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La pensione può aspettare: il lavoro attiva il cervello

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Pubblicato il: 16-04-2014
Sanihelp.it - Rimandare l’appuntamento con la pensione e mantenere il cervello occupato più a lungo si rivela un metodo efficace per allontanare le malattie neurodegenerative.

La conferma arriva da una ricerca condotta dall’Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra su 1320 individui affetti dal morbo di Alzheimer: quelli che avevano abbandonato più tardi l’attività lavorativa si sono ammalati molto dopo rispetto ai baby pensionati.

I ricercatori hanno calcolato che, rispetto alla media, ogni anno di lavoro in più equivale a 6 settimane di neuroni protetti dalle malattie.

La riserva cognitiva e il nostro patrimonio di sinapsi crescono nel corso del tempo, la nostra vita è sempre neurologicamente in divenire: chi usa il cervello, anche per lavorare, si mantiene più giovane e attivo.

«Non dobbiamo mandare in pensione il cervello - afferma il professor Piero Barbanti, neurologo dell’IRCCS  San Raffaele Pisana - per almeno 3 motivi: di comportamento, di affettività e di cognitività. Primo, il lavoro è ritmo: il cervello, come una macchina che non tiene il minimo e si spegne a un incrocio, va meglio quando è in funzione».

«Il secondo motivo –continua - è quello dell’affettività: il lavoro è in grado di incanalare lo stress e in parte di educarlo. Certo alcuni lavori lo provocano, ma lo stress di origine familiare, per esempio, può trovare nel lavoro una sua fisiologica estinzione.

Il terzo aspetto è quello cognitivo: quando lavoriamo non solo competiamo positivamente con gli altri, ma dovremmo competere con noi stessi alzando volta per volta l’asticella delle prestazioni. E questo, cognitivamente, è sviluppo continuo».

«Certo tutto questo decade se il lavoro è fatto controvoglia o se è caratterizzato da rapporti personali pericolosi per la nostra salute psicologica. Ma - conclude Barbanti - in senso stretto lavorare è neurologicamente un vero e proprio elisir».


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