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Allucinazioni: un processo mentale né raro né così strano

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Pubblicato il: 16-10-2015

Sanihelp.it - La psicosi, ovvero la perdita di contatto con la realtà circostante, è un'esperienza sconcertante e spesso molto spaventosa che caratterizza alcuni disturbi mentali. La difficoltà di dare un senso univoco al mondo, che può apparire minaccioso e confuso, può infatti influenzare talmente tanto le funzioni mentali, da indurre talvolta cambiamenti drastici nella percezione, motivo per cui le persone che soffrono di un episodio psicotico possono vedere, sentire, annusare e gustare cose che in realtà non sono presenti in quel momento, sperimentando le cosiddette allucinazioni.

Ma secondo una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori delle Università di Cardiff e Cambridge, e pubblicata qualche giorno fa sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS), le allucinazioni, ovvero la tendenza ad interpretare il mondo che ci circonda ricorrendo in maniera eccessiva alle conoscenze e alle esperienze personali precedentemente acquisite, non sarebbero un fenomeno né raro né così strano. Anzi.

Innanzitutto va detto che, al fine di dare un senso e di poter interagire con l'ambiente fisico e sociale che ci circonda, abbiamo bisogno di informazioni adeguate sul mondo esterno: tuttavia, non avendo la possibilità di disporre costantemente di un accesso completo ed esauriente a queste informazioni, siamo costretti ad un’interpretazione dei frammenti ambigui ed incompleti che derivano dai sensi.

Proprio per colmare questa incompletezza e dare alla realtà un senso logico e compatto, il cervello combina le informazioni sensoriali parziali con la conoscenza precedentemente acquisita sull’ambiente, generando così una rappresentazione solida ed inequivocabile del mondo circostante.

Concretamente, quando entriamo in salotto, potremmo avere qualche difficoltà a cogliere nel dettaglio cosa sia quella forma nera che scompare rapidamente dietro il divano, ma nonostante lo stimolo sensoriale sia minimo, la nostra conoscenza pregressa ci permette di associare quella figura al nostro gatto.

«La visione è un processo costruttivo – spiega l’autore dello studio Christoph Teufel, dall’Università di Cardiff – In altre parole è il nostro cervello che ci fa vedere la realtà come ci appare, riempiendo gli spazi vuoti e presentandoci il mondo modificato e adattato sulla base di ciò che ci aspettiamo di vedere».

«Negli ultimi anni, siamo arrivati ​​a capire come la tendenza ad alterare le percezioni (ovvero l’allucinazione) non sia affatto un processo che interessa esclusivamente le persone affette da malattie mentali, ma anzi sia un fenomeno che coinvolge, in forma più lieve, l'intera popolazione – spiega il professor Paul Fletcher dall’Università di Cambridge – A moltissimi di noi infatti sarà capitato di sentire o vedere cose che nella realtà non ci sono».

Al fine di capire il ruolo dell’allucinazione all’interno della malattia mentale quindi, i ricercatori hanno lavorato con un gruppo di 18 individui che avevano già sperimentato i primi segnali di psicosi, ed un gruppo di 16 volontari ‘sani’.

Dopo aver mostrato, ad entrambi i gruppi, una serie di immagini in bianco e nero di difficile interpretazione, è stato chiesto ad ogni partecipante di indicare quali tra queste immagini contenesse la raffigurazione di una persona.

Nella fase successiva della sperimentazione, sono state quindi mostrate ai partecipanti le versioni a colori delle foto, informazioni che avrebbero potuto essere utilizzate dal cervello per dare un senso alle immagini ambigue precedentemente osservate.

I risultati hanno evidenziato che, a differenza del secondo gruppo, gli individui con i primi segnali psicotici hanno considerevolmente migliorato il riconoscimento delle persone nelle immagini in bianco e nero, segno del fatto che sono ricorsi maggiormente all’esperienza acquisita (e quindi all’interpretazione mentale) per dare un senso alle immagini ambigue.

«Questi risultati sono importanti perché ci dicono che la comparsa dei sintomi principali di una malattia mentale può essere definita come un alterato equilibrio delle normali funzioni cerebrali – conclude Naresh Subramaniam dall'Università di Cambridge – Pertanto è importante sottolineare che, come rilevato in questo studio, i sintomi e le esperienze psicotiche non riflettono un cervello 'guasto', ma piuttosto un cervello che si sforza, in modo del tutto normale, a costruire un senso della realtà attraverso la raccolta e l’interpretazione delle informazioni acquisite».



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
University of Cambridge

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