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Depressione e cardiopatia: esiste una correlazione?

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Pubblicato il: 15-01-2002

Il depresso è a rischio maggiore di sviluppare una malattia cardiocircolatoria; il cardiopatico, peraltro, si ammala spesso di depressione. Un nuovo metodo terapeutico che affianca al cardiologo lo psicologo, ha dimostrato ottimi risultati.

Sanihelp.it - Un recente studio evidenzia che chi soffre di depressione ha un rischio aumentato di sviluppare malattie cardiocircolatorie.
D’altra parte il 15-20 % dei pazienti che hanno avuto un infarto, o soffrono di altre cardiopatie, vanno incontro a depressione e/o ad altri disturbi psicologici che spesso interferiscono con il recupero del funzionamento del cuore. Ne deriva spesso un peggioramento della qualità della vita.

Lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata “ Circulation ”, dimostra inoltre che nelle persone colpite da infarto con associata una sindrome depressiva, il rischio di morte aumenta di 4-5 volte rispetto a soggetti in cui l’infarto non si associava alla depressione.

Da questi dati si comprende l’importanza di un percorso di riabilitazione integrato condotto da uno psicologo, un cardiologo e fisioterapista per la riabilitazione fisica.

Questo tipo di approccio è già stato adottato dal Policlinico di Monza con l’istituzione del Centro Salute Cuore, un servizio convenzionato all’interno dello stesso Policlinico che ha già ottenuto risultati incoraggianti.

Il paziente, all’arrivo nel centro, viene visitato dal cardiologo che provvede all’inquadramento clinico e dallo psichiatra che valuta il suo stato di salute mentale identificando quindi i disturbi di tipo depressivo precocemente.
Una volta che il paziente viene “inquadrato” viene inserito in un programma riabilitativo personalizzato.

Il trattamento prevede, oltre ai programmi di allenamento fisico e al seguire una dieta personalizzata consigliata da un dietologo, la cosiddetta terapia di gruppo. Il paziente viene inserito in un gruppo composto da persone con il suo stesso disturbo, e viene quindi invitato a condividere con gli altri l’esperienza della propria malattia.
Per le persone con una percezione della propria malattia molto negativa viene invece avviato un programma di colloqui individuali con psicologi e psichiatri.

I risultati di questo tipo di trattamento sono confortanti: uno studio condotto su 96 casi, dimostra che più della metà dei pazienti curati in questo modo ha modificato il proprio stile di vita, eliminando i comportamenti dannosi per la propria salute, rendendo quindi più efficace la terapia farmacologica.


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Redazione Sanihelp.it

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