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Radiochemioterapia contro il tumore faringeo

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Pubblicato il: 15-06-2010

Nasce un'importante collaborazione tra le Unità Operative di Radioterapia e Terapie palliative dell'Università Cattolica di Campobasso e le Unità Operative di Otorinolaringoiatria e di Oncologia della regione Molise

Radiochemioterapia contro il tumore faringeo © Photos.com Sanihelp.it - Dalla collaborazione tra le Unità è nata una sperimentazione su pazienti affetti da tumore localmente avanzato del faringe. La ricerca, pubblicata sull'International Journal of Radiation Oncology, Biology, Physics, la rivista scientifica leader della radioterapia mondiale, ha riguardato la possibilità di aggredire con maggiore energia questi tumori, senza per questo aumentare il rischio di danni ai tessuti circostanti. Il tumore alla faringe interessa ogni anno circa mezzo milione di persone nel mondo e circa il 60% dei nuovi casi vengono diagnosticati in fase localmente avanzata.

La terapia standard, se viene escluso l'intervento chirurgico, prevede la radiochemioterapia ossia l'uso di radiazioni dirette contro il cancro e la chemioterapia con cis-platino, un farmaco capace di danneggiare il Dna delle cellule maligne. 

Le radiazioni però comportano il rischio di danneggiare anche i tessuti sani circostanti, proprio per questo motivo alla Cattolica di Campobasso viene usata la radioterapia a intensità modulata che, attraverso una serie di fasci di radiazioni a intensità variabile, permette di concentrare l'attacco in un'area precisa, individuata precedentemente. In questo modo è possibile aumentare la dose rivolta verso il tumore con maggiore sicurezza per i tessuti vicini.

Il punto di partenza dello studio è proprio la quantità di radiazioni sopportabile dopo due cicli di chemioterapia di induzione. I ricercatori dell'Unità Operativa di Radioterapia hanno testato la possibilità di elevare le dosi, associando al trattamento il farmaco platino. 

I trentasei pazienti colpiti da tumore localmente avanzato alla faringe sono stati divisi in due gruppi, ciascuno dei quali ha ricevuto una diversa chemioterapia di induzione, seguita da una dose totale di radiazioni di 67.5 Gy, frazionata in trenta trattamenti nell'arco di sei settimane.

Come spiega Alessio Morganti, direttore dell'Unità di Radioterapia: «Questi dati suggeriscono che un trattamento integrato che associa una chemioterapia di induzione a una radioterapia concentrata nel tempo, associata a cisplatino, è proponibile ai pazienti. In termini pratici, poter usare dosi maggiori significa ottenere effetti positivi dalla terapia e accorciare il tempo in cui i pazienti devono subirla. In questo modo si ha una diminuzione dello stress, sia per loro che per i familiari, con un complessivo miglioramento della qualità di vita».


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