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Tumore

Ovaio: necessaria la diagnosi precoce

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Pubblicato il: 25-10-2011

La richiesta congiunta arriva da AIOM e SIGO: in Italia occorre puntare sulla diagnosi precoce per diminuire il tasso di decessi femminili a causa del carcinoma ovarico.

Ovaio: necessaria la diagnosi precoce © Photos.com Sanihelp.it - Un bilancio pesante quello dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) in merito al tumore dell'ovaio: su 4.500 italiane che ogni anno vengono colpite dal tumore dell’ovaio, 3.000 non sopravvivono alla malattia. Un esito che si potrebbe evitare, puntando sulla diagnosi precoce

In Italia infatti 8 volte su 10 la diagnosi giunge quando il tumore è già in fase avanzata e la sopravvivenza è del 30%. In questi casi, anche se si interviene, il tumore si ripresenta nell’80% dei casi. Il professor Marco Venturini, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, afferma: «Dobbiamo affrontare due grandi sfide, la diagnosi precoce e la prevenzione delle recidive. Per riuscire a vincerle è fondamentale una gestione della malattia condivisa fra oncologo e ginecologo. La collaborazione è invece attualmente ritenuta insufficiente dal 63% dei primi e dal 32% dei secondi».

Continua il professor Nicola Surico, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia: «Non esistono purtroppo screening efficaci, ma possiamo insistere sui fattori di rischio evitabili, come il fumo e il sovrappeso e spiegare alle nostre pazienti chi deve prestare particolare attenzione. Allerta per chi non ha figli, chi ha avuto un menarca precoce e una menopausa tardiva. Si sottovaluta inoltre il peso della familiarità: chi ha una madre, una sorella o una figlia affetta da carcinoma ovarico va sottoposta ad un attento monitoraggio».

Il tempo è un fattore cruciale, sia per quanto riguarda la diagnosi sia per il corretto trattamento farmacologico. Conclude la professoressa Nicoletta Colombo, Direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica, Istituto Europeo di Oncologia (IEO): «Le pazienti non possono aspettare troppo. Negli ultimi anni si è posta grande attenzione in particolare nel cercare di identificare farmaci che potessero ritardare le recidive. Su questo fronte vi sono però fortunatamente buone notizie dalla ricerca dopo oltre 15 anni di assenza di novità terapeutiche. In particolare, in Italia, siamo in attesa di poter utilizzare liberamente un nuovo e promettente anticorpo monoclonale che agisce inibendo l’angiogenesi».


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