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Sperimentata la mano bionica: non una semplice protesi

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Pubblicato il: 15-10-2014
Sperimentata la mano bionica: non una semplice protesi © Web

Sanihelp.it - La mano bionica, la Malattia di Alzheimer e le cellule staminali sono tra i principali argomenti al centro della 45a edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia.

Si avvicina la sperimentazione successiva a quella di LifeHand2, il progetto internazionale che ha reso possibile un nuovo passo avanti verso l’impianto definitivo di mani bioniche, prevista per l’inizio del 2015. La prossima sfida è miniaturizzare tutta la parte elettronica, informatica ed energetica della mano che al momento è inglobata in un apparato esterno di grandi dimensioni. Ciò permetterà ai malati selezionati per la sperimentazione di potersi muovere liberamente, poiché tutto l’apparato elettronico risulterà installato all’interno della mano bionica stessa.

La prima mano bionica indossabile non è più una sterile protesi, ma un vero e proprio arto integrato che non solo consente ai malati amputati di manipolare oggetti con la giusta forza, rispondendo agli impulsi del cervello ma, grazie ai sensori di cui è dotata, permette anche di trasmettere le sensazioni tattili, facendo sentire forma e consistenza degli oggetti impugnati (78% delle prese).

Inoltre, dalle sperimentazioni si è potuto constatare come la mano bionica riesca a curare la sindrome dell’arto fantasma, ossia la sensazione di persistenza dell’arto dopo la sua amputazione. I soggetti affetti da questa patologie accusano spesso forti dolori che non riescono a rimettere con i farmaci. In questi malati, si è visto che l’invio di impulsi sensitivi attraverso la mano bionica può considerarsi una terapia efficace contro il dolore.

Per la malattia di Alzheimer, nuove possibilità permettono di anticipare la diagnosi di anni, addirittura in fase prodromica (all’insorgere dei primi sintomi, ma in assenza di demenza conclamata). Attualmente sono in sperimentazione alcune strategie terapeutiche da attuare in fase precoce che potrebbero modificare il decorso della malattia; queste vanno ad agire sulla proteina beta-amiloide, che si deposita nel cervello anni prima dell’esordio della malattia di Alzheimer, bloccandone l’accumulo, inibendone la produzione o rimuovendola con anticorpi.

Per la prima volta, infine, viene sperimentato l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali nelle persone con sclerosi multipla, sulla base di evidenze che fanno supporre che tali cellule possano spegnere il processo che danneggia il sistema nervoso centrale, rilasciare molecole utili alla sopravvivenza e, possibilmente, alla riparazione del tessuto danneggiato.

L’Italia, con i centri di Genova, Milano San Raffaele, Verona e Bergamo, è uno dei 9 Paesi coinvolti nello studio. Nonostante le aspettative per questo studio, è impensabile che le staminali mesenchimali possano rigenerare i neuroni perduti e migliorare la condizione clinica dei malati con grave disabilità. Ci permetterà, però, di dare una risposta autorevole sulla sicurezza e sull’efficacia di questo tipo di trattamento.



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SocietÓ Italiana di Neurologia

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