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Terapia

Il ruolo dell'immuno-oncologia

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Pubblicato il: 28-06-2016

L'immuno-oncologia si rivela efficace nel contrastare il cancro, allungare la sopravvivenza e garantire una buona qualità di vita. Le novità da ASCO 2016.

Il ruolo dell'immuno-oncologia © Thinkstock

Sanihelp.it - Si è chiuso i primi di giugno il 52° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) svoltosi a Chicago. L'immuno-oncologia è stata uno dei temi centrali; si tratta di un approccio terapeutico innovativo che ha evidenziato risultati importanti nel tumore del rene, del distretto testa-collo e in quello del polmone. Sono ancora in corso studi sul cancro della vescica, del fegato e del cervello. 

Le terapie immuno-oncologiche agiscono sul sistema immunitario inducendolo a riconoscere e ad attaccare le cellule tumorali. Spesso infatti le cellule tumorali riescono a "mascherarsi" e a eludere i controlli del sistema immunitario.

«Questo approccio funziona nel tumore del rene, dove la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci. Il trattamento di scelta per la malattia localizzata è rappresentato dalla chirurgia, conservativa quando possibile. Il 60% circa delle neoplasie renali è individuato casualmente, come diretta conseguenza dell’impiego, sempre più diffuso, della diagnostica per immagini in pazienti non sospetti in senso oncologico. Ma circa un quarto delle diagnosi avviene in stadio avanzato, con limitate possibilità di trattamento. Oggi si stanno aprendo nuove opportunità per questi pazienti grazie all’immuno-oncologia. In particolare nivolumab è un inibitore del checkpoint immunitario PD-1, molecola coinvolta nei meccanismi che permettono al tumore di evadere il controllo del sistema immunitario. Lo scorso aprile l’agenzia regolatoria europea (EMA) ha approvato la molecola nei pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato precedentemente trattati. Lo studio di fase III che ha portato alla registrazione di nivolumab sia negli Stati Uniti che in Europa ha evidenziato una riduzione del rischio di morte del 27%, pari a più di 5 mesi, rispetto allo standard di cura (25 mesi rispetto a 19,6 mesi). Il tasso di sopravvivenza globale a un anno è stato del 76% per nivolumab verso il 66% del braccio di confronto. E nivolumab sta evidenziando risultati promettenti anche nel tumore della vescica, uno dei più frequenti con 26.000 nuove diagnosi stimate in Italia nel 2015. Ricordiamo anche atezolizumab, una molecola anti PD-L1, che ha appena ricevuto un’iniziale approvazione da parte dell’ente regolatorio statunitense (Food and Drug Administration, FDA) per questa patologia», ha spiegato il professor Sergio Bracarda, Direttore della UOC di Oncologia Medica di Arezzo, Azienda USL Toscana SUDEST.

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) lo scorso marzo ha stabilito la rimborsabilità di nivolumab nel melanoma metastatico e nel tumore del polmone non a piccole cellule squamoso avanzato. «La forma squamosa è tipica dei fumatori. Solo il 15% dei casi di tumore del polmone riguarda i non fumatori, che di solito presentano mutazioni genetiche e possono essere trattati con farmaci a bersaglio molecolare. Ma l’85% delle diagnosi interessa i tabagisti, che non sono caratterizzati da queste alterazioni e non disponevano finora di armi realmente efficaci. Nello studio registrativo nivolumab ha evidenziato un tasso di sopravvivenza a un anno del 42% e una riduzione del rischio di morte del 41% rispetto alla terapia standard. Nello stesso tempo, agendo direttamente sul sistema immunitario, nivolumab ha dimostrato un profilo di sicurezza vantaggioso rispetto alla chemioterapia standard, garantendo una qualità di vita nettamente migliore. È il più importante risultato mai ottenuto finora e il primo reale passo in avanti negli ultimi venti anni in una neoplasia particolarmente difficile da trattare. L’unica arma disponibile infatti era rappresentata dalla chemioterapia, poco efficace e molto tossica. E si stanno delineando prospettive importanti anche in questa patologia grazie alla combinazione di due farmaci immuno-oncologici, ipilimumab e nivolumab», ha affermato il professor Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia all’Ospedale di Ravenna.

Il melanoma è stato uno dei primi tumori sui quali si è sperimentata l’immuno-oncologia. «Un approccio – ha sottolineato il professor Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e direttore dell’Unità di Oncologia al Pascale di Napoli - che ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nelle persone colpite da questo tumore della pelle in fase avanzata: il 20% dei pazienti è vivo a dieci anni, in questi casi quindi la malattia si ferma o scompare del tutto. Un risultato mai raggiunto finora e in questo tumore della pelle è ormai possibile evitare la chemioterapia. Il meccanismo d’azione dell’immuno-oncologia ha un’efficacia trasversale, non limitata a una sola patologia, proprio perché stimola il sistema immunitario rinforzandolo nella lotta contro la malattia». 



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Comunicato stampa 52° Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO)

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