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Malattia di Crohn: sì a cura basata su marker infiammatori

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Pubblicato il: 07-11-2017
Malattia di Crohn: sì a cura basata su marker infiammatori © Thinkstockphotos

Sanihelp.it - Guarigione delle ulcere intestinali, assenza di sintomi e riduzione dei ricoveri ospedalieri legati alla malattia di Crohn, grazie al monitoraggio e all’intensificazione terapeutica basata sui biomarcatori di infiammazione.

È il risultato di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Lancet. I ricercatori dei 74 centri di tutto il mondo coinvolti (Europa, Stati Uniti, Giappone, Sud Africa e Israele) hanno dimostrato che la tempestiva intensificazione di terapia con farmaci biologici anti-TNF (inibitori dei fattori di necrosi tumorale, una citochina che regola le cellule del sistema immunitario), sulla base di sintomi clinici associati a biomarcatori negli individui affetti da malattia di Crohn di recente diagnosi, comporta migliori risultati clinici ed endoscopici rispetto al trattamento basato solo sui sintomi.

Questo lavoro rivoluziona la strategia di trattamento poiché dimostra che i sintomi da soli non sono un parametro sufficiente su cui modificare la terapia di mantenimento della remissione a lungo termine, mentre il monitoraggio stretto e l’intensificazione terapeutica basata sui biomarcatori di infiammazione possono portare a una migliore remissione endoscopica (guarigione delle ulcere intestinali), controllo clinico (assenza di sintomi) e a ridurre il numero dei ricoveri.

I biomarcatori di infiammazione intestinale, come la calprotectina fecale e la proteina C reattiva, sono usati nel monitoraggio dei malati ma non vi è ancora certezza sul fatto che il loro utilizzo nel monitorizzare l’attività di malattia e modificare la terapia in base a questi migliori i risultati nel lungo termine. 

Il Crohn è una patologia cronica, progressiva e disabilitante che causa un’infiammazione del tratto gastrointestinale e può favorire lo sviluppo di restringimenti, fistole o ascessi che necessitano di intervento chirurgico in circa la metà dei malati entro 10 anni dalla diagnosi.

La gestione clinica con l’utilizzo sequenziale di corticosteroidi, immunomodulatori, inibitori dei fattori di necrosi tumorale (TNF) e altri biologici può non essere sufficiente a controllare in maniera adeguata l’infiammazione sottostante e potrebbe ritardare l’inizio di una strategia più efficace (come usare i farmaci biologici nelle persone con malattia all’esordio e con fattori di prognosi sfavorevoli). Questo approccio potrebbe esporre i malati a un maggior rischio di infezioni e morbidità per la prolungata assunzione di corticosteroidi nel tempo.

Occorre inoltre sottolineare che la gravità dei sintomi non è necessariamente indicativa delle condizioni dell’intestino visibili a livello endoscopico e potrebbe non essere un criterio affidabile per modulare il trattamento al fine di controllare l’infiammazione ed evitare un danno permanente dell’intestino.



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