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Calcio e vitamina D prevengono davvero le fratture?

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Pubblicato il: 09-01-2018

Calcio e vitamina D prevengono davvero le fratture? © Thinkstockphotos

Sanihelp.it - Una nuova metanalisi pubblicata su Jama, realizzata da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Chirurgia Ortopedica all’ospedale cinese di Tianjin, sostiene che gli anziani che assumono calcio e vitamina D hanno la stessa probabilità di subire fratture di quelli che non seguono alcun trattamento.

I ricercatori hanno esaminato 33 studi che hanno preso in considerazione oltre 51mila persone con più di 50 anni, ma va specificato che si trattava di soggetti che vivevano in comunità. Dal momento che la vitamina D serve ad assorbire e a utilizzare il calcio per mantenere le ossa in salute succede che molti anziani siano sottoposti a questa terapia di default con dosaggi da 600 UI (Unità internazionali) prima dei 70 anni e di 800 UI dopo. Mentre dosaggi superiori a 1000 UI potrebbero presentare il rischio di effetti collaterali anche seri, specialmente nella popolazione più anziana e fragile se non carente di vitamina D.

Sottolineano gli esperti della Società Europea di Endocrinologia ESE: bisogna analizzare bene i dati della ricerca, per non rischiare di diffondere messaggi sbagliati. «Alcune ricerche incluse nello studio non sono di qualità e quindi alterano i risultati complessivi, oltre a differenze enormi tra dosi, tipo e frequenza di vitamina D utilizzata. Inoltre in molti casi non è indicato che si tratti proprio di colecalciferolo (il composto ideale per le finalità di protezione dello scheletro) Infine è poco consistente l’uso del calcio in associazione alla vitamina D nei vari studi», spiega il professor Andrea Giustina, Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia ESE e Full Endocrinology Professor del San Raffaele di Milano.

La supplementazione dell’ormone vitamina D va prescritta quando nell’organismo ve ne sia una carenza effettiva e non come trattamento universale al di sopra di una certa età, quindi per stabilire che ve ne sia una necessità è prima opportuno dosarla prima del trattamento.

Un trattamento prevede una diagnosi corretta e la verifica dei valori raggiunti durante la somministrazione, anche per personalizzare i dosaggi. Soggetti come donne  in menopausa e gli anziani con una diagnosi di osteoporosi dovrebbero ricevere un trattamento adeguato a base di farmaci come i bifosfonati e non solo la supplementazione di vitamina D.

La buona pratica clinica prevede di trattare lo stato di carenza di vitamina D in chi ne ha bisogno e non la popolazione generale. Per quest’ultima è necessario promuovere campagne di salute e prevenzione che si basino su una corretta alimentazione, un'attività fisica regolare che permetta lo sviluppo di muscoli che funzionano da stimolo per il rinnovamento dell’osso e soprattutto una quota di tempo all’aria aperta, con il 20% del corpo esposto alla luce del sole, possibilmente anche in inverno nelle ore più calde della giornata. Seguire tali indicazioni invece non è generalmente sufficiente a ripristinare i valori normali di vitamina D in chi ne è carente.



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Società Europea di Endocrinologia ESE

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