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Cioccolato o surrogato?

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Pubblicato il: 01-04-2004

Una nuova direttiva europea ha classificato con il nome di cioccolato anche quelli che un tempo erano surrogati, purchè contengano una percentuale bassa di grassi vegetali diversi dal burro di cacao. Ma quali sono gli effetti di questa legge?

Sanihelp.it - Dal 3 agosto 2003 il cioccolato ha cambiato faccia. Una direttiva dell’Unione Europea, la 2000/36, ha stabilito che si possono definire con il termine cioccolato anche i prodotti che contengono materie grasse vegetali diverse dal burro di cacao.
L’importante è che queste sostanze non superino il limite massimo del 5%.

Insomma, oggi potrebbe capitare di trovarsi davanti una tavoletta di cioccolato con burro di illipè, stearina, burro di karatè, burro di cocum, nocciolo di mango o olio di palma.
L’etichetta deve indicarli obbligatoriamente, con la dicitura contiene altri grassi vegetali oltre al burro di cacao. Dall’altra parte, chi invece produce cioccolato con solo burro di cacao può tutelare la propria qualità indicando sulla confezione che si tratta di cioccolato puro.

Nonostante queste misure di chiarezza informativa, la legge ha scatenato molte polemiche ancora accese, sia tra i sostenitori della tradizione che tra gli addetti ai lavori: l’utilizzo di surrogati del burro di cacao penalizza infatti i paesi africani che lo esportano da sempre.
Ma soprattutto, questa legge potrebbe penalizzare i consumatori, che si troveranno tra le mani cioccolati di qualità inferiore. Non è solo una questione di palato, ma di principi nutrizionali: gli acidi grassi saturi contenuti in queste sostanze, come il laurico, il miristico e il palmitico, rappresentano la maggiore causa di ipercolesterolemia.

Ma allora cosa giustifica questa legge? Soprattutto la necessità di chiarezza comune: in alcuni paesi dell’Unione Europea, come Inghilterra, Irlanda e Danimarca, l’impiego non esclusivo di burro di cacao è sempre stato consentito, mentre la legislazione di altri paesi, tra cui l’Italia, lo vietava.
Con l’apertura della libera circolazione delle merci, il rischio era che si vendessero senza saperlo prodotti vietati in alcuni paesi e non in altri.

Il passaggio a questa nuova normativa sembrava quasi obbligato, ma nulla vieta alle aziende che producono cioccolato di qualità di tutelarsi. Sono molte, infatti, quelle che hanno scelto di continuare a puntare sulla qualità e sulla tradizione a dispetto dei possibili vantaggi economici.
Chi ama il vero cioccolato li premierà sicuramente.

Fare sempre attenzione all’etichettà, però, non è un consiglio riservato solo ai cioccolatomani.
Ecco qualche dritta per non incorrere in fregature:

Denominazione di vendita Caratteristiche del prodotto
Cioccolato fondente sostanza secca totale di cacao minimo 35%, di cui non meno del 18% di burro di cacao e non meno del 14% di cacao secco sgrassato
Cioccolato alle nocciole gianduia sostanza secca di cacao minimo 32% e nocciole sgusciate tra il 20% e il 40%
Cioccolato al latte sostanza secca totale di cacao minimo 25%; sostanza secca totale del latte minimo 14%; grassi totali (burro di cacao e grassi del latte) minimo 25%
Cioccolato al latte alle nocciole gianduia sostanza secca del latte minimo 10% e nocciole sgusciate tra il 15% e il 40%
Cioccolato bianco burro di cacao minimo 20%; sostanza secca totale del latte minimo 14%
Cioccolato extra o fine sostanza secca totale di cacao minimo 43%, di cui non meno del 26% di burro di cacao



Fonte: Parlamento Europeo, Commissione per l'Ambiente, la Sanità Pubblica e la Politica dei Consumatori.


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