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Il 30% degli italiani si pente del proprio tatuaggio

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Pubblicato il: 09-05-2011
Sanihelp.it - Ezio Maria Nicodemi, docente dell'Università di Tor Vergata di Roma e dirigente e chirurgo plastico all'Idi di Roma, in occasione dell'International Tattoo Expo in corso nella capitale, fa il punto sui pentiti del tatuaggio nel nostro Paese.

Negli ultimi tre anni la percentuale di coloro che chiedono di farsi cancellare un tatuaggio è arrivata al 30%: «Nella maggior parte dei casi si tratta di giovani uomini attorno ai 30 anni che per motivi di inserimento sociale sono costretti a prendere questa decisione. Ci sono molte professioni, infatti, in cui ogni tipo di disegno sul corpo è bandito». 

Diverso il discorso per le donne: «A portarle a una decisione così radicale, infatti, spesso di mezzo c'è un fidanzato ormai ex e una storia d'amore andata a finire male. Solo a quel punto si decide di cancellare nomi e cuori incisi su braccia, schiena o caviglie. Ma questa non è l'unica motivazione. Tante ragazze vengono da me chiedendomi di rimuovere il tatuaggio che hanno sulla pancia in vista di una gravidanza, in seguito alla quale il tattoo potrebbe rovinarsi».

«Oggi la metodica più utilizzata per rimuovere i tatuaggi è il laser Q-switched, che emette impulsi di elevata energia; l'effetto è quello di fotodistruzione del pigmento senza danni per la pelle. Di solito ci vogliono da tre a quattro sedute, con un intervallo di tempo tra la prima e la seconda di almeno venti giorni così da consentire il completo riassorbimento del pigmento. La durata delle sedute, poi, varia a seconda della grandezza del disegno e dai colori, alcuni infatti sono più difficili da eliminare».


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Agi

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