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Ti fai gli autoscatti? Attento, potresti avere la selfite

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Pubblicato il: 07-04-2014
Ti fai gli autoscatti? Attento, potresti avere la selfite © Thinstock Sanihelp.it - Se i quindici minuti di celebrità a cui ogni persona avrà diritto nel futuro, secondo una delle massime più famose di Andy Warhol, sono al momento ancora una specie di utopia, è pur vero che la distanza tra le cosiddette very important persons e gli individui più comuni si sta ampiamente riducendo. Grande merito va ai reality show televisivi, in cui la ricerca ossessiva dell'autenticità dell'uomo della strada posto di fronte alle telecamere finisce inevitabilmente per distorcere quella verità cui aspirerebbero questi spettacoli: ma forse, ancor più della televisione, gioca un ruolo fondamentale internet. La maggior parte delle persone possiede uno o più profili sui principali social network: e se le celebrità affidano sempre più spesso a Twitter i propri pensieri e le proprie opinioni, di modo da avvicinarsi almeno virtualmente ai loro altrimenti lontanissimi fans, le persone comuni possono sfruttare queste piattaforme come trampolino di lancio per spiccare il volo verso il mendace, precario cielo della fama.

Una delle mode scoppiate ultimamente proprio sui social network è quella dei cosiddetti selfie. I selfie non sono altro che autoscatti fotografici, solitamente catturati da telefoni cellulari sempre più tecnologici, immediatamente connessi alla propria rete virtuale di contatti. Se gli autoritratti del proprio aspetto esteriore erano un tempo un modo per veicolare e palesare il proprio malessere interiore, come nell'illustre caso di Vincent Van Gogh, ora sono più che altro al servizio del proprio ego: ribaltando il rapporto tra interiorità ed esteriorità, mostrarsi agli altri in pose piacevoli contribuisce a ricevere apprezzamenti e stringere legami che possono in qualche modo giovare al proprio animo.

Ciò nonostante, anche quest'ultima mania sarebbe il sintomo di un forte disagio. Ad affermarlo è l'American Psychiatric Association, che ha coniato per questo disturbo un nuovo e singolare appellativo: la selfite. Si tratterebbe di una vera e propria patologia psichiatrica, che troverebbe le sue radici nella mancanza di autostima ed in una profonda insicurezza di base: gli autoscatti servirebbero dunque a riempire il vuoto che generano tali sensazioni. Sono stati anche concepiti vari livelli di gravità con cui tale malattia colpisce l'essere umano: è borderline chi si fotografa almeno tre volte al giorno, evitando però di pubblicare le immagini; è afflitto da selfite acuta chi scatta quotidianamente almeno tre istantanee di sé e le divulga sui principali social network; la selfite cronica è infine la forma più preoccupante della malattia, e ne soffre chi produce e pubblica almeno sei immagini di sé al giorno.

Al momento non si conosce una possibile cura per questo disturbo, ma sempre l'American Psychiatric Association afferma che una terapia di tipo cognitivo-comportamentale potrebbe produrre significativi miglioramenti. Risulta comunque complicato, in un'era in cui persino le stelle di Hollywood alla prestigiosa Notte degli Oscar si prestano alla moda del selfie, comprendere dove finisca il puro e semplice desiderio di emulazione e cominci il disagio della scarsa autostima e solitudine: d'altronde, si tratta pur sempre di scelte di pubblicità e immagine, sia che dietro queste foto vi sia uno staff con un preciso piano di marketing per cavalcare l'onda della celebrità o rilanciare una stella in declino, sia che vi si nasconda il semplice desiderio di essere maggiormente accettati da quelli che, teoricamente, sono considerati nostri simili.  
FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
American Psychiatric Association

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