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Tumore al seno

Rischio osteoporosi per le donne in terapia adiuvante

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Pubblicato il: 14-03-2017

Uno studio italiano ha valutato l'impatto a lungo termine sulla salute delle ossa della terapia adiuvante con farmaci inibitori delle aromatasi, per il controllo del tumore al seno.

Rischio osteoporosi per le donne in terapia adiuvante © Thinkstock

Sanihelp.it - Oltre 250mila donne ogni anno sono sottoposte a terapia adiuvante con farmaci inibitori delle aromatasi di terza generazione (come anastrozolo, exemestane e letrozolo) per allontanare il rischio di recidiva del tumore al seno. Uno studio italiano, pubblicato sulla rivista Bone, ha valutato l’impatto a lungo termine di questa terapia sulla salute delle ossa.

Una terapia indicata nelle donne in post menopausa con carcinoma ormono-sensibile - circa il 70% delle pazienti infatti è positiva ai recettori degli estrogeni (ER+) – e che, come stabilito dalle Linee Guida, ha una durata di cinque anni circa, mentre per un particolare sottogruppo la durata è di dieci anni.

«La terapia adiuvante con inibitori delle aromatasi è quindi un pilastro fondamentale della terapia oncologica, ma ha un pesante impatto sulla salute delle ossa. Le donne che seguono questa terapia perdono circa il 6% di massa ossea ogni anno, contro circa il 3% di quelle sane in età post- menopausale», ha spiegato il Prof. Andrea Giustina, Direttore della Cattedra di Endocrinologia presso l’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. 

Lo studio ha indagato la prevalenza di fratture vertebrali in queste pazienti prima e durante la terapia: le 263 donne italiane arruolate sono state sottoposte a DEXA per esaminare la densità minerale ossea e - con la stessa metodica DEXA - a morfometria vertebrale, un esame che permette di valutare l’altezza delle singole vertebre e quindi identificare la presenza di eventuali fratture vertebrali. Sono stati inoltre raccolti campioni ematici per misurare i livelli ormonali e il calcio. Le volontarie sono state divise in due gruppi: uno di 94 soggetti trattato con inibitori e uno non trattato di 169 pazienti.

«Lo studio che abbiamo condotto si basa su un concetto nuovo: cercare le più subdole e spesso asintomatiche fratture vertebrali e non quelle cliniche, come anca e femore, che non possono sfuggire alle pazienti. Indagando la prevalenza delle fratture asintomatiche i numeri cambiano drammaticamente e arrivano al 35% nelle donne in trattamento adiuvante», sottolinea il Prof. Alfredo Berruti, Ordinario di Oncologia Medica all’Università di Brescia e co-autore dello studio. «Un aspetto molto importante che è oggi più considerato dagli oncologi medici, per i quali è importante tenere sotto controllo il rischio di recidive tumorali, certo, ma anche garantire una sopravvivenza di qualità senza rischi di invalidità e perdita di autonomia».

Si è registrata una prevalenza di fratture vertebrali del 31,2% nelle pazienti in terapia, contro il 18,9% del gruppo non trattato (in cui i danni ossei erano associati a una età più elevata e a una minore densità ossea a livello del femore). Nelle donne trattate con gli inibitori delle aromatasi inoltre, la prevalenza delle fratture era quasi sovrapponibile tra quelle con osteoporosi e quelle con massa ossea considerata nella norma. Un dato importante, che evidenzia l’importanza della riduzione della qualità oltre che della quantità dell’osso con queste terapie.  

«Dati che hanno una rilevante importanza clinica e che devono portare a un cambiamento nella gestione della fragilità scheletrica; infatti, l’esame della morfometria vertebrale emerge nella sua fondamentale importanza per il follow-up dello stato di salute ossea in queste pazienti. Se il life time risk delle fratture vertebrali ammonta a circa il 40%, nelle donne che hanno avuto un cancro, il rischio di osteoporosi secondaria alla terapia si moltiplica. Eppure secondo alcune ricerche circa il 45% delle pazienti non riceve alcun trattamento di prevenzione delle fratture e il 60% delle donne sane con meno di 50 anni non ha mai effettuato alcun esame per verificare la salute dello scheletro. Basta fare due calcoli per comprendere l’importanza di proteggere le ossa di queste pazienti con un farmaco adeguato, al momento l’unico che si è mostrato capace non solo di aumentare la Bone Mineral Density, ma di prevenire effettivamente le fratture delle vertebre è il denosumab, un anticorpo monoclonale completamente umanizzato indicato per il trattamento dell'osteoporosi post-menopausale», conclude il prof. Giustina Presidente del GIOSEG (Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group) e co-autore dell’articolo.



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Comunicato stampa GIOSEG (Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group)

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