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HIV: un italiano su 2 non sa ancora cos'è

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Pubblicato il: 15-09-2016
HIV: un italiano su 2 non sa ancora cos'è © Thinkstock

Sanihelp.it - Gli italiani conoscono poco l’Hiv, hanno difficoltà a dire come si trasmette il virus e poco o nulla sanno sulle cure che esistono per contrastare l’infezione. Quasi uno su 3 ritiene di aver visto associati nella comunicazione HIV e concetti come peste o cancro dei gay, stereotipi che si pensava di aver superato. Invece, a oltre 30 anni dalla sua scoperta, sono forti ancora i luoghi comuni che impediscono di avere un piena e consapevole conoscenza della malattia.

È quanto comunicano i dati di un’indagine svolta dalla società di ricerche demoscopiche SWG per conto di Nps Italia Onlus. I dati sono stati presentati nel corso dell’ottava edizione di ICAR (Italian Conference of AIDS and Antiviral Research), organizzata sotto l’egida della SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali. 

Oltre il 70% delle persone intervistate ritiene di essere informato. In realtà la situazione è assai diversa. Solo circa il 50% ha saputo rispondere alla domanda su cosa sia l’HIV, e, fatto più preoccupante, tra i giovani tra 25 e 34 anni, i più a rischio di contagio sessuale, solo poco più della metà ha risposto correttamente alla domanda su come sia possibile che si trasmetta il virus dell’HIV, mentre le persone con più di 64 anni ne sono informate nel 70% dei casi. 

La disinformazione può avere ripercussioni gravi: solo il 37% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni considera l’HIV curabile, contro il 62% delle persone con più di 64 anni. Anche rispetto all’esistenza di terapie i più giovani sono le meno informate e consapevoli.

La domanda su cosa significhi avere la carica virale azzerata vede i ragazzi più giovani e i 45-55enni convinti, rispettivamente nel 28% e 25% dei casi, che voglia dire non essere infettivi. Nelle altre fasce di età questa percentuale è nettamente più bassa: 15% - 19%. 

In merito ai casi di Valentino T., Charlie Sheen e Claudio T. che hanno avuto ampia eco da parte dei mass media, poche persone hanno ricordato questi episodi. Più della metà ha rilevato un approccio da parte dei mass media finalizzato a evidenziare il lato scandalistico o allarmistico degli episodi.

Il 32% delle persone, soprattutto quelle che per età hanno vissuto la prima fase dell’infezione legano ancora HIV con tossicodipendenza e categorie a rischio. Bassissime le percentuali di persone che legano la parola HIV a termini come vizioso o immorale. I più giovani sono meno propensi a credere al web delle altre generazioni. Per tutte le fasce di età, il canale più affidabile è il personale sanitario.

L’infezione HIV viene considerata soprattutto grave e pericolosa, molto meno dolorosa. Sono soprattutto i giovani e gli anziani a vedere più l’aspetto della gravità e della contagiosità, mentre la fascia di età 35-54 sembra più consapevole del risvolto di dolore. I ragazzi più giovani pensano più degli altri che una persona HIV+ che decida di vivere pubblicamente la propria condizione sia incosciente, mentre a considerala coraggiosa sono soprattutto le persone tra 55 e 64 anni.

I più giovani sono convinti che essere HIV+ possa comportare l’essere rifiutati in una relazione sentimentale e sessuale (61%), essere denigrati o insultati (40%). La fascia 25-34 è quella in cui è più alta la paura che vengano diffuse notizie sul proprio stato di salute (40%). La paura del contatto con una persona HIV+ diminuisce al crescere dell’età: si passa dal 55% a 20 anni al 36% oltre i 64.

FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
ICAR (Italian Conference of AIDS and Antiviral Research)

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