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Identificato il gene della longevità

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Pubblicato il: 03-01-2002

Un gruppo di ricercatori ha identificato un gene che protegge le cellule dai radicali liberi dell'ossigeno, sostanze dannose che favoriscono l'invecchiamento.

Sanihelp.it - Il segreto della longevità risiede nel nostro patrimonio genetico: un gruppo di ricercatori ha identificato un gene che protegge le cellule dai radicali liberi dell'ossigeno, sostanze dannose che favoriscono l'invecchiamento. La scoperta promette sviluppi significativi per capire come allungare la durata della vita nei mammiferi e sviluppare farmaci specifici per combattere l'invecchiamento nelle cellule.
Lo studio che ha permesso di identificare il gene specifico è stato condotto presso il National Institute of Health americano. Sono stati impiegati animali geneticamente modificati, privati di un gene specifico. Si è scoperto che questi animali vivevano in media il 40 per cento in meno degli altri.
In che modo il gene può impedire l'invecchiamento? Produce un enzima chiamato MsrA, (methionine sulfoxide reductase), che aiuta le cellule a combattere l'azione dei radicali liberi: si tratta di molecole di ossigeno altamente reattive che si formano durante il metabolismo delle cellule. La loro azione è particolarmente dannosa. Hanno infatti la facoltà di modificare i geni e di indurre modificazioni nelle proteine. Sono specie ossidanti in grado di alterare le caratteristiche biochimiche delle molecole in un processo noto come "stress ossidativo".
L'enzima MsrA, spiega all'Associated Press il dottor Jackob Moskovitz, ricercatore del National Institute of Health, neutralizza l'azione dei radicali liberi ed è in grado di riparare le proteine danneggiate. Inoltre, è in grado di proteggere le cellule del cervello danneggiate da stress ossidativo, ma il meccanismo in base a cui agisce non è stato ancora scoperto.
Il passo successivo ora sarà quello di sviluppare un topo transgenico in grado di produrre un'abbondante quantità dell'enzima MsrA. "Se riusciamo a ottenere una produzione molto abbondante dell'enzima nei topi, ad esempio, l'idea di provarlo sull'uomo in un secondo tempo diventa suggestiva", spiega il ricercatore.
Non accadrà in fretta, però. E prima di tutto, bisognerà capire se alte quantità dell'enzima risultino dannose per l'organismo. Per accertare questo, spiega ancora Moskovitz, ci vorranno almeno altri quattro anni.


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Redazione Sanihelp.it

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