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Dire a una persona che è a rischio, lo fa ammalare?

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Pubblicato il: 17-11-2015

Sanihelp.it - Tutti noi conosciamo la forza della persuasione nell'essere umano: se una persona si mette in testa di essere in grado di fare una cosa, sarà difficile dissuaderla da una tale convinzione finché effettivamente non porterà a termine il suo obiettivo. Tuttavia, sfortunatamente vale anche il ragionamento opposto: decidere a priori i propri limiti è il passo spesso decisivo che ci impedisce di scavalcarli. Per questo in medicina l'effetto placebo viene a volte considerato un'arma utile: il paziente, fermamente convinto che assumere una pillola in realtà priva di principi attivi lo farà stare meglio, favorevolmente condizionato da questo pensiero finirà effettivamente con il migliorare sebbene il farmaco in questione non abbia alcuna funzione specifica.

Ma cosa succede quando avviene il contrario? Secondo il Department of Orthopaedics and Trauma dell'Università di Helsinki, svelare ad un paziente che è a rischio di sviluppare una determinata patologia può avere come diretta conseguenza quello di far ammalare una persona al momento relativamente sana. Solitamente le spie, i sintomi, di patologie quali diabete o malattie cardiovascolari sono chiari, e dunque i dottori finiscono col consigliare di iniziare il trattamento per ritardare il più possibile l'insorgenza della condizione vera e propria: ma cosa succede se gli stessi sintomi diventano una malattia? Secondo quanto affermato sul British Medical Journal dai medici scandinavi, infatti, oggigiorno essere ad alto rischio di sviluppare una patologia è diventato una specie di patologia a sé stante.

Un leggero aumento della pressione, livelli piuttosto alti di colesterolo, trigliceridi non nella norma, sono tutti sintomi di qualcosa che potrebbe peggiorare: ma possono anche trasformarsi in condizioni croniche, che convincono un paziente relativamente sano a sentirsi in realtà malato. Secondo gli esperti finlandesi, le persone non vengono messe al corrente degli scarsi vantaggi che certi trattamenti comportano: per esempio, esistono farmaci contro l'osteoporosi che se assunti riducono il rischio di frattura del bacino solo dell'1%. Con la stessa razionale, oggigiorno le linee guida consigliano agli over-60 di assumere statine per diminuire il pericolo di infarto del miocardio e ictus: tuttavia, la maggioranza di questi soggetti possiede solo una possibilità su dieci di incorrere in queste patologie nell'arco dei dieci anni successivi, secondo le statistiche in possesso dei medici scandinavi. Per non parlare delle recenti indicazioni in materia di colesterolo, che in pratica non fanno che inscrivere tutta la popolazione anziana all'interno della categoria dei malati. Gli esperti finlandesi, nel loro articolo, avvertono che sì, è lodevole aver aumentato la sensibilizzazione intorno ai rischi e alla tempestività dei trattamenti: tuttavia, esiste una grave confusione a riguardo sia per quel che concerne i pazienti sia, ed è ancora più grave, da parte dei dottori.  

FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
UniversitÓ di Helsinki, British Medical Journal

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