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Sempre meno persone si affidano alla fede in punto di morte

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Pubblicato il: 18-05-2015

Sanihelp.it - «Signore, ti prego guarda giù e riconosci noi, umili peccatori. Ti prego Signore, ti scongiuro, voglio rivedere le mie figlie: sono stato separato dalla mia famiglia così a lungo. Lo so che sono colpevole di superbia e di raggiri: ti chiedo perdono per averti voltato le spalle». Nel film «Fratello, dove sei?» George Clooney interpreta un galeotto razionale che scappa di prigione per andare in cerca di un tesoro e riprendersi la famiglia che lo ha dimenticato: sempre critico nei confronti di chi crede in «baggianate religiose», anche lui alla fine cede alla tentazione della preghiera nel suo momento più disperato, quello in cui crede non vi sia più nulla da fare, se non chiedere un intervento divino che possa salvarlo, per poi ricredersi quando, in effetti, questo aiuto arriva.

Si tratta di un atteggiamento comune rivolgersi a Dio durante i periodi di massima disperazione: per i credenti si tratta ovviamente di un modo per affidargli la propria anima, ma per quel che riguarda gli scettici spesso significa aggrapparsi ad una speranza laddove di speranze il mondo cosiddetto razionale sia definitivamente privo. Tuttavia, per quanto normale e umano possa sembrare, secondo un sondaggio pubblicato in questi giorni da alcuni quotidiani britannici un numero sempre minore di persone, per lo meno per quel che concerne il Regno Unito, affida le ultime preoccupazioni ad un'entità superiore una volta posti di fronte all'inevitabile destino.

Questo e molto altro è emerso dall'analisi della Dying Matters Coalition, un'unione di membri di organizzazioni nonprofit, ospizi, fornitori di servizi che appunto hanno a che fare col tema della morte. Secondo la loro analisi, il 60% degli intervistati, a cui venivano fornite sei opzioni da classificare in base a ciò che si considera una priorità per potersene andare nella maniera più serena possibile, ha indicato il raggiungimento dei bisogni spirituali e religiosi in ultima posizione, mentre solo il 5% li ha collocati all'apice della graduatoria. Il 33% dei volontari, circa 2000 soggetti, ritiene sia più importante che la morte avvenga in maniera indolore; la speranza maggiore per il 17% è risultata invece essere quella di avere vicini amici e famigliari; per un altro 5%, infine, la priorità è quella di conservare la propria dignità.

In generale, quello che emerge dallo studio è che la morte sia ancora un argomento tabù: per lo meno, così la pensano il 72% degli intervistati. Un altro dato che fa capire quanto questa materia sia tuttora considerata off-limits è quello che racconta come circa il 30% dei britannici pensi alla fine della propria esistenza almeno una volta a settimana, ma il 75% ritiene che i propri conoscenti siano a disagio nel parlarne. Il 35% dei volontari dichiara di aver stilato un testamento; il 32% di essere registrato come donatore di organi; solo il 18% afferma di aver parlato con un membro della propria famiglia di ciò che spera di trovare nell'aldilà; mentre ancora meno, il 7%, ha lasciato disposizioni su come dovrebbero comportarsi i loro cari nel caso non fossero più in grado di decidere per sé stessi riguardo la propria vita. 



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Dying Matters Coalition

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