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A Genova il polo di eccellenza nella cura al linfedema

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Pubblicato il: 27-12-2017

A Genova il polo di eccellenza nella cura al linfedema © redazione

Sanihelp.it - Nel mondo ne soffrono 300 milioni di individui. Come dire, uno su 20. E, soltanto in Italia, circa 2 milioni di persone, tra donne e uomini, ne sono cronicamente affetti. Protagonista di questi dati è il linfedema, patologia diffusissima ma poco considerata anche a livello d’informazione generalista e di settore, che può avere origini genetiche o manifestarsi in seguito a interventi chirurgici dovuti a malattie di tipo oncologico. 

Tra i sintomi e manifestazioni più gravi nei pazienti affetti, l’ingrossamento smodato e sproporzionato degli arti superiori e inferiori con pesanti conseguenze infiammatorie, infettive, funzionali ed estetiche. 

A Genova, da 44 anni, esiste un Centro – un polo di eccellenza tutto italiano, come rileva l’AdnKronos capace di affrontare il problema, grazie all’esperienza acquisita, cui si rivolgono annualmente centinaia di pazienti italiani e provenienti anche da ogni parte del mondo, al cui interno operano il Professor Corradino Campisi e il Dottor Corrado Cesare Campisi.

Dottor Campisi, in che modo un corretto inquadramento clinico permette di fare distinzione tra un problema estetico e una patologia funzionale? 

«Nel caso di una patologia localizzata agli arti inferiori un protocollo efficace di esami approfonditi e dettagliati permette di capire quale direzione prendere. Il linfedema degli arti superiori, invece, si presenta, per la maggior parte, in soggetti che hanno subito una chirurgia linfonodale, mentre è certamente più raro trovare linfedemi primari localizzati alle braccia. Una volta inquadrato correttamente il caso si effettua un protocollo di tipo fisico riabilitativo, volto a ridurre, per quanto possibile, l’edema di natura linfatica, per poi passare, qualora indicato, a una programmazione di tipo chirurgico, diversa e specifica da paziente a paziente, rivolta alla ricostruzione delle strutture linfatiche non funzionanti o mancanti».

Il Centro genovese in cui Lei opera è considerato a livello italiano e internazionale il più innovativo e avanguardista, lo ha ribadito anche settimane fa l’autorevole ‘Adnkronos Salute’. In che cosa si differenzia rispetto alle strutture di Siena e Roma?

«Sicuramente per la storia, l’esperienza e le tecniche chirurgiche utilizzate. In oltre 40 anni di costante applicazione, studio, ricerca e sperimentazione, la scuola del Centro genovese si è sviluppata anche in altre realtà, per venire incontro alle necessità dei pazienti. Certamente il centro d’interesse principale, il fulcro di tutto questo lavoro è Genova, dove l’attività è cominciata nel 1973 e si è sviluppata questa competenza specifica per la patologia linfatica. Il Centro genovese presenta, infatti, la maggiore casistica mondiale sulla terapia chirurgica e microchirurgica del linfedema. Siamo attivi anche in Emilia Romagna e Piemonte, dove abbiamo iniziato un’attività ambulatoriale e chirurgica specifica».

Quale, a livello clinico, il punto di forza del Centro genovese?

«La nostra tipologia di tecnica permette, con un’unica piccola incisione in sede inguinale (per il linfedema dell’arto inferiore) o in sede brachiale (per il linfedema dell’arto superiore), di gestire con estrema duttilità sia il sistema linfatico superficiale che quello profondo. Le altre due sedi citate precedentemente utilizzano tecniche esclusivamente superficiali, attraverso piccole incisioni periferiche. Noi, invece, applichiamo una procedura localizzata in un unico sito chirurgico, veicolando molteplici vasi linfatici superficiali e/o profondi a seconda del tipo di patologia. Da un nostro recente studio condotto su oltre 248 pazienti, abbiamo evidenziato quanto alterazioni esclusive del circolo superficiale siano presenti solo fino al 12,8% dei casi, mentre alterazioni singole del circolo linfatico profondo o miste siano presenti fino al 98% dei casi. Può capire, quindi, come studiare esclusivamente il sistema linfatico superficiale possa comportare una grave perdita di informazioni, di accuratezza, che è motivo per cui noi non abbiamo mai applicato tecniche chirurgiche così superficiali. Quest’ultime possono essere in parte utili negli stadi iniziali, mentre il nostro approccio è estremamente duttile e permette di dare importanti risultati a lungo termine».

Uno dei punti di forza delle vostre acquisizioni chirurgiche, mi pare di capire, sta proprio nella non invasività che, rispetto al passato, garantisce risultati ottimali con meno stress per i pazienti?

«Sicuramente sì. Il clima che si respira da noi è estremamente familiare, il nostro Team è composto da professionisti che si prendono costantemente cura del paziente. Essendo il linfedema una patologia cronica, capisce bene come sia fondamentale per un paziente avere un approccio sereno e positivo alle cure. Infatti, non solo negli anziani ma anche nei giovani, si tratta una malattia difficile da accettare, soprattutto quando non si trovano risposte adeguate».

Dunque, il linfedema può essere curato fino alla guarigione?

«Il linfedema può e dev’essere curato fino alla guarigione, questo è un messaggio molto importante, in contrapposizione a chi dice che, essendo una malattia cronica, non possa guarire completamente. Negli stadi iniziali e con un corretto inquadramento, il linfedema può raggiungere una completa cura, soprattutto se parliamo di prevenzione primaria e secondaria, ossia di quelle lesioni infiammatorie che rendono la patologia potenzialmente irreversibile».

 Dottor Campisi, il linfedema è una malattia di cui poco si parla ma dalla grande incidenza: gentilmente, può fornirci i numeri in Italia e all’Estero?

«Nel nostro Paese si attestano in media 40.000 nuovi casi all’anno. Occorre tenere in considerazione che non si tratta di una patologia rara, bensì molto frequente, soprattutto se pensiamo che molte delle pazienti che hanno effettuato un trattamento per un carcinoma mammario, attraverso una successiva chirurgia di tipo linfonodale, possono sviluppare questo tipo di problema. Ci sono, inoltre, dei quadri non legati a patologie di tipo oncologico, che possono manifestarsi dalla nascita (linfedema congenito) o presentarsi più avanti con lo sviluppo (linfedema primario precoce o tardivo). In questi casi non c’è una specifica causa d’insorgenza, ma la ricerca genetica continua, nello specifico, a cercare possibili spiegazioni». 

Il linfedema è un problema soprattutto per le donne, può essere anche una conseguenza tumorale. Come si comporta la medicina in questo caso?

«Le donne ne sono affette, sicuramente, in una grande percentuale di casi. Bisogna, innanzitutto, distinguere i linfedemi di natura non oncologica da quelli derivanti dal trattamento integrato di patologie neoplastiche. In linea generale, le donne che hanno un linfedema degli arti inferiori possono manifestarlo sia monolaterale che bilaterale: fondamentalmente resta una patologia funzionale che successivamente, soprattutto per le donne, comporta anche problematiche di tipo estetico». 

 Parliamo, ora, di linfedema in pazienti di sesso maschile.

«Anche per gli uomini si possono distinguere linfedemi primari e secondari. In tutti i casi la terapia è sempre una sinergia tra l’attività fisica riabilitativa e l’intervento microchirurgico, volto in prima istanza alla ricostruzione delle vie linfatiche. Sia negli uomini che nelle donne, si possono associare altre metodiche chirurgiche complementari come la liposuzione lymph vessel sparing. Questo è un intervento, qualora necessario, successivo alla microchirurgia, rivolto all’asportazione/aspirazione del tessuto fibrotico-adiposo in eccesso dell’arto affetto da linfedema, accumulato in seguito alla stasi linfatica cronica. Questo intervento viene eseguito mediante la prevenzione di eventuali danni alle strutture linfatiche previamente ricostruite grazie alla mappatura delle stesse con la micro-linfografia fluoresceinica al verde indocianina (PDE Test)».

Il Centro genovese pone l’accento sull’innovazione data dalle tecniche microchirurgiche, Ce ne può parlare?

«Le tecniche microchirurgiche permettono oggi di trattare il linfedema, sia quello primario che quello secondario, raggiungendo ottima efficacia con significativi risultati a lungo termine. La tecnica che applichiamo correntemente da anni a Genova è quella delle Anastomosi Linfatico-Venose Multiple (MLVA), quindi più linfatici che vengono anatomizzati con una struttura venosa, in sede inguinale o brachiale, mediante il microscopio operatorio. Microchirurgia perché possiamo ottenere importanti ingrandimenti di strutture molto piccole caratterizzate da un diametro di 0,3-0,8 millimetri, lavorando, perciò, in estrema sicurezza». 

Dottore, quanti casi lei e suo padre trattate mensilmente in media nelle vostre strutture? Sono più pazienti italiani o esteri? Se esteri da che nazioni provengono?

«Possiamo dire indicativamente di trattare 50-55 pazienti al mese. Di questi, una parte provengono dall’Estero, da qualsiasi parte del mondo, ad esempio dal Canada, dall’Israele, dalla Polonia, dalla Serbia, dalla Norvegia, dagli Stati Uniti, dall’America Latina, dalla Cina, dalla Nuova Zelanda, dall’Australia, onestamente da qualsiasi parte del mondo».

Quanto è fondamentale il tempismo diagnostico per la cura del linfedema?

«Il punto è non perdere tempo e agire microchirurgicamente il prima possibile, utilizzando strutture che sono ancora correttamente funzionanti. Negli stadi avanzati, invece, il concetto di guarigione va utilizzato con estrema delicatezza, per non dare speranze inopportune ai pazienti. Il 25% dei casi più avanzati da noi trattati è riuscito a ridurre o sospendere completamente il tutore elastico, con risultati sicuramente eccezionali. Il poter guarire è possibile ma è più diffuso negli stadi più precoci della patologia, per questo motivo è necessario non perdere tempo, non aspettare troppo per operarsi. Bisogna insistere su questo concetto, molti studi scientifici stanno dimostrando quanto la riabilitazione specifica (terapia fisica decongestionante) abbia un effetto migliore dopo l’intervento chirurgico di tipo ricostruttivo. Lasciare il paziente in uno stadio iniziale per un lungo periodo non ferma il processo di avanzamento della patologia, anzi ne diminuisce le possibilità di una guarigione definitiva». 



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