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Soft Therapy: un nuovo approccio contro l'alcoldipendenza

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Pubblicato il: 20-06-2014
Sanihelp.it - Entro il 2030 l’alcol, insieme ad altri fattori come il sovrappeso e l’inattività fisica, sarà la causa di 17 milioni di morti.

Il dato allarmante è stato comunicato nel corso del convegno tenutosi ieri presso la Camera dei Deputati, dove un pull di esperti ha fornito informazioni ed esposto prospettive inerenti la pericolosa situazione in cui versa il nostro Paese.

L’elemento più preoccupante riguarda l’età di inizio nel consumo eccessivo di alcolici, che negli ultimi tempi si è abbassato addirittura a dodici anni.

«Dai dati forniti periodicamente dall’Espad (progetto europeo focalizzato sullo studio dei comportamenti d’uso di alcol, tabacco e sostanze psicotrope legali e non) apprendiamo che fin dall’età di quattrodici anni vi sono ragazzi con esperienza pregressa di ubriacature – spiega il dottor D’Egidio, Presidente Nazionale della Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei Servizi delle Dipendenze (FeDerSerD) – E allora noi ci siamo chiesti che cosa ci sia all’origine di questo fenomeno. Abbiamo quindi condotto un’indagine su 1400 studenti della seconda media inferiore e, tramite una complessa analisi multivariata, abbiamo constatato la presenza di un unico elemento ricorrente che separa i ragazzini di dodici-tredici anni che hanno già abusato di alcol dagli altri: l’abitudine del genitore maschio ad utilizzare superalcolici».

Le cause che predispongono all’abuso di alcol infatti, non sono da identificarsi esclusivamente con fattori ambientali (responsabili del rischio di alcol-dipendenza per circa i due terzi), ma anche con l’influenza esercitata dal patrimonio genetico, il cui peso incide per un terzo sulla totalità delle cause.  

Come spiega il professor Mencacci, Direttore del Dipartimento Neuroscienze presso l’Ospedale Fatebenefratelli Oftalmico, «siamo ormai certi che l’esposizione all’alcol durante la gravidanza comporti per il nascituro la modifica delle funzioni cognitive (come l’attenzione e la concentrazione), modifica che può essere causata non solo dal consumo di alcol da parte della donna, ma anche dal gamete maschile, cioè prima della fecondazione dell’ovulo: questo vuol dire che un individuo maschio con una storia di abuso di alcol, può influenzare il patrimonio genetico del nascituro, esponendolo a gravi rischi».

Nonostante i numeri relativi alla diffusione di questa problematica siano già di per loro indicativi dell’entità del problema (si parla di otto milioni di italiani con consumo di alcol a rischio e circa un milione di alcoldipendenti), purtroppo ad oggi solo una minoranza può contare sull’aiuto di un trattamento sanitario, mentre la maggior parte degli alcoldipendenti non cerca alcun tipo di supporto, decidendo di rimanere nascosta e quindi non trattabile.

Le conseguenze però risultano evidenti: solo nel 2010 sono quasi 17.000 i decessi interamente o parzialmente imputati al consumo di alcol, cifra a cui si aggiungono i costi sociali e sanitari stimati in 22 miliardi di euro annui.

 «Questi sono costi che paga la società – commenta il professor Scafato, Presidente della Società Italiana di Alcologia – e che potrebbero essere in gran parte risparmiati se si attivassero strategie e policy di valorizzazione dell’identificazione precoce e di intervento breve, ampliando contemporaneamente l’offerta di trattamenti adeguati sia in termini di qualità dell’assistenza che di obiettivi realistici, intermedi e di lungo termine, da concordare per ciascun caso, calibrandone tempi e modalità alla luce delle più recenti evidenze scientifiche».

Ed è proprio da questa esigenza che nasce l’innovativa proposta del Policlinico Gemelli di Roma, dove a marzo 2014 è stata lanciata la Soft Therapy, un nuovo trattamento riabilitativo che guarda alla cura dell’alcoldipendenza tramite un approccio multidisciplinare, e che vede precisamente l’integrazione di un supporto psicosociale con una terapia farmacologica a base di Nalmefene.

«A maggio 2014 abbiamo iniziato la sperimentazione della Soft Therapy con il primo gruppo pilota, composto da otto soggetti – testimonia il dottor Janiri, Direttore della Scuola Psichiatrica dell’Università Cattolica di Roma – Il programma della terapia si articola in quattro diversi momenti: la partecipazione collettiva agli incontri del gruppo riabilitativo, il follow-up individuale (che prevede tra le altre attività un percorso di orientamento psicofisico ed emotivo), il Timeline Followback (TLFB) ovvero un diario che permette di annotare il quantitativo giornaliero di alcol assunto, e infine il Nalmefene, un farmaco che inibisce il desiderio di consumare alcol».

«L’assunzione di Nalmefene è giornaliera per i primi trenta giorni – prosegue il dottor Janiri – In seguito, la posologia viene diversificata a seconda del bisogno del paziente. Questo è un passaggio molto importante perché si passa da una ricezione passiva, in cui il paziente si limita ad assumere il farmaco prescritto dal medico, a una posizione reattiva, dove il paziente riassume il controllo di quello che fa: egli infatti dovrà capire in anticipo quali sono i momenti in cui rischia maggiormente di cadere nella tentazione di bere in maniera eccessiva, ed assumere quindi il farmaco».

Il progetto ha preso spunto dal Minnesota Model, ovvero dagli Alcolisti Anonimi, ma a differenza del modello americano, dove all’interno del gruppo non vi è nessun leader, nel gruppo riabilitativo della Soft Therapy sono state inserite due figure di riferimento, ovvero un conduttore, ruolo ricoperto da uno psicologo, e un supervisore, che invece è uno psichiatra.

Infatti, come hanno messo in evidenza numerosi studi epidemiologici, non solo la corrispondenza tra alcol e patologie psichiatriche copre dal 20 al 45% dei casi, ma inoltre una persona alcoldipendente è 3,6 volte più esposta a sviluppare un disturbo dell’umore rispetto a un non alcoldipendente.

In soli tre mesi, il Policlinico Gemelli ha ricevuto 75 richieste per entrare in trattamento con questa nuova terapia, un dato da considerare ancor più importante se si pensa che il 60% delle chiamate ha riguardato persone che in precedenza non avevano mai cercato aiuto per risolvere il loro problema.

«Fino a ieri la soluzione che veniva prospettata era esclusivamente l’astensione immediata e totale dall’alcol – conclude il dottor Maremmani, Presidente della Società Italiana delle Tossicodipendenze (SITD) – Oggi invece è disponibile un nuovo approccio che, portando alla riduzione graduale del consumo di alcol, può stimolare un maggior numero di persone a chiedere aiuto, facendo così emergere il sommerso di questo importante problema di salute pubblica e sociale». 
FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Convegno "Dalla prevenzione alla terapia: un approccio integrato per combattere il fenomeno dell'alcoldipendenza" (Roma, 19 giugno 2014)

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