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Sette milioni al giorno spesi per fratture da fragilità

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Pubblicato il: 22-09-2010
Sanihelp.it - 90mila casi ogni anno in Italia dopo i 60 anni: le fratture da fragilità ossea nelle donne, causate principalmente dall’osteoporosi, colpiscono duro, con forti ripercussioni sulla qualità di vita fisica e psicologica della donna e di coloro che le devono prestare assistenza, soprattutto figli e famigliari (donne per 2/3 e lavoratrici nel 50% dei casi). Si calcola che ogni anno siano ben 26 i miliardi di euro destinati a questa problematica: sette milioni di euro al giorno.

Eppure una donna su due non sa, al momento della frattura, di avere l’osteoporosi perché non ha mai eseguito un controllo o una visita specialistica, mentre tra quelle consapevoli della loro condizione una su tre non assumeva alcuna cura. E la frattura al femore colpisce all’improvviso: in due casi su tre l’autonomia è compromessa per sempre; i disagi fisici e cognitivi (soprattutto depressione) toccano il 40%; per molte (7%) l’evento è causa di decesso.

Anche per le famiglie l’organizzazione è completamente stravolta: il 70% non prestava assistenza quotidiana prima della frattura, ma dopo si trova a doverle dedicare in media cinque ore al giorno, tutti i giorni, e molte ricorrono alla badante. Uomo o donna, uno su due deve rinunciare al proprio tempo libero, chiedere permessi al lavoro, con importanti sacrifici economici.

Sono questi i dati principali della ricerca condotta da Elma Research per l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da) su un campione di donne che hanno subito una frattura di femore.

Secondo l'indagine, poche donne hanno parlato con il medico delle conseguenze della malattia. Addirittura il 51% ha sostenuto di non aver avuto informazioni sull’aumento del rischio di fratture e oltre un terzo prima della frattura non assumesse alcuna terapia o l’avesse interrotta. Inoltre – e questo è un punto fondamentale – risulta che una donna su 10 aveva già avuto un’altra frattura.

Un altro dato molto importante è che prima della frattura (secondo la scala IADL) vi era una autonomia totale nel 76%, dopo l’autonomia totale scende al 15%, mentre quella parziale vola al 70%, ma con un 44% di parziale vicino alla non autonomia. Infatti a tre mesi dall’intervento si cammina solo con l’ausilio di una stampella (66%) e comunque non bene come prima (15%). Il 13% non cammina. Dunque vengono a mancare quelle attività quotidiane fondamentali per il benessere di una donna di questa fascia d’età, come fare un passeggiata, la spesa, prendersi cura di se stessa e della propria casa, vedere i nipotini. Nonostante questo il 95% pensa che la propria condizione migliorerà con il passare del tempo.

A prendersi cura del famigliare fratturato sono soprattutto figli, marito, badanti, parenti, vicini di casa. La figlia femmina raggiunge la percentuale più elevata, 39% al Nord, 67% al Centro Sud.


FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna

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