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Terapia

Fegato: bruciare con un ago le cellule malate

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Pubblicato il: 20-08-2013

Si chiama termoablazione a radiofrequenza e permette di eliminare le cellule malate in un quarto d'ora, con meno rischi e complicanze per i pazienti rispetto alla chirurgia tradizionale

Fegato: bruciare con un ago le cellule malate © Photos.com Sanihelp.it - Sono circa 1.500 i pazienti che ogni anno in Italia vengono sottoposte alla termoablazione a radiofrequenza con una riduzione dei costi a carico del Servizio Sanitario. Questo tipo di intervento infatti richiede una degenza di soli tre giorni e talvolta può essere eseguito in regime ambulatoriale; implica pertanto una spesa di molto inferiore rispetto a quella della chirurgia resettiva.

Prima dell’intervento è inoltre possibile scoprire come evolverà la neoplasia. «Per questo abbiamo avviato uno studio per identificare i marcatori genetici associati alla crescita neoplastica. È la prima ricerca in Italia di questo tipo. Risultati positivi consentirebbero una prognosi più precisa e più appropriate scelte terapeutiche. Il lavoro che stiamo conducendo è accuratissimo ed enorme: in trenta pazienti abbiamo raccolto più di duecento campioni di tessuto da sottoporre a sequenziamento genico e ad analisi bioinformatica. La ricerca si concluderà alla fine di quest’anno ed è realizzata grazie al contributo liberale dei cittadini e della Fondazione Cariplo», spiega il professor Sandro Rossi, presidente della Fondazione cura mini-invasiva tumori, nata nel 2009 con l’obiettivo di promuovere progetti di studio nella cura delle neoplasie.

Nel 2012 in Italia si sono registrate 12.800 nuove diagnosi di tumore al fegato, cancro che occupa il terzo posto per mortalità nella fascia di età compresa fra i 50 e i 69 anni. Il 90% dei casi insorge in persone colpite da cirrosi epatica. «Le classificazioni utilizzate finora falliscono nel predire la storia clinica di un paziente cirrotico dopo l’asportazione chirurgica del tumore o la termoablazione. Le indagini attualmente a disposizione, come ecografia, TAC, risonanza magnetica e analisi istologica, non sono sufficienti. Questa situazione ha un impatto negativo sul malato perché può portare, anche nei migliori centri, a terapie inappropriate. È cioè inutile trattare con la chirurgia tradizionale o con la termoablazione un tumore, anche piccolo, in un paziente che svilupperà entro poco tempo una malattia neoplastica multifocale associata a una prognosi infausta. È quindi importante individuare, con ricerche genetiche e molecolari, altri fattori associati al tipo di crescita del tumore per capirne l’evoluzione. Vogliamo sapere se l’andamento della malattia sarà lento nel tempo, con lo sviluppo di recidive nodulari che possono essere trattate con termoablazione o con la chirurgia tradizionale, oppure se avrà una rapida evoluzione multifocale, caso in cui l’unica possibilità di trattamento è rappresentata dal trapianto d’organo», conclude il professor Rossi. 


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Comunicato stampa

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