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Almodovar soffre di fotofobia

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Pubblicato il: 24-07-2012

Da sette anni è intolleranze alle luci intense. Quasi il colmo per un regista, uno che con la luce, ingrediente dei fotogrammi di un film, ci lavora.

Almodovar soffre di fotofobia © Rete Sanihelp.it - «Passo la maggior parte del mio tempo nel soggiorno o nello studio, tra quattro mura, vedo poche persone» così dice della sua vita attuale il celebre regista spagnolo Pedro Almodovar, in un’intervista al mensile Ok salute e benessere. «Sono costretto a starmene chiuso in casa quando non lavoro, con le serrande abbassate o le tende tirate, per far entrare il sole il minimo possibile».

Non una scelta, la sua, ma la conseguenza di un problema che lo attanaglia da ormai sette anni, la fotofobia, una forma di intolleranza alla luce. Un problema che lo ha costretto a rivoluzionare letteralmente la sua esistenza: prima, infatti, amava la vita all’aperto e, ovviamente, godersi un film al cinema almeno tre volte a settimana. «Ma non posso più compiere questo rito magico, il grande schermo mi crea problemi. Anche perché soffro di emicrania cronica» svela.

Un vero colmo se consideriamo che un regista di fatto lavora proprio con la luce, la materia di cui è fatto ogni singolo fotogramma. Ma la fotofobia non ha alterato la sua vena artistica, anzi: «credo che questa mia nuova condizione, questo entrare dentro me stesso, questo scavarmi dentro, si siano riflessi nei miei ultimi film» spiega Almodovar che, in una delle sue ultime fatiche, Gli abbracci spezzati, ha inserito proprio il personaggio di un regista cieco, suo alter ego.

Anzi, proprio il lavoro sembra aiutarlo a stare meglio. «Nei miei ultimi tre film ho dovuto portare sempre occhiali da sole e cappelli a tesa larga» svela. «Ho girato quei tre film con il mal di testa, ma quando mi concentravo sul lavoro, sulla scena da preparare, sulla sequenza da realizzare e l'operatore da istruire, il dolore passava in secondo piano, quasi scompariva. Posso dire che il set mi ha salvato la vita».

Mentre sul fronte delle cure ufficiali, quelle della medicina, è ancora buio: « Ho provato ogni terapia, ogni trattamento per questa mia condizione penosa, ho chiesto aiuto a decine di neurologi, ma la mia sindrome è sconosciuta a tutti. Non esiste una diagnosi precisa, dunque non esiste medicina» rivela, per sua stessa ammissione, senza più la rabbia dei primi anni. «Soffro e sono capace di accettare il mio destino».


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