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Terapia del dolore, aiuto concreto

Per i malati di tumore, soprattutto nelle fasi terminali, combattere il dolore è fondamentale. La terapia del dolore è l'unico mezzo per farlo, ma può ancora migliorare.

Sanihelp.it - Finalmente anche in Italia la cura del dolore sta diventando una realtà consolidata.
Le promesse fatte nel novembre 2004 dal Ministro della Salute Girolamo Sirchia si stanno avverando: i 13 farmaci analgesici necessari per la terapia del dolore nei malati gravi sono stati inseriti nella fascia A, quella gratuita, già da alcuni mesi.

Questo è sintomo di una nuova e maggiore attenzione a un aspetto terapeutico che per molti malati di tumore è importante quanto le terapie attive per migliorare la qualità della vita.
Nei pazienti oncologici, infatti, il dolore compare spesso precocemente, nel 30% dei casi addirittura al momento della diagnosi.
Per questo l’organizzazione Mondiale della Sanità ha elaborato già nel 1986 una scala volta a indicare ai medici l’approccio farmacologico più adatto.

Si tratta in sostanza di uno schema di terapia a tre gradini, che corrispondono al progressivo aggravamento delle condizioni del paziente: il dolore continuo, quello resistente ai farmaci e quello ingravescente.
Nella prima fase si utilizzano i comunissimi Fans, dall’Aspirina all’Aulin, che però hanno il limite dell’effetto soffitto: aumentando le dosi non aumenta l’effetto antidolorifico, ma solo gli effetti collaterali.

Per ovviare a questo problema di solito si usa il paracetamolo, efficace ma privo di effetti collaterali importanti. Per ora, però, l’unico reso gratuito dall’Agenzia del Farmaco è il Co Efferalgan.
In questa prima fase, infine, possono essere utili anche antidepressivi e cortisone per le metastasi ossee.

Quando il dolore sale al secondo gradino, l’OMS consiglia il ricorso agli oppioidi deboli (tradamolo, codeina e paracetamolo), che hanno un’azione antidolorifica pari a 1/10 di quella della morfina.
Molti specialisti in cure palliative, però, non sono soddisfatti di questa indicazione.

«L’esperienza maturata all’estero», spiega Carla Ripamonti, responsabile dell’ambulatorio di terapia del dolore dell’Istituto Tumori di Milano, «ha dato casi di dipendenza da tradamolo, e non dimentichiamo che anche la codeina per svolgere il suo effetto antidolorifico deve trasformarsi in morfina. Meglio allora passare subito alla morfina».

E proprio la morfina è il farmaco principe della terza e ultima fase della terapia.
Si tratta di un oppioide forte di fascia A, (fascia a cui sono stati aggiunti recentemente anche ossicodone e buprenorfina), il cui utilizzo da parte del medico richiede la prescrizione sul ricettario per gli stupefacenti.

Dal 2001 la somministrazione di morfina è stata resa molto più semplice, grazie a una legge voluta dall’allora Ministro della Salute Umberto Veronesi, ma nonostante questo l’Italia resta ancora al penultimo posto in Europa per utilizzo di questi farmaci.

Questo significa che, ogni anno, circa 40.000 malati di tumore muoiono senza ricevere un trattamento adeguato a lenire il dolore.

Per cambiare questa situazione bisogna agire su due fronti: sfatare il mito della dipendenza da morfina (quella psicologica è rara, e quella fisica si riduce abbassando le dosi), e aumentare l’empatia tra malato e medico.
Quest’ultimo, con il suo comportamento e la sua vicinanza, è sicuramente il farmaco più efficace.
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di Redazione Sanihelp.it 
Fonte: Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori
Tags:  terapia del dolore
Revisione: 29-06-2009

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