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Tumore over 65

Le terapie nell'anziano

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Pubblicato il: 18-10-2011

Un malato oncologico su 3 ha più di 70 anni, ma l'età non è quasi più un limite alle terapie antitumorali. Chemioterapie a minore tossicità, terapie biologiche e fattori di crescita offrono nuove speranze.

Le terapie nell'anziano © Photos.com Sanihelp.it - In Italia si registrano ogni anno 250.000 nuovi casi di tumore, di questi il 60% colpisce gli anziani. Il rischio di sviluppare una patologia oncologica negli over 65 è circa 40 volte maggiore rispetto alle persone tra i 20 e i 40 anni e 4 volte superiore rispetto ai 45-65enni. 

Il professor Riccardo Ghio, direttore del reparto di Medicina Interna 3 dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino di Genova, spiega: «I soggetti in età geriatrica rappresentano una quota in crescente e rapido aumento tra i pazienti neoplastici, ma a tutt’oggi le linee guida e i trials clinici relativi alle modalità di diagnosi e cura delle neoplasie in età geriatrica sono ancora insufficienti. L’invecchiamento è frequentemente associato ad altri problemi di salute e al declino della funzionalità di organi e apparati. Una vulnerabilità fisica a cui si sommano spesso problemi di natura psicologica e familiare. Tutti fattori che vanno tenuti in considerazione quando si scelgono le terapie anticancro. Occorre quindi ottimizzare l’iter diagnostico con lo sviluppo di trattamenti a bassa tossicità che tengano conto della qualità della vita durante tutte le fasi della malattia.

Fino a dieci anni fa un paziente anziano era quasi escluso a priori da un trattamento chemioterapico con finalità risolutive o di prolungamento della vita, oggi invece si cerca di praticare una scelta tra qualità di vita e possibilità di riuscita delle terapie. Inoltre abbiamo sempre più armi a disposizione, le nuove chemioterapie a minore tossicità e le terapie biologiche».

Il paziente anziano viene però escluso dalla sperimentazione clinica dei farmaci antitumorali; la scelta della cura è dunque spesso basata su protocolli messi a punto in sperimentazioni cliniche che escludono coloro che hanno più di 65 anni. 

«Molte sperimentazioni arrivano fino a 65 anni anche se adesso si tende a valutare l’età biologica. L’invecchiamento è un processo individualizzato e non si esprime sempre nel numero di anni di un singolo individuo. Pertanto, la valutazione della reazione di un paziente al trattamento non può essere basata esclusivamente sull’età anagrafica. Ciò non toglie che non si possano applicare protocolli previsti per adulti ai pazienti anziani, spesso fragili, che mal sopportano farmaci particolarmente tossici.

Occorre individuare schemi terapeutici adatti, ponendo particolare attenzione all’identificazione dei pazienti fragili per i quali un trattamento anche moderatamente tossico potrebbe essere mal tollerato e soprattutto non portare a benefici in termini di controllo della malattia, vista la rilevanza delle patologie concomitanti. Si tratta di scegliere una terapia tagliata sul paziente, di essere rigorosi nelle cure senza anteporre il protocollo al paziente. Anche il dialogo riveste un ruolo fondamentale, perché se la scoperta di avere un tumore è uno shock per tutti, i pazienti avanti con l’età sono ancora più vulnerabili e il rischio di sofferenza psichica è maggiore. Serve una maggiore delicatezza a partire dalla comunicazione della diagnosi, cercando di far capire che le aspettative di vita possono essere ridotte. La compartecipazione del paziente è fondamentale, il malato è parte integrante del processo terapeutico e se lo accetta si può fare un lavoro di équipe». 

Per il trattamento dei tumori senili, si aprono nuovi scenari di cura: «Qualche anno fa si parlava solo di chirurgia, radioterapia e chemioterapia, oggi sono disponibili nuove tipologie di farmaci come i fattori di crescita che hanno permesso di trattare anche con dosaggi elevati il paziente o i farmaci biologici, che determinano effetti tossici più contenuti e tollerabili rispetto a quelli causati dai chemioterapici tradizionali. Per esempio nel campo dei linfomi l’introduzione di un farmaco specifico monoclonale che colpisce specificamente i linfociti B ha permesso di applicare una terapia molto meno tossica a vantaggio del paziente anziano; nella leucemia mieloide cronica per i pazienti che rispondono a un determinato farmaco l’aspettativa di vita è passata da 3 a 10-15 anni».


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