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Reumatologia

L'astronauta Nespoli e gli affetti dell'assenza di gravità

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Pubblicato il: 28-04-2015

Nello spazio niente mal di schiena ma più rischio di osteoporosi. Paolo Nespoli lo testimonia al recente congresso di reumatologia.

L'astronauta Nespoli e gli affetti dell'assenza di gravità © Web

Sanihelp.it - Due missioni spaziali all’attivo, rispettivamente di 16 giorni e di 6 mesi, per un totale di 174 giorni 9 ore e 40 minuti in orbita. Paolo Nespoli, classe 1957, è tra i sette Italiani che hanno visitato il cosmo. E più recentemente è stato ospite all’ultimo congresso di reumatologia, Magenta Osteoarea, a Milano, durante il quale ha raccontato la sua esperienza spaziale e soprattutto gli effetti collaterali sul corpo.

In orbita, senza gravità, infatti, la tensione di muscoli e legamenti si allenta e così la colonna vertebrale si distende, perdendo le naturali curvature che servono e diventando quindi rettilinea. «Io mi ero allungato di 6-7 centimetri» racconta l’astronauta. Non si soffre quindi il mal di schiena o di ernia del disco in missione.

Ma le cose si complicano al ritorno. «Al rientro è impressionante il peso che schiaccia il corpo, comprime la testa e schiaccia la colonna vertebrale. Molti astronauti soffrono di forti mal di schiena dopo il ritorno della colonna al solito carico compressivo » continua Nespoli. 

Se nello spazio non si soffrono lombalgie o cervicalgie, «è molto più alto il pericolo di osteoporosi, per l'assenza di movimento sotto carico, proprio come si verifica nelle persone sedentarie o allettate» commenta la reumatologa Magda Scarpellini, responsabile della Divisione di reumatologia dell'ospedale Fornaroli di Magenta-Azienda ospedaliera di Legnano  e organizzatrice del congresso. Secondo studi condotti in orbita, lo scheletro di un astronauta perde circa l’1% di massa ossea al mese, «una velocità di rarefazione ossea molto superiore anche a quella che si osserva nelle persone invalide allettate», continua la reumatologa. «Per questo motivo per gli astronauti sono molto importanti l'esercizio fisico e l'integrazione di vitamina D».

Nello spazio, l’ideale sono 2 ore al giorno di attività fisica, un’ora di allenamento cardiovascolare su specifiche cylcette o tapis-roulant e un'ora di esercizio di resistenza su una piattaforma costruita per fare piegamenti. «In orbita la capacità muscolare è ridotta del 30%. Quindi a fine missione siamo addirittura più allenati e in forma» rivela Nespoli. Infine, siccome è impossibile esporsi alla luce solare stimolando la produzione di vitamina D, 400 UI (unità internazionali) di questo nutriente vengono  assunte in integrazione ad ogni pasto.

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