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Ti amerò... fino a lasciarti!

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Pubblicato il: 21-10-2004

Interrompere un rapporto di coppia logoro e infelice non è facile: i processi psicologici che entrano in gioco sono complessi e profondi. Spesso, poi, il peggio viene dopo...

Sanihelp.it - «La via d’uscita», diceva Confucio, «è la porta; chissà perché nessuno la prende mai».

Quando la coppia non funziona più, parlare delle rispettive infelicità o decidere di separarsi sembrerebbe la soluzione più ovvia, ma spesso le trame dei rapporti amorosi sono così intricate che causerebbero ferite troppo dolorose per essere affrontate. Allora si fa finta di niente, oppure si ricorre al tradimento sperando di portare uno spiraglio di novità. Invece il divario aumenta sempre di più.

Bisogna imparare a lasciarsi, e non si tratta solo di coraggio: quando si condividono con un’altra persona per anni le ansie, le passioni, gli affanni e i progetti, ciascuno dei due diventa un po’ anche l’altro, e crea nel proprio inconscio una serie di immagini di sé che è molto difficile disgregare.

Come per un lutto, le reazioni cambiano da persona a persona. Ma se lo sconforto, la rabbia o anche l’odio per chi ha voluto interrompere il rapporto sono emozioni normali, non devono trasformarsi in vendetta, persecuzione e assillo, in una parola stalking.
Il termine, che deriva dal vocabolo stalk, l’appostamento del cacciatore in attesa della preda, è stato coniato in America per indicare il fenomeno che sempre più spesso spinge gli amanti rifiutati a trasformare la lacerazione del distacco in un ossessivo inseguimento, fonte di dolore e spesso anche di denunce.

Lo stalking purtroppo è in costante aumento, e non coinvolge solo persone con gravi patologie psichiche, gli autori dei cosiddetti delitti passionali; sembra piuttosto che la soglia di tolleranza delle persone normali di fronte alle frustrazioni si sia pericolosamente abbassata.

Ma perché tra le denunce di stalking prevalgono quelle delle donne?
Se ne deve dedurre che per la sensibilità maschile la perdita dell’amore è più insopportabile? O che le donne sono più abituate a sopportare l’abbandono?

In effetti esistono a proposito alcune motivazioni psicologiche, biologiche e culturali: mentre il figlio maschio non si stacca mai dalla mamma, la femmina deve subire il trauma di tradire la madre per innamorarsi del padre, e questo primo precoce distacco dall’oggetto dell’amore la rende più forte nell’affrontare i successivi.
Alcuni sostengono poi che l’esperienza del parto, con il distacco violento del figlio dal proprio ventre, tempra la donna di fronte agli addii.

In effetti le statistiche confermano queste ipotesi: sono le donne, in genere, a chiedere il divorzio e a trovare la forza di spezzare legami divenuti infelici.

Stravolgere la tendenza, però, non è impossibile.
Basta avere il coraggio di farsi aiutare, magari da supporti psicologici e gruppi di ascolto come quelli offerti gratuitamente da tutte le aziende sanitarie locali.
L’importante è non cadere nella spirale del finto distacco: chi è respinto si aggrappa all’illusione della riconquista, e chi ha abbandonato vive la forte esaltazione narcisistica di sentirsi indispensabile all’altro. I rapporti di potere ne risultano stravolti, e allora il conflitto è inevitabile.




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Redazione Sanihelp.it

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