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Tumore della prostata


La malattia č anche conosciuta come:
cancro della prostata, carcinoma della prostata, carcinoma prostatico, neoplasia della prostata, tumore prostatico


Il tumore alla prostata è la seconda causa di morte oncologica al mondo dopo quello del polmone. Il primo passo per sconfiggerlo è conoscerlo davvero: le cause, la prevenzione, la terapia e le ultime novità
Categoria: Malattie oncologiche
Sigla: CaP

Che cos'è - Tumore della prostata

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Identikit di un big killer

Il tumore prostatico è, come suggerisce il nome stesso, una neoplasia a carico della prostata, una ghiandola sessuale maschile deputata a produrre le sostanze che arricchiscono il liquido seminale.

La prostata si trova al di sotto della vescica, ed è costituita da due porzioni: una centrale direttamente in contatto con l’uretra e una esterna o periferica.
Con l’avanzare dell’età o in seguito a episodi infiammatori, è possibile che la porzione centrale della ghiandola aumenti di volume (ipertrofia prostatica benigna) riducendo quindi il calibro dell’uretra e determinando inevitabilmente disturbi urinari denominati disturbi disurici.
La parte più frequentemente colpita dal tumore è invece quella esterna.

Il tumore prostatico, che si manifesta in modo asintomatico, è il più diffuso dopo il melanoma e la seconda causa di morte per cancro nella popolazione maschile statunitense al di sopra dei 50 anni (dati del National Cancer Institute).

Solo nel 2005 sono stati diagnosticati 232.090 casi con una prevalenza di 1 caso su 6 e 30.350 casi di morte.
L’incidenza tra la popolazione mondiale varia in base a fattori ambientali, genetici e differenze nel trattamento sanitario: la popolazione asiatica ha tipicamente bassa incidenza mentre alti sono i tassi per quanto riguarda la razza nera e gli uomini del nord Europa.

Comunque, si tratta di un tumore ad alto impatto socio-epidemiologico, che impegna l’opinione pubblica in campagne di sensibilizzazione volte alla diagnosi precoce.


Testo realizzato da Silvia Nava in collaborazione con Alessandro Bertaccini, Ricercatore presso la Clinica Urologica, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, vice-presidente SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) - Policlinico S.Orsola-Malpighi - Bologna
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Attenzione all'età e ai parenti

Le principali cause di tumore prostatico sono tre: età, razza e famigliarità.
L’età viene considerata uno dei principali fattori di rischio: se a 40 anni l’incidenza di questo tumore corrisponde a un caso su 19.299, già a 50 si passa a un caso su 45, e dai 60 in poi addirittura ad un caso su sette (Cancer statistics 2003).

Questi dati sembrano correlarsi alla presenza di ormoni endogeni quali androgeni (diidrotestosterone e testosterone) ed estrogeni (estradiolo), che possono influenzare il processo carcinogenetico che porta alla genesi del tumore.

Studi clinici hanno poi evidenziato che alcuni alimenti, come la carne rossa, i grassi e gli alcolici, sembrano aumentare il rischio di cancro alla prostata, mentre altri, come la soia e le vitamine D ed E, sembrano ridurlo.
Ciò potrebbe spiegare la minore incidenza di tumore prostatico nella popolazione asiatica (causa razziale).

Questi dati non devono illudere chi soffre di cancro prostatico di potersi curare con l’alimentazione, ma di certo una dieta sana ricca di selenio e vitamine e povera di grassi può essere d’aiuto, e lo stesso vale per l’abolizione di alcol, fumo ed esposizione ai raggi UV.

Infine, anche la famigliarità ha un ruolo importante nella genesi del carcinoma prostatico: nel 10-15% della popolazione con almeno un parente affetto, il rischio di contrarlo risulta raddoppiato, e lo stesso vale anche per che ha familiarità per la neoplasia mammaria, soggetta alla mutazione degli stessi geni BRCA1 e BRCA2.


Testo realizzato da Silvia Nava in collaborazione con Alessandro Bertaccini, Ricercatore presso la Clinica Urologica, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, vice-presidente SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) - Policlinico S.Orsola-Malpighi - Bologna
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Diagnosi - Tumore della prostata

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Non solo PSA...

Pur trattandosi di una neoplasia del tutto asintomatica in fase precoce (tranne rari casi di sintomi urinari ed ematuria), la dislocazione periferica della prostata permette spesso di avvertire la presenza di un tumore mediante l’esplorazione rettale digito-guidata.

Molto studiato è anche il significato del PSA (Antigene Prostatico Specifico), una proteina prodotta dall’epitelio prostatico, come utile marcatore nella diagnosi del carcinoma prostatico.

Modificazioni evidenti dei livelli di PSA possono infatti indicare un ingrandimento benigno o uno stato infiammatorio alterato.
Generalmente viene considerato nella norma un valore di PSA totale inferiore a 4 ng/ml, che però va rapportato all’età e ad parametri.

Sulla base di questo dato viene valutata sia la forma totale di PSA che alcuni derivati specifici, e in seguito viene eseguita una comparazione.

Per un’accurata diagnosi precoce, però, oltre all’esplorazione rettale e all’esame del PSA si utilizzano anche l’ecografia prostatica transrettale e ultimamente la TAC-PET con colina marcata e la biopsia prostatica eco-guidata.

Oggi esistono delle vere e proprie linee guida, promosse dal gruppo italiano «Linee Guida Biopsie Prostatiche», che basandosi su evidenze scientifiche danno indicazioni per le modalità di esecuzione della biopsia.

Dal punto di vista istologico il tumore prostatico viene definito in base al grado di differenziamento delle cellule che lo costituiscono. Questo dato esprime l’aggressività del tumore.


Testo realizzato da Silvia Nava in collaborazione con Alessandro Bertaccini, Ricercatore presso la Clinica Urologica, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, vice-presidente SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) - Policlinico S.Orsola-Malpighi - Bologna
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Le Linee Guida sulla Biopsia Prostatica

Fino al 2005 la biopsia prostatica, fondamentale per la diagnosi istologica del carcinoma prostatico, non era regolata da linee guida elaborate sulla base dei criteri dettati dall’evidence based medicine.
Così eseguire una biopsia prostatica significava fare appello a casistiche importanti o all’esperienza di esperti, mantenendo comunque molte incertezze.

Per questo nel 2001 un gruppo composto da urologi, uro-oncologi, medici di laboratorio, radioterapisti, patologi e ricercatori di base ha fondato un gruppo chiamato «Gruppo Italiano per la formulazione di Linee Guida per la Biopsia prostatica», con l’obiettivo di indagare i punti controversi esistenti sulla biopsia prostatica.

Il gruppo, dopo aver delineato le maggiori controversie sui vari aspetti che caratterizzano una biopsia prostatica, ha deciso di coinvolgere anche tutti gli esperti del settore a livello nazionale attraverso l’utilizzo di un questionario ad hoc.

Tutte le attività del gruppo sono state supportate dalle maggiori società scientifiche italiane come la Società Italiana di Urologia Oncologica ( S.I.Ur.O ), Società Italiana di Ecografia Urologica e Nefrologica (S.I.E.U.N), Il gruppo di Urologia Oncologica del nord-Est (G.U.O.N.E ),il Gruppo Italiano di Uro-PAtologia (G.I.U.P), la Società Italiana di biochimica clinica e molecolare (S.I.BO.C), la Società Italiana di Urologia (S.I.U), il Gruppo Italiano di Biotecnologie in Oncologia (A.B.O) e l’Associazione Urologi Italiani (AURO.it).

Quando eseguire una biopsia prostatica, quale antibiotico utilizzare e quale anestesia applicare, quale tipo di accesso eseguire ( transrettale, transperineale, digito-guidato), quanti prelievi eseguire e quando ripetere una biopsia dopo una prima negativa: sono stati questi i principali quesiti a cui il Gruppo ha cercato di dare risposta analizzando 22306 testi dal 1982 al 2004.

Sulla base dei dati raccolti, una Consensus Conference tenutasi a Bologna il 15 Febbraio 2005 ha definito le linee guida finali, che comunque verranno periodicamente aggiornate con la letteratura.


Testo realizzato da Silvia Nava in collaborazione con Alessandro Bertaccini, Ricercatore presso la Clinica Urologica, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, vice-presidente SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) - Policlinico S.Orsola-Malpighi - Bologna
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Quando rivolgersi all'andrologo


Andrologia e medico specialista Quando si parla di andrologia si tende ad associarla solamente allo studio delle patologie sessuali maschili. L'andrologia è una disciplina molto più ampia che si occupa in maniera specialistica della fisiologia e delle patologie dell’apparato riproduttivo maschile e si prende cura di problemi riproduttivi, sessuali e urogenitali dell'universo maschile.

L’Andrologo è un medico che ha conseguito un diploma di specializzazione universitaria in andrologia. Più precisamente il corso di studi si chiama Scuola di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Ricambio ad indirizzo Andrologico, dura cinque anni e si può frequentare solo dopo il conseguimento della laurea. È importante accertarsi con attenzione della vera specializzazione del medico. In queste situazioni così intime, infatti, non è infrequente trovarsi di fronte a finti specialisti o, peggio ancora, impostori.

Bene, fatta chiarezza sull’andrologia e su chi se ne occupa, cerchiamo di capire quando dobbiamo chiedere aiuto a questo specialista. La casistica è molto varia: si va da problemi di posizionamento dei testicoli alla carenza di libido, da infiammazioni urogenitali a malformazioni del pene.

Per praticità abbiamo deciso di organizzare l’argomento in base all’età e quindi parleremo delle motivazioni e delle tematiche che riguardano i bambini, gli adolescenti, poi gli adulti e infine di quelle che riguardano gli over 50.
Durante l'infanzia In questo periodo i problemi che possono portare a una visita andrologica riguardano lo sviluppo fisiologico del bambino. Ecco alcuni esempi:

  • Quando il testicolo non si posiziona correttamente oppure si posiziona all’esterno del sacco scrotale come nel caso di criptorchidismo.
  • In caso di ernia inguinale nella primissima infanzia.
  • Nel caso in cui ci si trova di fronte a una pubertà precoce e lo sviluppo sessuale è troppo rapido rispetto all’età.

Durante l'adolescenza Quando iniziamo a diventare grandicelli il primo inconveniente potrebbe essere quello di un mancato sviluppo sessuale, oltre a questo devono far richiamare l'attenzione particolari anomalie e malformazioni. Ma entriamo più nel dettaglio:
  • potrebbe capitare che non si manifestano le classiche modificazione corporee che portano all’età giovane adulta e ci troviamo in presenza pubertà ritardata.
  • quando siano presenti genitali troppo piccoli in rapporto alletà (ipogonadismo).
  • quando è presente un'eccessiva crescita della mammella nel ragazzo durante la pubertà (bottone mammario o ginecomastia).
  • Nel caso di anomalie anatomiche del pene: difficoltà nello scorrimento della cute sul pene, curvature notevoli del pene ecc.

Durante l'età adulta Raggiunto il pieno sviluppo sessuale potrebbero insorgere altri tipi di problematiche che possono diventare vere e proprie patologie. Ecco quando deve scattare l'allarme.

  • Nei casi in cui notiamo una disfunzione erettile ma anche quando c’è un carenza di libido.
  • Quando è difficile controllare il momento dell' eiaculazione durante il rapporto sessuale (eiaculazione precoce) oppure quando si ha si ha difficoltà a raggiungere l’orgasmo e/o l’eiaculazione (aneiaculazione e iporgasmia).
  • Quando riscontriamo problemi di infertilità e quando in seguito a un esame del liquido seminale, lo spermiogramma, vengono rilevate delle alterazioni.
  • Un consulto andrologico sarebbe utile anche per curare tutte quelle malattie infiammatorie-infettive delle vie genitali ed urinarie (prostatiti, vescicoliti, uretriti, cistiti ricorrenti, malattie veneree etc.)
  • Quando si manifestano dolori testicolari di qualunque natura, o compaiono noduli o variazioni di volume o di forma del testicolo, o ancora, un testicolo è visibilmente più basso dell' altro.
  • Senza dubbio la visita andrologica va richiesta in presenza di un varicocele, e non andrebbe evitata dopo traumi importanti ai genitali, alla parte bassa dell'addome o quando si impiegano farmaci anabolizzanti per attività sportiva.

Per gli over 50 Raggiunti i cinquanta sarebbe meglio prenotare una visita andrologia anche se non si sono manifestati disturbi particolari. Qui sotto abbiamo elencato altri motivi che dovrebbero spingere a un controllo.
  • Diminuzione del vigore sessuale: deficit dell'erezione, calo della libido, riduzione della capacità di eiaculazione.
  • Quando compaiono noduli, restringimenti, curvature a livello del pene che prima non erano presenti.
  • In presenza di disfunzioni alla prostata e in generale dopo ogni trattamento chirurgico della prostata.
  • Se compaiono disturbi urinari (eccessiva frequenza o getto delle urine debole)
  • E infine quando sono presenti malattie come diabete, insufficienza renale e cardiopatie ischemiche perché sono possibili cause di danni andrologici.

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Cura e Terapia - Tumore della prostata

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Quattro metodi per un solo obiettivo

Per la terapia del cancro della prostata esistono diverse opzioni terapeutiche.

La terapia farmacologica si avvale di ormoni analoghi ai recettori della molecola LH (LHRH analoghi), anti-androgeni steroidei o non steroidei ed estrogeni.

In alternativa si può prendere il considerazione la castrazione chirurgica, che ha effetto nel ridurre la quota di testosterone endogeno.
Con il tempo, però, queste terapie ormonali possono perdere efficacia, costringendo all’uso di farmaci chemioterapici come i taxoli.

L’approccio chirurgico prevede invece due differenti tecniche: la prostatectomia laparotomica, ovvero con incisione cutanea dell’addome, e la prostatectomia laparoscopica.

Entrambe le metodiche raggiungono buoni risultati con un basso tasso di complicanze a breve e lungo termine, e sono ottimali nelle neoplasie ancora localizzate in ambito prostatico oppure dopo radioterapia.

Anche per quanto riguarda la terapia radiante le metodiche sono notevolmente migliorate, sia per la dose complessiva somministrata che per la focalizzazione del fascio radiante sui tessuti interessati.

Infine vale la pena ricordare il trattamento della neoplasia prostatica con il sistema High Intensity Focused Ultrasouns (HIFU), in cui la lesione viene aggredita con un fascio di ultrasuoni focalizzato.

Quest’ultima modalità terapeutica è ancora in fase di studio, ma offre spunti interessanti soprattutto se, dopo una terapia chirurgica o una radioterapia, è ancora presente una lesione recidiva.


Testo realizzato da Silvia Nava in collaborazione con Alessandro Bertaccini, Ricercatore presso la Clinica Urologica, Alma Mater Studiorum-Università degli Studi di Bologna, vice-presidente SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) - Policlinico S.Orsola-Malpighi - Bologna
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Novità sul tumore della prostata

Il tumore della prostata è secondo solo a quello del polmone per indice di mortalità maschile.
Ciò significa che uccide ogni anno migliaia di persone; generalmente si tratta di anziani sopra i 70 anni, ma la soglia di età si sta lentamente abbassando.

Il tumore si verifica quando alcune cellule normali della prostata iniziano a crescere in modo incontrollato producendo cellule maligne; negli stadi iniziali è asintomatico, e l’unico modo per diagnosticarlo è l’esame ispettivo digitale rettale associato alla determinazione dell'antigene specifico nel sangue (PSA).
Purtroppo l’importanza di questi controlli periodici viene spesso sottovalutata, e questo è il motivo di molte diagnosi tardive.

La terapia primaria, salvo controindicazioni quali età avanzata o malattie concomitanti, è quella chirurgica, chiamata prostatectomia radicale, che può essere eseguita a cielo aperto o con il più innovativo metodo laparoscopico.

In parole semplici la prostata viene asportata, e con essa il tumore. Ma il rischio di sviluppare metastasi, prevalentemente ossee, purtroppo rimane, e viene annunciato dall’aumento dei livelli di PSA.
In questo caso generalmente si interviene con una terapia ormonale a base di farmaci antiandrogeni o analoghi del LH-RH, che bloccano l’azione dannosa del testosterone. Tuttavia, dopo qualche anno di questa terapia l’organismo sviluppa un’ormonerefrattarietà che riduce l’aspettativa di vita a 1 o 2 anni.

A questo punto, fino a ieri non restava che tentare la strada della chemioterapia, ma con scarse speranze: i farmaci a disposizione, estramustina e mitoxantrone, non erano in grado di prolungare la vita, e avevano importanti effetti collaterali.

Oggi però la situazione appare cambiata con la scoperta di un nuovo farmaco, il docetaxel, approvato nel maggio 2004 dalla FDA americana e pochi mesi fa dall’EMEA, l’ente europeo che autorizza i nuovi farmaci.

Il docetaxel è stato testato su più di 1000 pazienti in 24 paesi, nell’ambito dello studio Tax 327; i risultati ottenuti sono stati positivi quanto insperati.
Il farmaco ha dimostrato di ridurre del 24% il rischio di morte, di avere un’efficacia sul dolore del 59% e di produrre un incremento della sopravvivenza libera da malattia del 27%.

Rispetto ai pazienti trattati con normale terapia a base di mitoxantrone e cortisone, insomma, i malati curati con docetaxel sono vissuti meglio e più a lungo. La sopravvivenza è aumentata mediamente di 2-3 mesi, ed è la prima volta che un farmaco per la terapia del tumore della prostata agisce sui tempi di vita.

«Ma dire due mesi e mezzo di maggiore sopravvivenza mediana», spiega Luigi Dogliotti, oncologo medico dell’Università di Torino, «significa che alcuni pazienti sopravvivono anche per tempi molto più lunghi, e con una buona qualità di vita».

Unendo questo risultato ai progressi in ambito diagnostico dati dall’uso della cromogranina (marker che prelude all’omorefrattarietà), e alla più stretta collaborazione tra urologi e oncologi, la lotta al tumore della prostata avrà certamente una nuova forza.
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Tumore prostatico: parla l'esperto

Non è necessario soffrire di tumore alla prostata per volerne approfondire la conoscenza, anzi: una corretta informazione è il primo passo per una prevenzione mirata.

Per questo abbiamo chiesto ad Alessandro Bertaccini, ricercatore presso la clinica urologica Alma Mater Studiorum dell'università degli studi di Bologna e vicepresidente di SAMUR onlus (Studi Avanzati Malattie Urologiche) di fornirci un quadro generale della malattia.
Ecco le sue risposte.

  1. Qual è l'identikit del paziente più a rischio per il tumore prostatico?

    È quello di un uomo tra i 45 e gli 80 anni, con presenza di familiarità positiva per neoplasia prostatica, di razza nera e proveniente dalle aree geografiche a maggior rischio (nord America, Europa del nord)


  2. Quante persone si ammalano ogni anno in Italia e nel mondo?

    Il tumore prostatico è una neoplasia al primo posto per incidenza e al secondo posto per mortalità negli uomini over 50 dei paesi occidentali. In Italia sono circa 15000 i nuovi casi diagnosticati all'anno: si tratta di una malattia ad altissimo impatto socio-economico.


  3. Quanto conta la prevenzione, e in cosa consiste?

    La prevenzione primaria putroppo al momento non esiste: si tratta piuttosto di intervenire sulle cause che portano alla malattia. Oggi si può contare unicamente sulla prevenzione secondaria o diagnosi proecoce, che può permettere la diagnosi della neoplasia in una fase clinica curabile. Per questo sono necessarie visita urologica con esplorazione rettale, dosaggio PSA ed ecografia transrettale con eventuali biopsie.


  4. Esistono sintomi e campanelli d'allarme che possono mettere in guardia?

    La neoplasia prostatica è spesso silente e quindi non esistono reali campanelli di allarme; certamente in un uomo sopra i 45 anni la comparsa di disturbi disurici deve indurre ad alcuni accertamenti, e lo stesso vale per la presenza di fattori di rischio come la familiarità, la razza e valori di PSA superiori a 2.5 ng/ml.


  5. Quali sono le frontiere future della terapia?

    Per le malattie localizzate, il futuro è legato a terapie anche radicali sempre più mini-invasive e rispettose della qualità di vita, mentre per le malattie diffuse si punta a terapie sistemiche più mirate, maneggevoli ed efficienti, prive di effetti collaterali.


  6. Qual è secondo lei la percezione della malattia?

    Direi che, nonostante il ritardo rispetto ad altre nazioni, la consapevolezza sulle malattie prostatiche si ora sta diffondendo anche in Italia. Per fortuna.


  7. A che età va fatta la prima visita di controllo dall'andrologo?

    Dopo i 50 anni in assenza di familiarità o fattori di rischio; dopo i 40 anni in presenza di sintomi o fattori di rischio.




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Autore: Redazione - Sanihelp.it
Data ultima modifica: 28-12-2015

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