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Chirurgia mininvasiva per le fratture vertebrali

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Pubblicato il: 26-07-2011

In Italia ogni anno si verificano oltre 100.000 fratture vertebrali causate principalmente da osteoporosi; le più colpite sono le donne, in età post-menopausale. Le novità sulla terapia, in due studi.

Chirurgia mininvasiva per le fratture vertebrali © Photos.com Sanihelp.it - La Dottoressa Maria Luisa Bianchi del Centro Malattie Metaboliche Ossee dell’Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano, ha fatto il punto sulla situazione nel corso di un incontro organizzato da Medtronic Italia dal titolo Chirurgia vertebrale percutanea nelle fratture da compressione: focus su vertebroplastica e cifoplastica con palloncino. «Le fratture vertebrali hanno un rilevante impatto sulla salute e sulla qualità della vita di un individuo. Determinano, infatti, dolore (spesso cronico), perdita di altezza, incurvamento e deformità del dorso, ridotta mobilità, minor capacità polmonare, e significativo peggioramento della qualità di vita, legato alle maggiori difficoltà nelle attività quotidiane e a disturbi psicologici come depressione, paura, perdita di autostima».

Un problema rilevante, se si considera che una donna cinquantenne ha un rischio del 16% di andare incontro a una frattura vertebrale nel resto della propria vita (per l’uomo il rischio si abbassa al 5%) e che una donna di 65 anni se ha già subito una frattura vertebrale, ha il 25% di probabilità di avere una nuova frattura nei successivi cinque anni. Pericolo che può essere dimezzato con un’appropriata terapia. 

«Tuttavia solo il 25-30% delle fratture vertebrali sono riconosciute clinicamente e quindi, adeguatamente trattate. Trattamenti che sarebbero in grado di ridurre significativamente l’eventualità di nuove fratture (anche più del 50%), di migliorare la percezione del dolore e, come confermato da una recente meta-analisi, di ridurre la mortalità dell’11%».

Le fratture vertebrali possono portare con sè gravi conseguenze. Due studi, uno canadese e uno giapponese, hanno messo in evidenza che uomini e donne sopra i 70 anni che hanno avuto fratture alla colonna hanno una sopravvivenza a dieci anni ridotta del 20% rispetto ai coetanei che non ne hanno subite.

Come spiega il dottor Sergio Ortolani, Direttore dell’Unità Malattie del Metabolismo Osseo dell’Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano: «Nonostante le numerose ricerche condotte negli ultimi quindici anni sul ruolo dei fattori di rischio, sulle metodiche diagnostiche e sull’efficacia antifratturativa delle nuove terapie, permettano oggi di formulare diagnosi più tempestive, individuando i soggetti a rischio più elevato nei confronti dei quali iniziare, ad esempio, un trattamento farmacologico anche prima della comparsa delle fratture da fragilità, nella pratica un corretto inquadramento diagnostico e terapeutico non viene messo in atto neppure dopo il verificarsi di fratture tipiche da osteoporosi. Infatti, solo una modesta minoranza dei casi ricoverati per fratture da fragilità riceve alla dimissione una prescrizione diagnostica o terapeutica per l’osteoporosi, perdendo così la possibilità di intervenire nel ridurre nuove fratture in una categoria di pazienti a rischio particolarmente elevato».

«Quando la frattura vertebrale non viene diagnosticata correttamente o in tempi rapidi, il più comune approccio terapeutico adottato è quello conservativo che consiste nella somministrazione di analgesici, busto ortopedico, fisioterapia, riposo a letto – aggiunge il Dottor Giovanni Carlo Anselmetti, Responsabile della Radiologia Interventistica presso l’IRCC Candiolo di Torino – ma, considerando le gravi conseguenze indotte dalle fratture vertebrali, da oltre un ventennio sono state introdotte procedure chirurgiche minimamente invasive, che oggi si stanno rivelando sempre più sicure ed efficaci, che permettono di ampliare le possibilità di trattamento nei confronti di pazienti a elevato rischio chirurgico.

Nelle fratture vertebrali da compressione le procedure più utilizzate sono la Vertebroplastica e la Cifoplastica con Palloncino, che consistono entrambe nell’iniezione di cemento all’interno del corpo vertebrale per stabilizzare la frattura, riducendo rapidamente la sintomatologia dolorosa e, nel caso della cifoplastica, correggendo anche la cifosi indotta dalla compressione della vertebra. Quest’ultima tecnica, infatti, prevede anche l’utilizzo di un palloncino, inserito per via percutanea, che una volta gonfiato risolleva la vertebra fratturata posizionandola il più vicino possibile all'altezza originale, permettendo quindi un riallineamento sagittale e di conseguenza un migliore equilibrio nella distribuzione dei carichi. La Vertebroplastica è pertanto indicata nelle fratture vertebrali osteoporotiche dolorose non recenti (verificatesi da oltre 90 giorni) che non rispondono alla terapia medica conservativa, mentre la Cifoplastica con palloncino trova le sue indicazioni migliori nelle fratture vertebrali dolorose recenti osteoporotiche (ma anche traumatiche) ove la correzione della cifosi è ancora possibile».

I vantaggi correlati a queste procedure sono numerosi: dalla rapidità con cui viene restituita la mobilità al paziente ai notevoli risparmi economico-sociali rispetto alle cure tradizionali, dal momento che vengono risparmiati costi di ospedalizzazione (sono interventi che prevedono un ricovero in day-surgery), riabilitazione e terapie farmacologiche contro il dolore.

Vantaggi che recentemente sono stati confermati anche dalla pubblicazione di studi clinici che dimostrano da un lato la superiorità della cifoplastica con palloncino rispetto al trattamento conservativo in pazienti con fratture vertebrali da compressione per un periodo di follow up complessivo di 24 mesi, dall’altro il maggior tasso di sopravvivenza dei soggetti trattati con chirurgia mininvasiva rispetto a coloro che non sono stati sottoposti ad intervento chirurgico.


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