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Prevenzione

L'esercizio fisico come terapia per il diabete

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Pubblicato il: 03-11-2015

Secondo i risultati dei più recenti studi scientifici, sarebbero sufficienti 150 minuti di esercizio a settimana per ridurre del 50% il rischio di sviluppare la forma di tipo II nei soggetti predisposti geneticamente

L'esercizio fisico come terapia per il diabete © Thinstock

Sanihelp.it - Il movimento è uno degli strumenti più efficaci ed economici che abbiamo a disposizione per salvaguardare la nostra salute. La sua importanza - in termini di prevenzione delle malattie croniche - è davvero elevata, tanto che i medici consigliano di praticare un’adeguata attività fisica a tutte le età, anche e soprattutto quando il soggetto in questione presenta nella propria storia familiare casi di diabete, obesità ed ipercolesterolemia.

In particolare, rispetto al diabete di tipo II, l’American Diabetes Association avrebbe rilevato come alcuni cambiamenti nello stile di vita (vale a dire una sana e corretta alimentazione abbinata ad una regolare attività fisica) aiutino a ridurre di oltre il 50% il rischio in soggetti geneticamente predisposti. Nello specifico, secondo quanto riportato nel Diabetes Prevention Study, la quantità minima di esercizio per prevenire la malattia corrisponderebbe a 150 minuti a settimana: 30 minuti per cinque sessioni oppure 50 minuti per tre sessioni, in modo da non fare mai passare più di due giorni tra un allenamento e l’altro. D’altra parte, anche l’American College of Sport Medicine, solo due anni fa, aveva evidenziato come questa quantità di movimento fosse in grado di contribuire a prevenire e curare oltre 40 patologie, da quelle cardiovascolari ai tumori, sino alla depressione e all’osteoporosi.

«L’esercizio fisico svolto con regolarità costituisce un'indicazione preziosa che deve essere tradotta e trasferita al paziente in maniera corretta. - spiega il professor Paolo Montera, docente presso l'Università di Tor Vergata, Endocrinologo e Medico dello Sport del Servizio di Endocrinologia, Nutrizione e Metabolismo della casa di cura Villa Valeria di Roma - Innanzitutto esiste una differenza sostanziale tra attività ed esercizio fisico, ove quest’ultimo è caratterizzato da un impegno muscolare strutturato e ripetitivo. Dire deve fare attività fisica o si muova di più è una raccomandazione generica ed anche una occasione sprecata».

Prosegue il professore: «Oggi chi si occupa del settore del trattamento miodinamico delle malattie metaboliche, deve essere in grado innanzitutto di motivare il soggetto e poi di saper prescrivere l’esercizio fisico dando al paziente tutti gli strumenti per mettere in atto il proposito, nel modo a lui più congeniale e stimolante. Dobbiamo quindi consegnargli una prescrizione in cui siano indicati la durata, l’intensità, il tipo di esercizio e l’obiettivo che si vuole raggiungere, che nel caso dei soggetti diabetici di tipo II sarà sia ponderale che metabolico, agendo sia sul peso corporeo (circa l’80% dei soggetti è in sovrappeso/obeso) che sui valori emato-chimici, non solo glicemici, alterati. Questo perché durante l’esercizio, in particolare quello aerobico di bassa-media intensità, aumenta, da parte dei muscoli, il consumo sia di glucosio che di acidi grassi, utilizzati come carburante».

Sottolinea il dott. Montera: «Dobbiamo spiegare al paziente che l’esercizio prescritto per essere efficace deve essere condizionante, cioè indurre degli adattamenti che migliorino lo stato di forma del soggetto, e quindi dovrà avere delle caratteristiche precise: la prima di queste caratteristiche, ad esempio, è la continuità, cioè la mancanza di interruzione per almeno i primi 30 minuti. L’attività riconosciuta più efficace ai fini terapeutici è di tipo misto, prevalentemente aerobica (cioè di resistenza o endurance), ma in parte anaerobica (cioè di potenza o resistance)».

L’attività aerobica (come la camminata a passo veloce, la corsetta, la bici) serve a consumare calorie, soprattutto di provenienza dai grassi e quindi favorisce il calo ponderale, fa bene al cuore e migliora il trasporto di ossigeno ai muscoli. Mentre gli esercizi e gli sport di potenza o di velocità, dal sollevamento pesi al pedalare in salita, utilizzano prevalentemente glucosio e sono utili per aumentare il volume e il tono dei muscoli, anche a riposo, innalzando così il dispendio energetico basale. Entrambe le tipologie di esercizio comunque aumentano l’efficacia dell’insulina, la cui perdita (insulino-resistenza) costituisce la causa sia della adiposità in sede viscerale, del diabete di tipo II, e di tutte quelle alterazioni che troviamo nella sindrome metabolica. Maggiore è il volume di esercizio (ossia la sua intensità per la sua durata) migliori saranno i risultati in termini di riduzione del peso e della glicemia, e di miglioramento dell’insulino-resistenza.

Conclude il professore: «Per molto tempo si è pensato che gli esercizi di potenza (pesistica, velocità, forza) potessero rappresentare un rischio per il paziente diabetico, ma recenti studi hanno dimostrato che, se eseguiti sotto la supervisione di un esperto, questi esercizi possono essere svolti in sicurezza e anzi sono complementari a quelli più collaudati di resistenza. Il programma di allenamento dovrà prevedere un graduale incremento dei carichi di lavoro, in modo da creare quegli adattamenti salutari, sia a livello muscolare che metabolico, che porteranno a un migliore stato di salute generale e ad una riduzione dell’assunzione dei farmaci o delle unità di insulina abitualmente somministrate, cosa questa, in generale, molto gradita dai pazienti. Dobbiamo quindi considerare l’esercizio come un vero e proprio farmaco per tutte le patologie metaboliche, sicuro ed efficace».



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
dottor Paolo Montera, professore presso l'UniversitÓ di Tor Vergata, nonchŔ Endocrinologo e Medico dello Sport del Servizio di Endocrinologia, Nutrizione e Metabolismo della casa di cura Villa Valeria di Roma

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