono lo schizofrenico a sentire voci che nessun altro sente, mentre i deliri alimentano in lui la credenza che gli altri possano leggere e controllare il suo pensiero o che addirittura stiano tramando contro di lui.

Vivere in una realtà distorta porta i malati a essere spaventati, ansiosi e confusi, inducendoli spesso ad isolarsi dagli altri. Da parte loro, gli 'altri' percepiscono gli schizofrenici come soggetti strani, che suscitano tanto timore da tenerli lontano, accentuando ulteriormente la loro condizione di emarginati. Per questo è importante parlare di schizofrenia e soprattutto parlarne in modo corretto, cercando di abolire gli stereotipi dell’immaginario comune e portando le persone ad avvicinarsi ad una conoscenza reale e consapevole di questa malattia.
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Sintomi - Schizofrenia

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Tra i primi sintomi, calo di rendita e isolamento

I primi sintomi della schizofrenia sono soliti comparire durante l’adolescenza o la prima età adulta, anche se non è escluso che possano insorgere in persone di oltre quarant’anni di età.

Nella fase iniziale della malattia, il soggetto comincia a manifestare un calo di rendita dal punto di vista scolastico o lavorativo e si avvia verso un graduale isolamento che lo porta al ritiro dalla vita sociale e all’abbandono dei rapporti interpersonali. Il primo episodio psicotico è solito manifestarsi nel periodo tra l’adolescenza e la prima età adulta.

I sintomi della schizofrenia possono variare da individuo a individuo, ma sono compresi generalmente in una delle seguenti categorie:

- sintomi positivi, ovvero sintomi psicotici come allucinazioni, deliri (cioè convinzioni insensate dovute all’incapacità di distinguere tra realtà e irrealtà), disordini del pensiero, del linguaggio e del comportamento; le allucinazioni in particolare possono coinvolgere tutti e cinque i sensi, anche se tipiche della schizofrenia risultano essere quelle uditive (come sentire voci o suoni insistenti);

- sintomi negativi, che coinvolgono la riduzione della gamma emotiva (come il non provare né felicità né tristezza) e la perdita di interesse verso tutto e tutti: il paziente si dimostra apatico, trascorre intere giornate a letto completamente svuotato da stimoli e spirito d’iniziativa;

- sintomi cognitivi come ad esempio i deficit di memoria e di attenzione o l’incapacità di pensare in astratto: i pazienti schizofrenici trovano spesso difficoltà a comprendere le sfumature e le sottigliezze degli altri nelle relazioni interpersonali;

- sintomi dell'umore che permettono difficilmente di comprendere se il paziente sia allegro o triste, anche se spesso risulta profondamente depresso.

La maggior parte delle persone affette da schizofrenia, lungo l’arco della propria vita manifesta numerosi episodi psicotici (cioè momenti in cui predominano i sintomi positivi). Negli intervalli tra questi episodi, i pazienti riescono a condurre una vita relativamente normale, all’apparenza equilibrata e stabile, sebbene i sintomi negativi siano soliti apparire a seguito del primo episodio psicotico e permanere a lungo, spesso peggiorando gradualmente.

Nonostante ancora oggi non esista una cura risolutiva alla schizofrenia, i malati possono usufruire di trattamenti in grado di controllare i sintomi e migliorare la qualità di vita, trattamenti che nella maggior parte dei casi si rendono necessari per tutto l’arco della loro esistenza.
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Diagnosi - Schizofrenia

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I colloqui col paziente sono l'unico strumento diagnostico

Gli esami eseguiti dal medico in fase preliminare, servono essenzialmente a valutare la condizione fisica del paziente e ad escludere malattie e psicosi di diversa natura. La schizofrenia infatti non è individuabile sulla base di analisi cliniche.

Prelievi del sangue, radiografie al cervello ed esami di altra natura, servono quindi a individuare (o escludere) eventuali anomalie connesse con lo stato di malessere accusato dal paziente.

Seguono quindi una serie di colloqui con il paziente ed i familiari, uno strumento molto utile allo specialista per costruire il quadro di riferimento entro cui sistemare le informazioni raccolte durante gli incontri.  

Secondo la quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V), la diagnosi di schizofrenia può giungere solamente una volta che lo specialista abbia riscontrato nel paziente almeno due tra i seguenti sintomi:

- deliri, cioè convinzioni insensate dovute all’incapacità di distinguere tra realtà e irrealtà;

- allucinazioni che possono coinvolgere tutti e cinque i sensi (anche se tipiche della schizofrenia risultano essere quelle uditive, come sentire voci o suoni insistenti);

- disturbi del linguaggio e del pensiero, come associazioni sconnesse, mancanza di senso logico nei ragionamenti e conclusioni non basate sulla realtà;

- comportamento disorganizzato o catatonico, come l’immobilità della mimica e la possibilità di permanere a lungo in posizioni innaturali o atteggiamenti faticosi;

- sintomi negativi come la riduzione della gamma emotiva e la perdita di interesse verso tutto e tutti.

Almeno uno dei sintomi deve essere la presenza di deliri, allucinazioni o disordini del linguaggio.

Secondo il DSM-V inoltre, per una diagnosi certa di schizofrenia, i sintomi dovrebbero essere presenti da almeno sei mesi, mentre il paziente dovrebbe essere coinvolto già da diverso tempo in un processo di deterioramento dei rapporti sociali, scolastici o professionali.
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Cura e Terapia - Schizofrenia

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Un disturbo, molteplici approcci

Il trattamento della schizofrenia richiede la collaborazione di un equipe multidisciplinare, composta da un infermiere, uno psichiatra e uno psicologo o assistente sociale.

In genere la cura, che ad oggi non risulta essere risolutiva, prevede l’associazione di una terapia farmacologica con la psicoterapia, entrambe fondamentali per diminuire i sintomi e recuperare il paziente dal punto di vista psicologico e sociale.

I farmaci risultano essere essenziali nel trattamento della malattia perché aiutano a prevenire le ricadute e i ricoveri ospedalieri. Le varie tipologie di farmaci disponibili sul mercato, contribuiscono a controllare e a ridurre i sintomi della schizofrenia e presentano ognuno diversi vantaggi e svantaggi: per questo motivo è importante che il paziente ed i suoi familiari discutano con il medico ogni opzione terapeutica, individuando il farmaco più appropriato al loro particolare caso.

I farmaci antipsicotici (conosciuti anche come farmaci neurolettici o tranquillanti maggiori) sono solitamente disponibili sia in soluzione orale che iniettabile: le principali famiglie di neurolettici sono quattro e comprendono le fenotiazine, gli tioxanteni, i butirrofenoni e le benzamidi, anche se sono ormai numerosissime le sostanze disponibili in commercio.

La clozapina, un neurolettico di prima generazione dotato di notevoli effetti sedativi, risulta essere tra i farmaci più efficaci nella cura dei sintomi della schizofrenia, sebbene comporti una serie di pesantissimi effetti collaterali tra cui l’agranulocitosi, sindrome caratterizzata dalla notevolissima diminuzione dei globuli bianchi.

Gli effetti collaterali dei neurolettici di ultima generazione sono invece più limitati (come nel caso dell'olanzepina e del zuclopentixolol), anche se gli effetti dei farmaci sono dovuti non solo dal principio attivo utilizzato, ma anche dalla combinazione delle diverse sostanze che può far prevalere, a seconda del dosaggio utilizzato nella composizione del farmaco, un effetto piuttosto che un altro: alcuni neurolettici hanno infatti principalmente un’azione sedativa, altri hanno un effetto prevalentemente antipsicotico, altri ancora possiedono entrambi gli effetti in misura abbastanza equilibrata.

Bisogna però sempre ricordare che la schizofrenia è una malattia cronica e pertanto, nella maggior parte dei casi, l'interruzione dei farmaci porta a una ricaduta: i pazienti devono quindi continuare ad assumere i farmaci anche (se non soprattutto) quando percepiscono uno stato di maggior benessere, in modo da mantenere il miglioramento riscontrato. In molti casi infatti, i pazienti devono protrarre l'uso dei farmaci antipsicotici per molto tempo, talvolta per il resto della vita.

Accanto alla somministrazione dei farmaci, la psicoterapia e gli interventi psicosociali esercitano un’azione fondamentale nel processo di cura della malattia, dal momento che permettono al paziente non solo di prendere coscienza della propria condizione, ma anche di affrontare un graduale reinserimento all’interno di quella vita sociale da cui si sono estraniati.

Anche le psicoterapie disponibili sono molteplici quanto i farmaci e parimenti devono essere individuate sulla base della maggior compatibilità con il caso singolo: generalmente, le psicoterapie adottano un duplice approccio (cognitivo e comportamentale) che permette al paziente da un lato di stimolare il pensiero e dall’altro di migliorare la propria posizione all’interno di contesti sociali differenti (come la famiglia, la scuola, il lavoro, l’ospedale).
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Curiosità - Schizofrenia

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Storia delle malattie mentali: tra possessioni e manicomi

In passato, le malattie mentali venivano lette sotto la categoria del sacro, comportando la classificazione di questi disturbi come possessioni demoniache o invasamenti divini.

Con il Rinascimento e l’età della Riforma (XV-XVI secolo), diversi testi dell’Inquisizione riferirono di una serie di comportamenti folli e devianti da considerare come atti di stregoneria, e in quanto tali da perseguire e reprimere duramente.

A metà del Cinquecento venne quindi costruito a Londra l’ospedale di Santa Maria di Betlemme, luogo deputato alla custodia (o meglio alla detenzione) dei cosiddetti lunatici, che raccolse in realtà anche nullatenenti e vagabondi: per i due secoli successivi, questo ospedale venne considerato come un luogo di spettacolo a pagamento, per poi diventare in seguito un campo di lavoro forzato.

Solo dalla seconda metà del Settecento vi fu una riconsiderazione dei disturbi mentali sotto una nuova prospettiva, che indusse a percepire i folli come malati: diversi furono gli studiosi che, in questo periodo, richiesero per gli internati un trattamento più umano, che cominciasse dall’eliminazione delle catene.

Gli ospedali per i lunatici cessarono quindi gradualmente di essere dei semplici luoghi di detenzione, dando avvio allo sviluppo del sistema manicomiale. In queste nuove strutture venivano effettuati trattamenti medici (come salassi, purghe e bagni gelati) che si accompagnavamo a interventi rieducativi (come punizioni corporali o l’obbligo di partecipare a funzioni religiose) volti allo sradicamento della perversione che si riteneva fosse impiantata nella mente del malato.

Nella seconda metà dell’Ottocento, i positivisti ipotizzarono che i comportamenti folli fossero causati da un malfunzionamento dell’organismo, promuovendo la diffusione di terapie fisiche aberranti tra cui lo shock insulinico, la psicochirurgia (di cui la lobotomia risultò essere la pratica più diffusa) e l’elettroshock. Presupposto da cui si partiva era infatti quello della presenza di patologie identificabili in precise aree del cervello, su cui si poteva operare attraverso interventi mirati.

Solo a metà del Novecento, grazie all’apertura dei reparti (che sancì finalmente come la cura della malattia mentale fosse finalizzata alla remissione del paziente e non alla sua custodia permanente) e all’introduzione degli psicofarmaci, si verificò un cambiamento significativo negli ospedali psichiatrici, che da questo momento si adoperarono nella concezione di terapie sempre più evolute.
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Da sapere - Schizofrenia

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Dalla predisposizione genetica ai fattori perinatali

La causa (o le cause) alla base della schizofrenia non è ancora stata individuata, anche se le tesi più attendibili hanno individuato due possibili fattori di rischio che potrebbero favorire l’insorgenza della malattia: la predisposizione genetica e fattori perinatali.

Per quanto riguarda la predisposizione genetica, diversi sono gli studi che hanno identificato i geni plausibilmente coinvolti, anche se successivi approfondimenti hanno dimostrato che le singole varianti dei geni implicati erano presenti nel patrimonio genetico di una piccola parte dei pazienti schizofrenici.

Inoltre, alcune varianti dei geni individuati sono stati rilevati nel patrimonio genetico di pazienti affetti da altre forme di disturbo mentale, come l’autismo, il ritardo mentale, il deficit di attenzione, l’iperattività e l’epilessia.

Certo è che il rischio di insorgenza della schizofrenia risulta essere elevato nei parenti di persone affette da questo disturbo: in particolare le stime parlano di un 10% di rischio nei parenti di primo grado e di un 40% di rischio nei figli di genitori entrambi affetti da schizofrenia.

Ma i legami di parentela non esauriscono tutte le casistiche: alcuni pazienti infatti non risultano avere alcun precedente caso di schizofrenia nella storia familiare, dato che ha indotto gli studiosi a supporre che questi ultimi casi possano essere frutto di nuove mutazioni genetiche.    

Insomma, rispetto all’influenza del patrimonio genetico sulla malattia, rimane ancora moltissimo da comprendere e approfondire.

Per quanto riguarda i fattori perinatali invece, altrettanti numerosi studi hanno rilevato come le donne malnutrite o affette da particolari malattie virali durante la gravidanza possano avere un maggior rischio di dare alla luce bambini predisposti allo sviluppo della schizofrenia.

Alcuni studi ad esempio, mostrano come i bambini olandesi nati durante la seconda guerra mondiale da madri malnutrite abbiano un alto tasso di schizofrenia, o ancora, come l’influenza A2 (che ha colpito Giappone, Inghilterra e Scandinavia negli anni Sessanta) abbia innalzato le probabilità di partorire figli predisposti allo sviluppo della schizofrenia nelle donne che avevano contratto il virus nel corso della gravidanza.

Anche per quanto riguarda questa seconda ipotesi però, i dati a disposizione non permettono di delineare un quadro di riferimento chiaro e comprensibile. Bisognerà quindi attendere i futuri risvolti della ricerca per ottenere risposte più concrete e attendibili.
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Glossario per Schizofrenia - Enciclopedia medica Sanihelp.it

 - Psicosi
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FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Schizofrenia24x7, Medscape

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Autore: Margherita Monfroni - Sanihelp.it
Data ultima modifica: 31-12-2015

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