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Famiglia

Ansia: colpa della suocera

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Pubblicato il: 12-10-2010

Nel 20% dei casi le donne del Meridione soffrono un attacco di panico a causa dei rapporti con la suocera. In alcune circostanze gli attacchi arrivano persino al pronto soccorso

Ansia: colpa della suocera © Photos.com Sanihelp.it - Finché la suocera è in vita, la pace domestica è fuori discussione: così sentenziava l'autore latino Giovenale e a sentire i risultati di un progetto napoletano, non gli si può dare torto.

I difficili rapporti con la suocera possono causare attacchi di panico che necessitano dell'intervento del pronto soccorso. In un caso su cinque all'origine del malessere c'è proprio la difficoltà a gestire le ingerenze e le interferenze delle suocere nella vita di coppia.
La situazione è più preoccupante al Sud, a causa di situazioni sociali in cui la vicinanza, o talvolta la convivenza, con la famiglia di origine del partner, è piuttosto ravvicinata.

Al Pronto soccorso di Giugliano (Napoli)  lo scorso anno è stato attivato un progetto che prevedeva un team di psicologia (in collaborazione con il Distretto di salute mentale della Asl Napoli 2) per verificare la quantità di visite legate a disturbi di origine psicologica e cercare risposte più adeguate a questo fenomeno. 

Enza Cipolletta, psicologa e psicoterapeuta che ha partecipato al progetto spiega: «La percentuale di pazienti con problemi psicosomatici è risultata notevole con una particolare frequenza di dolori acuti ai reni, all'uretere, alla vescica, allo stomaco: si parla di poco meno del 50%, di cui circa un 15% di casi di ipocondria e un 35% di attacchi di panico. E per quanto riguarda questi ultimi, dai colloqui con il pazienti ho scoperto il disturbo da suocera, che colpisce soprattutto le donne: una buona fetta delle persone a cui è stata diagnosticato l'attacco di panico aveva un problema reale con una suocera troppo presente nella vita di coppia.

Le donne raccontavano, in generale, storie di una forte dipendenza madre/figlio in cui veniva trascinato anche il nuovo nucleo familiare. Le pazienti si trovavano a dover combattere per salvaguardare l'autonomia senza nessun sostegno e finivano per sentirsi in trappola».

Il fenomeno «è ovviamente molto legato anche alle condizioni sociali. Evidentemente è più facile che tutto questo avvenga in zone del Sud dove spesso le famiglie d'origine abitano vicinissime e dove non mancano, soprattutto per problemi economici, i casi di convivenza forzata. Non mi sento di escludere, anche se non ci sono i dati, che ci siano casi del genere in altre altre aree del Paese».

Il fenomeno inizia a coinvolgere anche le famiglie di immigrati, che risiedono nel nostro Paese: «Ho osservato già in alcune pazienti straniere queste dinamiche. Anche in casi in cui non si arriva a vere e propri crisi di panico, si posso registrare disagi che limitano molto le persone, riducendo in particolare l'autostima».

«Nel corso della sperimentazione abbiamo utilizzato due registri: uno riservato ai medici e uno agli psicologi. Al suo arrivo il paziente veniva visitato normalmente dai medici che poi, in caso di perplessità per diagnosi di tipo organiche, chiamava lo psicologo per un colloquio. E spesso abbiamo scoperto che, per i nostri pazienti, il ricorso ai servizi d'urgenza era frequente, così come analisi e prestazioni diagnostiche fotocopia a distanza di poco tempo. 

Normalmente il medico del pronto soccorso non può avere la preparazione adeguata per una diagnosi psicologica, né ha a disposizione tutti i dati e le analisi già fatte dal paziente. È costretto, anche se sospetta l'origine psicologica del disturbo, a ripetere elettrocardiogrammi, analisi, ecografie o altro per escludere completamente la patologia. Con un grosso aggravio di spesa».


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