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Sindrome da immunodeficienza acquisita


La malattia č anche conosciuta come:
acquired immune deficiency syndrome, hiv, infezione da hiv


L'AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita), non è più una malattia "di nicchia". Se nei paesi poveri è comparabile a una catastrofe anche nel mondo avanzato inizia a riguardare un po' tutti.
Categoria: Malattie immunologiche
Sigla: AIDS

Che cos'è - Sindrome da immunodeficienza acquisita

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Che cos'è l'AIDS

Il termine AIDS è la sigla di Acquired Immuno-Deficiency Syndrome, che significa sindrome da immunodeficienza acquisita (in italiano sarebbe dunque SIDA)

È una malattia dovuta all’infezione del virus HIV che, una volta entrato nell'organismo, indebolisce progressivamente il sistema immunitario.

La contrazione della malattia non è seguita subito da manifestazioni cliniche. Anzi queste possono comparire anche dopo diversi anni. Durante il periodo silente l’organismo infettato produce gli anticorpi specifici che possono essere rintracciati nel sangue e nel liquido seminale.
Se, in seguito a un esame di laboratorio, si rintracciano gli anticorpi di parla di persona sieropositiva. Questo stato è l’unico segnale dell’avvenuta infezione prima che si manifestino i segni clinici.

L’indebolimento del sistema immunitario porta la persona ad essere facilmente vulnerabile alle infezioni. Quelle tipiche dell’AIDS sono una ventina e possono essere distinte in:

Infezioni da batteri e protozoi:

Infezioni da virus: Infezioni micotiche: Tumori:
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Che cos'è il virus HIV

La sigla HIV significa (human immunodeficency virus – virus da immunodeficienza umana). È un retrovirus a RNA responsabile dell'AIDS. Fondamentalmente se ne conoscono due ceppi virali: l’HIV-1 diffuso alle latitudini europee e l’HIV-2 diffuso alle latitudini subequatoriali e tropicali.

Il bersaglio di questo virus è il sistema immunitario, in particolare i globuli bianchi che sono principalmente coinvolti nella sua regolazione, chiamati linfociti T4 o linfociti Helper conosciuti anche con la sigla CD4.

Si diffonde nell’organismo attraverso l’intervento di enzimi che attivano, tra gli altri, il processo della transcriptasi inversa: da un filamento di RNA vengono prodotti due filamenti di DNA che si inseriscono nel patrimonio genetico della cellula linfocita infettata. Da qui parte la riproduzione virale perché la cellula ospite o muore o si espande fino a scoppiare liberando virus nell’organismo.


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Diffusione AIDS in Italia: in 20 anni segnalati 56.000 casi

In Italia la prima diagnosi di AIDS è stata notificata nel 1982. da allora fino al 31 dicembre 2005 il Centro operativo AIDS (COA) ha notificato 56.076 casi. Nell’ultimo anno il numero di notifiche si attestato a 1577.

Di tutti i casi notificati l’1,3 % era in età pediatrica, il 77,6% è di sesso maschile mentre il 21,1 è di sesso femminile. Il 66% dei casi notificati è deceduto.

La tendenza ha visto un continuo aumento fino al 1995. Dal 1996 stiamo assistendo a una diminuzione costante. Dal 2001 però il calo è più lieve e il numero dei casi sembra essersi stabilizzato anche se la linea di tendenza sembra comunque essere quella al ribasso.

Dal punto di vista delle modalità di trasmissione negli ultimi anni sta aumentando la proporzione dei casi attribuibile alla trasmissione sessuale e una diminuzione di quelli attribuibili ad altre modalità trasmissive.

A livello statistico nel 52.4% dei casi notificati la modalità trasmissiva è attribuibile all’uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa.
Nell’ultimo anno queste percentuali si sono un po modificate e la modalità trasmissiva più frequente è quella dei contatti eterosessuali pari al 42%.

Dal 1995 nelle schede di notifica sono contenuti altri dati anamnesici come la data dell’ultimo test negativo o l’uso di particolari terapie. Ne è scaturito che circa il 35% dei malati notificati ha fatto uso delle terapie antiretrovirali.
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Hiv in italia: l'ultima fotografia

L’infezione daHIV rappresenta al giorno d’oggi uno dei problemi più complessi della nostra medicina. L’ultima fotografia dello stato di tale infezione nel nostro Paese è emersa dai dati dello Studio ICONA, nato nel 1997 come studio osservazionale (condotto sull’intero territorio nazionale) su di un’ampia casistica di persone HIV-positive (più di 6.000), e dal 2007 eretto a Fondazione.

Dai dati riferiti nell’incontro promosso dalla Fondazione ICONA, presieduta da Mauro Moroni, Ordinario Malattie Infettive dell’Università di Milano, risulta che la trasmissione dell’infezione avviene oggi principalmente per via sessuale (sia eterosessuale che omosessuale) mentre all’inizio dello studio (1997) la fonte principale era la tossicodipendenza.

Grazie ai farmaci antiretrovirali e alla combinazione fra di loro, la percentuale di decessi per AIDS nella coorte di soggetti trattati si è decisamente ridotta. Nonostante questi dati favorevoli, dallo Studio ICONA emergono tuttavia anche elementi di allarme.

Ad esempio, nel 2007 le stime mostrano una sostanziale stabilità nel numero di nuovi casi di AIDS rispetto all’anno precedente. Questa interruzione della diminuzione dei casi, osservata in precedenza, è da attribuire in primo luogo al mancato accesso precoce alla terapia (oltre il 60% dei nuovi casi non ha effettuato terapia prima della diagnosi di AIDS) dovuto principalmente a un ritardo nella esecuzione del test: metà del persone con AIDS scopre di essere sieropositiva al momento della diagnosi di AIDS della malattia o poco prima.

Se l’incidenza di nuovi casi di AIDS è stabile, aumenta invece il numero totale delle persone con AIDS viventi, che sono oggi quasi 24.000. Tale effetto è dovuto all’incremento della sopravvivenza dei malati a seguito dell’introduzione della terapia combinata con farmaci antiretrovirali.

Cambiano anche le caratteristiche delle persone con AIDS: aumenta l’età, sia per gli uomini (43 anni) che per le donne (40 anni), diminuiscono i tossicodipendenti, aumentano gli stranieri (oltre il 20% dei casi segnalati nell’ultimo anno). Diminuisce ulteriormente l’incidenza di casi di AIDS nei bambini: solo un nuovo caso pediatrico è stato segnalato nel corso del 2007.

Non esiste un sistema di sorveglianza nazionale dell’infezione da HIV in Italia. I dati disponibili comunque indicano che il numero di nuove infezioni è stabile da malti anni e che ammonta a circa 4000 nuove infezioni l’anno.

I dati ICONA indicano infine che la grande maggioranza di queste infezioni è acquisita per via sessuale (eterosessuale ed omosessuale) e che il 13 % ha oltre 50 anni al momento della diagnosi (il 4% oltre 60).

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Prevenzione - Sindrome da immunodeficienza acquisita

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L'AIDS si trasmette

Il virus dell’HIV si trasmette attraverso 3 modalità: per via ematica, per via sessuale e per via materno-fetale.

Ematica
Se il sangue di un individuo siero positivo entra in contatto con il sangue di un individuo sano il virus si propaga nell’organismo di quest’ultimo.

Inizialmente molti contagi sono avvenuti in seguito a trasfusioni di sangue o alla somministrazione di suoi derivati. Dal 1985, anno in cui sono stati introdotti maggiori controlli a queste operazioni, questa tipologia di contagio è andata via via diminuendo e ora è praticamente eliminata.

La trasmissione per via ematica colpisce ancora i tossicodipendenti che usano scambiarsi le siringhe.

Nella vita di tutti i giorni questo tipo di trasmissione può avvenire se si scambiano strumenti taglienti di uso comune (rasoi, forbicine) o per usi particolari (aghi in mesoterapia o per realizzare tatuaggi). In questi casi è sufficiente seguire particolari regole di comportamento per evitare il contagio.

Sessuale
Attualmente la trasmissione sessuale è sicuramente quella più frequente. Il contagio avviene attraverso piccolissime lesioni dei genitali. Queste durante il rapporto sessuale consentono al virus, presente nello sperma o nelle secrezioni vaginali, di entrare nell’organismo.

Ovviamente tutte le pratiche sessuali che favoriscono traumi possono provocare un aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio, perché la mucosa dell'ano è più fragile e meno protetta di quella vaginale.

Materno-fetale 
La trasmissione da madre a figlio può avvenire durante la gravidanza, durante il parto, o con l’allattamento. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20%. Oggi è possibile ridurlo al di sotto del 10% somministrando zidovudina (Azt, primo farmaco usato contro l’Hiv) alla madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita.
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L'AIDS non si trasmette

È facile, pensando all’AIDS, commettere l’errore di estremizzare i comportamenti, di pensare che una persona sieropositiva o malata di Aids sia pericolosa alla sola vista, di radicalizzare il concetto di prevenzione allo stremo.

L'allarmismo è nemico della conoscenza, e può solo fare danni, soprattutto se va ad intaccare il rapporto tra le persone. Il modo in cui si trasmette il virus è noto quindi sfatiamo il luoghi comuni di alcune situazioni particolari.

L’AIDS non si trasmette nei contatti quotidiani.
Viene scritto a chiare lettere nel sito della LILA: « Nessun familiare di una persona sieropositiva è mai stato infettato. In caso di convivenza con una persona sieropositiva é sufficiente rispettare le comuni norme igieniche: non usare oggetti che possono entrare in contatto con il sangue, cioè spazzolini da denti e oggetti taglienti come forbici, rasoi, ecc.»

L’AIDS non si trasmette abbracciandosi: L'atto di abbracciarsi e stringersi non trasmette l'infezione.

L’AIDS non si trasmette accarezzandosi: L'HIV non si trasmette scambiandosi carezze.

L’AIDS non si trasmette baciandosi: Non è mai stato segnalato un caso di contagio attraverso il bacio.

L’AIDS non si trasmette masturbando il partner a condizione che lo sperma o le secrezioni vaginali non vengano a contatto con ferite aperte.

L’AIDS non si trasmette facendo il bagno o la doccia insieme.
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La prevenzione dell'AIDS, poche semplici regole

Una volta chiarito come si trasemtte l'AIDS la strategia di prevenzione è abbastanza semplice basta evitare i comportamenti a richio e adottare alcuni accorgimenti.

La trasmissione per via ematica può essere evitata evitando l’uso in comune di siringhe, aghi, rasoi, forbicine, spazzolini da denti, spazzole con denti metallici.
Assicurarsi che gli aghi utilizzati in terapie di agopuntura e mesoterapia o per la realizzazione di tatoo e piercing siano monouso o sterilizzati.
Gli operatori sanitari devono stare particolarmente attenti nel maneggiare tutti gli oggetti taglienti.

Un accenno particolare lo merita il discorso donazioni di sangue. I medici devono attenersi in maniera rigida alle indicazioni per le trasfusioni di sangue: ricordiamo che le donazioni di sangue vanno sempre sottoposte al test per l'Hiv, né devono donare sangue, plasma, sperma, organi per trapianti, tessuti o cellule le persone che abbiano avuto comportamenti a rischio.

Per la trasmissione sessuale si possono seguire due regole di comportamento:

- avere rapporti mutuamente monogamici tra persone non infette, quindi niente tradimenti e scappatelle
- nel caso di rapporti occasionali di qualsiasi tipo utilizzare il profilattico
- si può prevenire la trasmissione materno-fetale con una terapia antiretrovirale con zidovudina.
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Allarme sieropositività sommersa

Nel nostro Paese, come nel resto in numerosi altri Paesi, una proporzione significativa di persone con infezione da HIV giunge alla diagnosi di infezione molti anni dopo il contagio, spesso quando si sono già manifestati sintomi di malattia e l’immunodeficienza è progredita a livelli avanzati.

Lo dimostra una specifica analisi dei dati della coorte ICONA, condotta dall’omonima Fondazione su circa 6000 soggetti in tutta Italia: il 32,2% delle persone viene a sapere di avere l’infezione da HIV quando il suo sistema immunitario è già gravemente compromesso (linfociti CD4<200 mmc), o si è già manifestato l’AIDS. Il ritardo di diagnosi è più frequente tra i pazienti di sesso maschile, tra quelli contagiati per via sessuale e tra quelli di età superiore a 30 anni.

Questo fenomeno determina due ordini di conseguenze negative. In primo luogo la persona con HIV diagnosticata tardivamente non ha l’opportunità di iniziare nei tempi ottimali la terapia antretrovirale e ha un rischio più elevato di giungere ad una fase sintomatica della malattia e una ridotta probabilità di un pieno recupero immunologico una volta iniziata la terapia.

In secondo luogo la non consapevolezza dello stato di infezione può favorire una ulteriore diffusione del contagio. È stato infatti dimostrato che le persone con infezione da HIV riducono significativamente i comportamenti a rischio di trasmissione dell’infezione una volta informati del loro stato. Inoltre vi sono evidenze di una efficacia di interventi di prevenzione della diffusione del contagio indirizzati alle persone con infezione da HIV nota.

La promozione della conoscenza dello stato di infezione appare quindi un intervento rilevante nella prevenzione della infezione da HIV e delle sue conseguenze cliniche. Per raggiungere tale risultato, la fondazione Icona pone quattro obiettivi:

• Favorire l’esecuzione del test richiesto direttamente dagli interessati facilitando l’accesso ai servizi pubblici di counseling e test

• Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione a più elevata prevalenza di infezione che si rivolgono per altri motivi ai servizi sanitari, come persone affette da malattie correlate alla infezione da HIV (quali la tubercolosi) o che hanno le stesse modalità di trasmissione di HIV (malattie a trasmissione sessuale come sifilide o gonorrea, epatite da virus C e B) o persone in trattamento per dipendenze

• Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione per i quali più elevato è il beneficio atteso da una diagnosi tempestiva (ad esempio a tutte le donne in gravidanza ed ai loro partners, anche se non hanno alcun fattore di rischio per prevenire la trasmissione madre-figlio)

• Offrire attivamente il test a gruppi di popolazione a più elevata prevalenza di infezione che non vengono raggiunti dai servizi sanitari

«In ogni caso la prescrizione del test andrà accompagnata da una adeguata informazione - commenta Enrico Girardi, direttore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma - La consegna del risultato, dovrà allo stesso modo prevedere una adeguata informazione e, in caso di test positivi, l’attivazione di procedure predefinite che favoriscano la presa in carico tempestiva da parte delle strutture deputate all’assistenza. Va sempre garantito il diritto del cittadino alla riservatezza in merito al test, e in tutte le occasione di offerta attiva del test va garantito il diritto della persona a non eseguirlo».

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Diagnosi - Sindrome da immunodeficienza acquisita

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Il test dell'HIV, come e dove?

Se sappiamo di aver assunto comportamenti a rischio è importantissimo fare il test per la sieropositività all’HIV. È sufficiente recarsi presso le Unità Operative Aids delle Asl (generalmente non è richiesta impegnativa del medico)

Il test è molto semplice. Viene fatto un prelievo di sangue e viene esaminata la presenza o meno di infezione da HIV. Il livelli di diagnosi sono due: c’è un primo test denominato ELISA a cui segue in caso di esito postivo il Western Blot (WB) che conferma il risultato. In alcuni laboratori per la conferma si utilizzano anche il test dell’immunofluorescenza o la radioimmunoprecipitazione.

Gli esami rilevano la presenza nel sangue degli anticorpi anti-HIV. Gli anticorpi non si formano immediatamente. C’è un periodo variabile di incubazione, chiamato periodo finestra, che va da qualche settimana fino anche a sei mesi dal primo contatto con il virus. Nella stragrande maggioranza dei casi dura meno di 3 mesi.

Durante il periodo finestra, quindi, una persona può risultare negativa al test ma essere in realtà sieropositiva. Semplicemente non ha ancora sviluppato gli anticorpi. Per questo motivo il test, se da esito negativo, va comunque ripetuto trascorsi i sei mesi del periodo finestra.

Il test è completamente volontario e gratutito, nel caso in cui a richiedere il test sia una persona minorenne, la legge prevede che il consenso sia a carico dei genitori o di chi esercita la patria potestà. Se c’è il desiderio, con motivate cause, di non comunicare ai genitori la decisione di fare il test, la prassi é quella di prendere in considerazione la richiesta se sono stati superati i 14 anni di età.

Ricordiamo infine che la semplice sieropositività non è indice di malattia in atto, ma solo di avvenuto contagio; questa fase può durare anche molti anni poiché il virus, che appartiene alla famiglia dei Lentivirus, impiega molto tempo a determinare i danni all’organismo.


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HIV: Il test ELISA

Il test ELISA, per la sua facilità di esecuzione e il suo costo limitato, è l’esame più utilizzato per lo screening dell’AIDS.

ELISA è l’acronimo di Enzyme-Linked Immunosorbent Assay, (saggio di immunoassorbimento enzimatico). Si tratta di un metodo di analisi immunologica in biochimica per rilevare la presenza di un dato antigene caratteristico di un organismo patogeno in un campione.

Si capisce dunque che è un test in grado di misurare la concentrazione di anticorpi nel plasma sanguigno e di conseguenza utile per rilevare la presenza degli anticorpi del retrovirus HIV.

Nel test HIV il metodo ELISA è utilizzato per individuare nel sangue anticorpi diretti contro gli antigeni gp41 e gp120, due glicoproteine presenti nella parte esterna del Virus.

L'esame, quindi, non rileva il virus vero e proprio. Se si trovano gli anticorpi l'analisi risulta "positiva". La prassi prevede in questo caso una ripetizione del test per essere sicuri dei risultati.
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Cura e Terapia - Sindrome da immunodeficienza acquisita

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Prima della terapia AIDS: viremia e conta linfocitaria

Oltre alla valutazione della situazione clinica del paziente e dei possibili impedimenti pratici per la somministrazione di una terapia, il passaggio obbligato prima di ogni decisione sull’inizio o sui cambiamenti della terapia si basa sul rilievo dei parametri virologici (conta del numero di copie di HIV RNA nel plasma) e immunologici (determinazione del numero di linfociti T CD4+ nel sangue circolante.

Anche se importantissimi, questi, sono due parametri tra i tanti per decidere la terapia, perché per esempio essi non consentono di valutare altri effetti della terapia antiretrovirale nel lungo termine (ad esempio fenomeni di tossicità cronica).

La conta del numero di copie di HIV RNA può essere effettuata con uno dei tre metodi disponibili in commercio e cioè:

  • RT (reverse transcriptase)-PCR Ampicor R HIV-1 Monitor vs. 1.5 (Roche)
  • NASBA (nucleic acid sequenze-based amplification) Nuclisens HIV-1 RNA QT (Organon, Biomeriuex)
  • b-DNA (branched DNA amplification) Versant HIV-RNA 3.0 (Bayer Co Chiron).

Si tratta di tre metodi ugualmente affidabili con un limite di sensibilità di 50 copie/ml i primi due e di 75 copie/ml il terzo. Esiste tuttavia una significativa variabilità tra i valori che si possono ottenere con i tre metodi; pertanto, è importante che il monitoraggio di ciascun paziente venga eseguito utilizzando possibilmente sempre la stessa metodica.

La determinazione dei linfociti totali, dei linfociti con fenotipo CD3+, CD4+ e CD8+ ed il rapporto CD4+/CD8+ è essenziale per la stadiazione della malattia da HIV-1.

La determinazione viene effettuata calcolando la percentuale delle cellule CD3+ (linfociti T totali), di quelle CD4+ definite come T helper e CD8+ (cytotossic-suppressor)) e confrontandola con quella delle persone adulte normali o dei bambini della stessa età.

Per quanto riguarda i valori assoluti delle sottopolazioni linfocitarie le linee guida internazionali dei CDC pubblicate nel 1997 consigliavano la metodica delle due determinazioni con distinti strumenti: un citofluorimentro ed un analizzatore per ematologia.
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AIDS: La terapia antiretrovale

La funzione della terapia antiretrovirale è quella di abbattere il virus fino a livelli molto bassi in modo che diminuisce l’infezione a carico delle cellule T CD4+, le più colpite dal virus.

La terapia fa aumentare il numero dei CD4 e quindi migliora la loro efficacia nella azione che svolgono nell’ambito del sistema immunitario al fine di contrastare episodi infettivi.

Allo stato attuale il virus non più essere eliminato completamente. Il suo livello può essere fortemente abbassato ma il virus si conserva in forma ridotta in alcuni compartimenti dell’organismo, i cosiddetti reservoir, quali il midollo osseo, i linfonodi, il sistema nervoso centrale.

Ci sono quattro classi di farmaci che vengono utilizzate in associazione, esse sono:

  • nucleosidici della trascrittasi inversa
  • analoghi non nucleosidici delle trascrittasi inversa
  • inibitori delle proteasi
  • inibitori della fusione.

Nel corso del tempo sono state stabilite delle linee guida che fissano i principi generali e che stabiliscono
  • Quando iniziare la terapia antiretrovirale
  • Come valutarne l’efficacia
  • Quando e come effettuare eventuali cambi di terapia in relazione alla mancata risposta immunovirologica, alla comparsa di effetti collaterali e/o alla comparsa di resistenza del virus ai farmaci.

Nella pratica il medico oltre a queste linee guida dovrà valutare le caratteristiche cliniche del malato, i parametri di laboratorio e la praticabilità effettiva della cura.
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AVIP una strada verso il vaccino

La messa a punto di un vaccino efficace contro l'HIV ha unito in un unico consorzio, denominato AVIP (AIDS Vaccine Integrated Project), 19 gruppi di ricerca europei e africani, accomunati da una lunga esperienza nel campo della ricerca sui vaccini. Il consorzio è sotto la guida italiana dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS).

L'iniziativa, finanziata dalla Commissione Europea e coordinata da Barbara Ensoli, Direttore del Centro Nazionale AIDS dell'ISS, coinvolge le università, gli istituti di ricerca e le industrie di sei Paesi Europei (Italia, Svezia, Francia, Germania, Finlandia, Gran Bretagna), del Sud Africa e dello Swaziland.

Il progetto è stato avviato nel 2004 e si prevede una durata di 5 anni. L'AVIP è un progetto multilaterale e dotato di enormi potenzialità. Per la prima volta si propone di sviluppare e sperimentare sull’uomo (fase I) 4 nuovi vaccini per l' HIV sviluppati in Italia, Svezia, Finlandia e Germania. L'aspetto innovativo dei vaccini sviluppati nell'ambito dell'AVIP è rappresentato dalla combinazione di geni o proteine di HIV strutturali (che fanno parte della particella virale) e regolatorie (che intervengono nella replicazione del virus).

Nei paesi in via di sviluppo si stanno predisponendo dei siti che ospiteranno le successive fasi della sperimentazione.

L'addestramento necessario alla conduzione di trial vaccinali e il trasferimento di tecnologie, rappresentano punti chiave del progetto. A questo scopo i partners di AVIP hanno creato la "AVIP International School", con centri in tutti i Paesi partecipanti al programma.

Sin dal suo esordio il programma AVIP è stato coinvolto in sinergie con altri programmi nazionali e internazionali, tra i quali: l'Azione Concertata Italiana per lo sviluppo di un Vaccino contro HIV/AIDS (ICAV), che è parte del Programma Nazionale AIDS finanziato dal Ministero della Salute, e programmi bilaterali con Paesi in Via di Sviluppo, finanziati dal Ministero degli Affari Esteri.
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Antiretrovirali e Hiv: cosa cambia?

I cambiamenti della terapia antiretrovirale negli ultimi anni hanno comportato significativi miglioramenti nell’efficacia degli schemi di trattamento. Negli ultimi anni solo il 3% dei soggetti che iniziano la terapia va incontro, nel primo anno di terapia, ad un cambio del regime iniziale di trattamento a causa di un fallimento terapeutico.

La tollerabilità a lungo termine e l’aderenza agli schemi di trattamento, però, rappresentano oggi i principali ostacoli ad una efficacia duratura della terapia. Dai dati della coorte Icona, le principali cause di interruzione di terapia sono i problemi di intolleranza e tossicità (60%) e la mancata aderenza al regime terapeutico (24%).
Le cause di questa persistenza nella interruzione o cambio precoce del primo regime vanno ricercate in primo luogo nelle modifiche della popolazione trattata negli anni.

«Dai dati epidemiologici della Coorte, nell’ultimo triennio considerato sappiamo essere in aumento la proporzione di pazienti che iniziano il trattamento in condizioni avanzate di malattia, quando la tollerabilità è già di per sè ridotta - spiega Andrea Antinori,direttore del Dipartimento Clinico dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani di Roma - Una seconda spiegazione è che sempre più frequentemente i pazienti cambiano il regime iniziale di terapia per semplificare la terapia stessa, modificando la composizione dello schema di terapia verso combinazioni a ridotto numero di compresse e che si possano prendere una sola volta nell’arco della giornata. La probabilità di cambiare il regime iniziale di trattamento per una semplificazione è attualmente del 10% nel primo anno, e la probabilità di ricorrere a tale strategia è aumentato di oltre 10 volte dal 1999 al 2005, effetto della più ampia disponibilità di farmaci, di co-formulazioni, di molecole a più basso numero di compresse».

La probabilità di interrompere o cambiare il trattamento iniziale nel primo anno è più elevata nelle donne (28% in più) e nei soggetti portatori di una concomitante infezione da virus dell’epatite virale C (29% in più), anche indipendentemente dal tipo di regime scelto e dalle condizioni cliniche e immunologiche di malattia.

Infine, una informazione importante che emerge dall’analisi dei dati della Coorte è che i pazienti che hanno fallito ad un primo regime antiretrovirale sono più a rischio di interrompere o cambiare anche il regime successivo, con conseguenze negative sul controllo a lungo termine dell’infezione e della progressione della malattia.

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L’AIDS e la vita di tutti i giorni - Sindrome da immunodeficienza acquisita

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Essere sieropostitivi, come cambia la vita

Scoperta, convivenza e degenerazione a malattia. Analizziamo queste tre fasi significative dell'AIDS attraverso il contributo di Alessandra Cerioli responsabile dell’area Salute della Lega per la lotta contro l’AIDS (LILA).

Partiamo con l’esito positivo del test ELISA cosa fare?
«Dobbiamo recarci in un centro di malattie infettive dove ci sono i medici che seguono questa malattia. Qui faremo un prelievo di sangue per capire come è messo il nostro sistema immunitario e se ci sono, insieme all'HIV, altre malattie trasmesse sessualmente. Dopo il risultato e la prima visita verremo seguiti successivamente tramite l'ambulatorio o il day hospital».

Entriamo nel concreto, per un sieropositivo che cosa cambia nella vita di tutti i giorni?
«Cambia soprattutto l'aspetto emotivo, affettivo, sociale. L'HIV si porta dietro un retaggio di luoghi comuni, giudizi, discriminazioni che non rendono facile la sopravivenza. Dal punto di vista pratico ci sono solo una serie di accorgimenti. Il supporto delle associazioni di cui fanno parte molte persone sieropositive può essere un aiuto concreto in questa fase delicata della propria vita».

E quando la sieropositività diventa AIDS?
«Oltre gli aspetti sociali che rimangono invariati gli va aggiunta l'assunzione delle terapie antiretrovirali che sicuramente non è così facile da accettare visto che dovremo seguirla per tutta la vita».
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Sesso e AIDS, quando si rischia e quando no

In generale i rapporti sessuali sono a rischio contagio. La prevenzione in questi casi non è mai troppa. Vediamo caso per caso quali sono le situazioni più rischiose.

Penetrazione vaginale: è rischioso ma ci si può proteggere indossando il preservativo dall’inizio del rapporto.

Penetrazione anale: qui il rischio è dovuto al fatto che la mucosa anale è delicata e soggetta a lesioni, inoltre nel rapporto anale vi è meno lubrificazione, quindi maggior possibilità di frizione e conseguenti microtraumi. Anche in questo caso il preservativo, usato correttamente, dall'inizio del rapporto e con un lubrificante adatto, protegge.

Fellatio: una persona sieropositiva che pratica la fellatio a una persona sieronegativa non rischia di trasmettere l'infezione. Il rischio si corre quando la persona cui è praticata la fellatio è sieropositiva.
Sulla possibilità di trasmissione dell'HIV attraverso la fellatio vi è comunque un dibattito tra chi considera questa pratica a rischio di trasmissione dell'HIV e chi sostiene che la possibilità è solo teorica (plausibilità biologica).
È comunque consigliabile praticare la fellatio con il preservativo, ma nel caso non lo si utilizzi è necessario evitare lo sperma in bocca.

Cunnilingus: è rishioso perchè le secrezioni vaginali possono contenere il virus HIV, pertanto esiste una possibilità (solamente teorica, perché nella realtà non esistono casi accertati) di trasmissione dell'infezione. Il cunnilingus è da evitare nel caso di mestruazioni.
L'utilizzo della diga interdentale o comunque di uno strato in lattice (che si può ottenere da un preservativo) applicato come barriera elimina il rischio.

Anilingus: questa pratica è considerata a rischio per altri tipi di infezione.

Fisting : è considerato a rischio per la facilità di provocare lesioni attraverso le quali potrebbe passare il virus.

Pioggia dorata: può essere pericolosa in presenza di sangue in quantità cospicua nelle urine.
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Hiv, scenari futuri

Dal cento per cento all’8-9 per cento. È questa la rimarchevole diminuzione della mortalità per AIDS registrata negli ultimi dieci anni dallo studio Icona, nato nel 1997 come studio osservazionale (condotto sull’intero territorio nazionale) su di un’ampia casistica di persone HIV-positive (più di 6.000), e dal 2007 eretto a Fondazione.

Il merito spetta ai farmaci antiretrovirali via via resi disponibili, studiati nel tempo per diminuire la tossicità, migliorare l’efficacia per quanto riguarda i ceppi resistenti, favorire la combinazione tra loro dei farmaci disponibili e aumentare il grado di accettabilità da parte dei pazienti.

Esistono tuttavia ancora serie problematiche (effetti collaterali, tossicità, selezioni di ceppi resistenti) cui si cerca di ovviare con nuove molecole o con opportune strategie farmacologiche. Occorre inoltre un netto cambiamento di mentalità: se prima lo scopo era quello di evitare che un paziente morisse di AIDS e di contrastare l’evoluzione dell’infezione a malattia, oggi, stante la possibilità di mettere insieme una combinazione tra farmaci che abbiano le caratteristiche della tollerabilità e di efficacia a lungo termine, l’obiettivo è quello di arrivare alla viremia negativa se non in tutti, perlomeno nella stragrande maggioranza nei pazienti in trattamento.

«Per il prossimo biennio o triennio i centri clinici e i gruppi di lavoro più all’avanguardia saranno impegnati nel conseguimento di questo obiettivo - spiega Adriano Lazzarin, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’ospedale San Raffaele di Milano - che appare raggiungibile sulla base della osservazione riguardante la combinazione di almeno 2 o anche 3 nuovi farmaci in grado di uccidere, nel 90-100% dei casi, i virus multiresistenti. Si tratta certamente di una rivoluzione nell’approccio strategico di lotta contro l’HIV e le sue drammatiche conseguenze».

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Glossario per Sindrome da immunodeficienza acquisita - Enciclopedia medica Sanihelp.it

 - Inibitori della proteasi dell’ hiv
 - Interferone
 - Retrovirus
 - Sieropositivo


Farmaci

 - ALFAFERONE*1F 1000000UI 1ML
 - ALFAFERONE*1F 3000000UI 1ML
 - ALFAFERONE*1F 6000000UI 1ML
 - ALOZOF*10CPS 100MG
 - ALOZOF*2CPS 150MG
 - AVIFLUCOX*10CPS 100MG
 - AVIFLUCOX*7CPS 200MG
 - CITOVIRAX*INFUS 1F 500MG+F10ML
 - CYMEVENE*INFUS FL 500MG+F 10ML
 - DIZOLO*10CPS 100MG
 - DIZOLO*2CPS 150MG
 - DIZOLO*7CPS 200MG
 - ELAZOR*10CPS 100MG
 - ELAZOR*2CPS 150MG
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Autore: Redazione - Sanihelp.it
Data ultima modifica: 31-12-2015

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