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La chemioterapia in gravidanza

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Pubblicato il: 06-12-2011

Le donne che si devono sottoporre a chemioterapia nel corso della gravidanza non dovrebbero preoccuparsi che la terapia possa far male alla salute del bambino.

La chemioterapia in gravidanza © Photos.com Sanihelp.it - Secondo una ricerca effettuata in Belgio, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, l'assunzione di farmaci chemioterapici non inficierebbe lo sviluppo cardiovascolare e mentale del bambino. Lo studio ha osservato per due anni settanta bambini nati fra il 1991 e il 2010 da donne in cura con la chemioterapia. Oltre alla salute, sono stati presi in considerazione parametri come il quoziente intellettivo, la capacità mnemonica verbale e non verbale, la capacità di concentrazione ed eventuali disturbi emotivi o comportamentali.

Secondo i ricercatori, le donne incinta non dovrebbero ritardare le cure o interrompere la gravidanza: i benefici della chemioterapia per la madre superano i potenziali danni per il nascituro.

Affrontiamo l'argomento grazie al contributo dei due specialiste di di Humanitas Cancer Center (www.cancercenter.it): la dottoressa Rosalba Torrisi, Caposezione di Oncologia senologica e la dottoressa Antonella Anastasia, ematologa.

Dottoressa Torrisi, cosa consiglierebbe ad una donna cui venisse diagnosticato un tumore nel corso di una gravidanza? «Non esiste una risposta che vada bene per tutti. Negli ultimi anni, con l'abbassarsi dell'età di incidenza di molte patologie tumorali e, soprattutto, l'innalzamento dell'età media in cui si affronta la gravidanza, il fatto che una donna debba affrontare un problema simile non è più, purtroppo, un evento rarissimo.

Si può operare una prima distinzione: approssimativamente dal secondo trimestre di gravidanza in poi , a meno che non esistano ulteriori fattori di rischio, gli schemi chemioterapici standard non dovrebbero comportare problemi per lo sviluppo del feto. La letteratura recente sembra suggerire che l'interruzione della gravidanza non sia necessaria, almeno nella maggior parte dei casi, e soprattutto che non è necessario sottoporre né la madre ai rischi legati da un ritardo nell'inizio dei trattamenti antineoplastici né il nascituro al rischio di un parto anticipato. Diverso è il discorso per i farmaci biologici (come trastuzumab e lapatinib) sui quali ci sono solo dei casi aneddotici e le terapie ormonali per le quali esistono evidenze di possibili danni al feto.

Nel corso del primo trimestre di gestazione è invece necessario, contemperando i rischi, rimandare l'inizio delle terapie (che avrebbero certamente un'influenza più consistente sullo sviluppo del nascituro) o procedere all'interruzione della gravidanza. È comunque da considerare il fatto che ci sono ancora poche evidenze sugli effetti a lungo termine sulla salute del bambino e specialmente sulla possibilità che la chemioterapia somministrata alla gestante possa influire sulle probabilità del nascituro di sviluppare neoplasie in età adulta».

La dottoressa Anastasia ci spiega invece come è cambiata la relazione fra maternità e terapie oncologiche negli ultimi anni. «Un tempo la prassi era interrompere la gravidanza nella grande maggioranza dei casi; ultimamente prevale l'idea di valutare attentamente tutti i fattori ma, quando è possibile, evitare di interrompere il periodo di gestazione. Per esempio, per la maggior parte delle persone affette da Leucemia Mieloide Cronica è possibile portare avanti la gravidanza o addirittura pianificarla a patto di sostituire i farmaci di riferimento con l'interferone, che mantiene comunque un'efficacia paragonabile.

Anche nel caso sia necessario arrestare la gestazione, le donne in età fertile hanno la possibilità di preservare il proprio tessuto ovarico, anche senza la stimolazione ormonale per poter avere figli senza problemi anche dopo la terapia; grazie ai progressi della medicina della riproduzione ed alla sempre minore tossicità dei farmaci sono stati fatti passi da gigante in questo senso anche se alcuni farmaci di nuova generazione hanno invece un maggiore impatto potenziale dal punto di vista genetico e riproduttivo. Rimane certamente più di un quesito sugli effetti a lungo termine e sono certamente necessari ulteriori studi, non solo retrospettivi, per conoscere le conseguenze complete nel lungo periodo della chemioterapia prenatale e, visto l'esiguo numero di casi da studiare, sarebbe auspicabile, a questo scopo, una collaborazione internazionale ancora più allargata».



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
www.cancercenter.it

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